La criptovaluta di Telegram non si farà – e quello che succede ora

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Nel 2018, un misterioso video apparso su YouTube annunciava l’arrivo di un nuovo concorrente nel mercato delle monete digitali: Telegram. La criptovaluta di Telegram, Gram, e la blockchain proprietaria (conosciuta come TON, acronimo per Telegram-Open-Network) non solo avrebbero rivoluzionato l’app di messaggistica introducendo un sistema di pagamento nativo e accessibile a tutti i suoi utenti, ma avrebbero anche avuto un considerevole impatto nel settore delle criptovalute in generale. Oggi tuttavia il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha annunciato che né la TON nè i Gram vedranno mai la luce – perlomeno per adesso.

Siete pronti per scoprire come e perché la criptovaluta di Telegram non è riuscita a vedere la luce?

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BREVE STORIA DI TELEGRAM: UN’APP CHE PUNTA IN GRANDE

Essere al passo coi tempi, per Pavel Durov, non è mai stato sufficiente. Fondatore nel 2006 di uno dei primi social network, Vkontakte, che in Russia aveva spopolato così tanto da diventare l’alternativa locale a Facebook, nel 2014 si era improvvisamente ritrovato a un punto critico della propria vita.

Scappato dalla Russia per incomprensioni politiche con l’ingombrante padre-padrone della Federazione, Vladimir Putin (sembra che Durov si fosse rifiutato di fornire l’accesso agli account di alcuni dissidenti ucraini), senza più lavoro perché costretto a vendere VKontakte all’oligarca Alisher Usmanov (proprietario del colosso tecnologico Mail.ru), invece che ritirarsi a vita privata decise che, di privata, avrebbe reso le vite degli altri.

Durov dovette scappare dalla Russia per via delle pressioni politiche ricevute – giurando che non vi sarebbe mai più tornato

Forte delle micidiali competenze tecniche di suo fratello Nikolaj, del proprio fascino magnetico da anarco-capitalista e dissidente politico ma soprattutto dei miliardi ricevuti in cambio della vendita, Durov decise di dedicarsi alla sua nuova app di messaggistica Telegram. Un’impresa non da poco, considerando che proprio in quell’anno WhatsApp, applicazione già allora estremamente popolare, veniva acquistata da Facebook per 19 miliardi di dollari: una mossa che lasciava presagire ciò che poi è effettivamente successo – la sua conquista totale del mondo della messaggistica.

Ciononostante, sette anni dopo Telegram è un’app estremamente popolare: conta più di 400 milioni di utenti e possiede un ritmo di crescita di 100 milioni di nuovi utenti all’anno; la sua app costituisce la principale attrattiva per chi cerca una suite di messaggistica sicura e dotata di funzionalità originali – come le chat sincronizzate via cloud, i canali Telegram, i supergruppi.

Ciò di cui davvero oggi Telegram ha bisogno è un modo per rendersi profittevole. Con tali ritmi di crescita, l’app non può più continuare a pesare su un unico finanziatore – il proprio fondatore Pavel Durov, che finora ha pagato le spese dell’app utilizzando i propri fondi personali. Telegram non dispone né di pubblicità, né di un sistema di pagamento personale – a parte un sistema di pagamento tramite bot introdotto nel 2017 che non ha mai preso piede a causa degli alti costi di commissione, e nel quale Telegram non è direttamente coinvolto. Perché allora non pensare a una criptovaluta di Telegram, magari?

GLI STATI UNITI UCCIDONO I SOGNI DI GLORIA DI TELEGRAM

La criptovaluta di Telegram, secondo alcune versioni, era già nei progetti del suo fondatore sin dal lancio dell’applicazione. Che sia una diceria o meno, già quattro anni dopo il lancio dell’app era spuntato su YouTube un trailer che anticipava l’arrivo della moneta digitale, condiviso da un ex-collaboratore dell’applicazione su Facebook e che immediatamente aveva fatto il giro del mondo delle criptovalute.

Gram e TON, acronimo per Telegram-Open-Network, sarebbero stati il futuro non solo finanziario ma anche tecnologico di Telegram. La prima era la moneta digitale proprietaria dell’app, mentre la seconda sarebbe stata la blockchain sulla quale la criptovaluta di Telegram sarebbe stata acquistata, venduta, scambiata. Il libro bianco della TON, trapelato l’anno successivo online, dipingeva un futuro entusiasmante per l’applicazione – forse quasi utopico.

La TON e la criptovaluta di Telegram sarebbero dovute essere la rampa di lancio di Telegram nel firmamento della tecnologia

Per dargli forma ed evitare che il sogno rimanesse tale, occorrevano investitori: non solo ricchi magnati che finanziassero lo sviluppo dell’infrastruttura tecnologica, ma che dimostrassero anche la presenza di un certo grado di interesse nei confronti di una critpovaluta di Telegram. E lo fecero, eccome: le domande di partecipazione furono tali da costringere Durov a tenere due round di finanziamento (chiamati ICO) invece di uno solo come inizialmente previsto, che raccolsero in totale 1,7 miliardi di dollari.

Tutto bene? E invece no. Anzi, furono proprio queste due sessioni di finanziamento privato a minare in partenza il lancio della criptovaluta di Telegram. In pratica, le ICO o Initial Coin Offering prevedono che gli investitori ricevano una quantità di moneta virtuale (token) pari alla quantità di denaro ricevuta; dato che la propria ICO coinvolgeva investitori americani, Telegram avrebbe dovuto registrarla presso la SEC, la Security and Exchange Commission – autorità che sovraintende le vendite dei titoli azionari. Generalizzando, esistono due tipologie di token: utility token e security token. La differenza tra le due definizioni è molto più che terminologica: i security token sono parificati ai titoli azionari, e normalmente vengono acquistati con l’intenzione di ricavarne un profitto attraverso una loro successiva rivendita.

In seguito all’approvazione del Securities Act del 1933, ogni vendita di security token deve essere registrata presso la SEC – ma si tratta di una procedura complicata e che comporta notevoli limitazioni; come ricorda Cointelegraph, molte società presentano quindi il Modulo D alla SEC per ottenere un’esenzione. Anche Telegram ha presentato quel modulo, decidendo di avvalersi dell’esenzione 506(c) che consente di pubblicizzare la propria ICO limitandosi però a vendere i propri token a soli investitori accreditati.

Inizialmente sembrava che tutto fosse andato per il verso giusto; a pochi giorni però dal debutto ufficiale della TON e della criptovaluta di Telegram, previsto per il 31 ottobre 2019 (in forte ritardo sull’iniziale tabella di marcia), la SEC decide di intervenire bloccando ogni operazione di lancio, che viene quindi rimandata a data da destinarsi. La SEC contesta a Telegram di aver violato le disposizioni dell’esenzione 506(c): i token venduti agli investitori si qualificherebbero come securities vere e proprie poiché si prevede che al momento del lancio della TON, vengano immessi sul mercato con l’intenzione di ricavarne profitto. Un risveglio quantomeno tardivo da parte della SEC – il documento di presentazione della TON, trapelato più di un anno prima, citava il fatto che i token sarebbero stati venduti agli investitori ad un prezzo minore rispetto a quello che sarebbe stato il loro valore di mercato.

Robert Castell, giudice federale del New York’s Southern District e incaricato di valutare il caso, ha ritenuto le rimostranze della SEC valide e ha interrotto il lancio della TON; sono seguiti mesi difficili per Telegram, durante il quale ha tentato di dimostrare che i propri token non erano securities – una difesa difficile da sostenere: se i token della criptovaluta di Telegram non erano stati venduti agli investitori per generare profitto (atto che avrebbe invalidato l’ICO così come fatta da Telegram), perché cederli ad un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato così da generare un ricavo dalla loro vendita in seguito al lancio della TON?

Il giudice Castell ha così riconosciuto fondate le ragioni della SEC, e ha invalidato le ICO sostenute da Telegram nell’aprile 2020. Da quel momento le giornate si sono fatte frenetiche per Telegram: si era parlato di escludere gli investitori americani dalle ICO restituendo loro i soldi investiti – opzione invalidata dallo stesso Castell nella sua sentenza. Data la natura anonima e anonimizzante della TON, sarebbe stato impossibile evitare che un investitore americano decidesse di entrare nel mercato della criptovaluta di Telegram.

L’ultima ridotta è stata rappresentata dall’ipotesi di un prestito, menzionato in una lettera datata 29 aprile: in essa si chiedeva agli investitori o di ricevere subito il 72% dell’investimento inizialmente operato nelle ICO tenute nel 2018, oppure attendere ancora un anno. Se nell’aprile 2021 la SEC non avesse dato via libera al lancio della TON, Telegram avrebbe restituito loro il 110% dei finanziamenti. Ma sia che sia stata presentata troppo tardi, sia che non fosse abbastanza convincente, anche questa proposta è caduta nel vuoto

PRESENTE E FUTURO DI TELEGRAM

In data 12 maggio 2020, Pavel Durov ha comunicato il definitivo abbandono della TON. In un post pubblicato all’interno della piattaforma di blogging Telegra.ph, Durov ha ufficializzato l’esistenza della TON – e, al contempo, ne ha certificato la morte.

«Scrivo questo post – dice – per comunicare ufficialmente che il coinvolgimento attivo di Telegram con la TON è finito». Il tono utilizzato da Durov è, sorprendentemente, rassegnato. Dalle sue parole emerge lo sconforto di chi ha lottato per «2,5 anni» per lanciare il progetto probabilmente più importante della propria carriera, e ha perso. Uno shock per quanti sono abituati ai toni combattivi, aggressivi e a volte anche arroganti di un imprenditore che non ha mai abbassato la guardia – a parte oggi, evidentemente.

Durov ne approfitta per togliersi qualche sasso dalla scarpa: accusa gli Stati Uniti di aver affossato il progetto della TON avendo impedito all’azienda di lanciare la blockchain pur escludendo il coinvolgimento di investitori statunitensi – per le ragioni sopra descritte. Anzi, va oltre: taccia gli Stati Uniti di imporre le proprie decisioni sul resto del mondo a causa del controllo sul dollaro, moneta di scambio in molte piazze finanziarie, e della giurisdizione statunitense su Google e Apple, i principali (ed unici) distributori di applicazioni nel mondo. Lasciando a intendere che, se ci fosse stata la possibilità, Telegram avrebbe affrontato le conseguenze di un lancio “clandestino” della TON. «Come se gli Stati Uniti decidessero improvvisamente di bandire il caffé e ordinasse ai negozi di caffé in Italia di chiudere perché qualche americano potrebbe andare lì», dice.

Durov sostiene di aver cercato di portare un po’ di bilanciamento in un mondo estremamente centralizzato, ma di non esserci riuscito. «Ci abbiamo provato. Lasciamo che sia la prossima generazione di imprenditori e sviluppatori a raccogliere la bandiera [di quest’impresa] e imparare dai nostri errori.»

Ricorda poi che, per via di questa decisione, qualsiasi coinvolgimento di Durov e Telegram nella TON è finito, e che qualunque altro progetto che decida di raccogliere l’eredità di quanto fatto finora con la tecnologia TON non sarà né ufficiale né supportato da Telegram. Attenzione alle truffe, si legge tra le righe.

Quale futuro aspetta ora all’applicazione? Sicuramente Telegram sta passando la sua ora più buia. I contributi della ICO avevano sostenuto l’applicazione finora, e con le spese che l’app dovrà affrontare – oltre alla chiara perdita di credibilità e/o fiducia da parte di altri investitori, dopo questa debacle – ci si domanda quale strada Telegram deciderà di scegliere. Non ci azzardiamo in previsioni affrettate, non conoscendo lo stato delle finanze personali di Durov; al di là del post pubblicato da Durov, inoltre, non ci è parso di percepire pessimismo nei confronti del futuro dell’applicazione da parte del suo stesso team.

In occasione della presentazione dell’aggiornamento a Telegram 6.1, è stato annunciato l’arrivo (“entro l’anno“) delle videochiamate di gruppo; l’11 maggio l’app ha poi rinnovato il concorso (con un premio da 100.000$) per l’elaborazione di un algoritmo di selezione delle news, in inglese e russo. Ciò indica che l’app ha intenzione di introdurre una sezione dedicata alle notizie, e che dispone dei fondi per proseguirne lo sviluppo.

Ed è proprio nel campo dell’informazione e dell’educazione, che Telegram sembra dirigersi. In concomitanza con l’aggiornamento a Telegram 6.1, l’app ha infatti annunciato un concorso da 400.000€ per il lancio di quiz educativi (siete ancora in tempo per partecipare, tra l’altro!); un campo – quello della didattica – in cui Telegram si è già specializzato da tempo, perlomeno in India dove nel 2019 era diventata l’app più utilizzata dagli studenti per la preparazione ai test d’ingresso nelle le facoltà locali. Nonostante l’abbondante presenza di materiale pirata (cosa che, in Italia, ha causato parecchie grane a Telegram), le società di educazione online hanno deciso di investire sulla piattaforma creando canali che hanno raggiunto in poco tempo le centinaia di migliaia di utenti.

Ma forse un indizio sul futuro dell’app lo si poteva già riscontrare in un post pubblicato da Durov nel suo canale russofono il 7 maggio 2020. In esso, partendo come spunto da un documentario sulla Silicon Valley realizzata dal regista russo Yuri Dudy, si era lanciato in una critica feroce nei confronti del sistema-USA e del mito della Silicon Valleysottile anticipazione dell’annuncio che avrebbe fatto una settimana dopo, e che oggi vi riportiamo – che, secondo Durov, sarebbe ormai tramontato. Al contrario, altri mercati si affacciano sul mondo della tecnologia – e in particolare proprio quello indiano, il cui bacino d’utenza su Telegram è più grande rispetto a quello di qualsiasi altra nazionalità. Chi lo sa che proprio dall’India Durov, come Steve Jobs nel 1974, non decida di ripartire.

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