Il mostro della socializzazione e il nuovo Stato di WhatsApp – EDIToriale

Il nuovo Stato di WhatsApp è terribile. Punto e basta

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Scrivere non è vivere. È forse sopravviversi.

Se non sarete in grado di ricondurre queste parole al loro padrone, poco importa: non è su Blaise Cendrars che questo EDIToriale vuole concentrarsi, quanto piuttosto sulla caduta dell’ultimo bastione della discrezione che ancora sopravviveva alla travolgente corsa alla socializzazione.

Scrivere un’apologia allo Stato di WhatsApp, quello vecchio, potrà sembrare ridicolo (ed in effetti un po’ lo è): questioni di lana caprina, davanti al fluire degli eventi, delle guerre e della Storia. Ma di Android parliamo in questo sito, e per tal motivo rivendico il mio diritto di lamentarmi davanti alla cancellazione dell’ultimo dei piaceri che il mio sommesso egocentrismo mi permetteva di godere attraverso lo Stato di WhatsApp, quello vecchio.

Non so che uso faceste voi dello Stato di WhatsApp (quello vecchio), ma nel mio caso si trattava ben più di una vetrina di emoji e frasi rubacchiate a Proust, Baudelaire o Ligabue; nei fatti, si trattava di un angolo di autocompiacimento che però, perchè privato, rientrava ancora nei canoni della modestia che cerco di mantenere. Ad ogni settimana, ogni volta che cambiava il vento, lo Stato – quello vecchio – cambiava, un segnabandiera del mio umore che trattavo più amorevolmente di quanto Gurrado non faccia con le sue rubriche. Era lo Stato di Schrödinger (quello vecchio, però): dato che non sapevo effettivamente se qualcuno lo leggesse, potevo scrivervi ciò che mi pareva, senza timore del giudicante occhio altrui. Se poi qualcuno effettivamente si prendeva la briga di leggerlo, tanta fatica meritava il premio di un’interessante, se non stuzzicante lettura.

Leggendo quanto sopra, pare che nel mio Stato di WhatsApp, quello vecchio beninteso, componessi di metrica e di autori latini: semplicemente avevo, ho e continuerò ad avere la presunzione che fosse un poco più curato degli altri, animato da una schizofrenia creativa. Con la sua caduta, e l’arrivo dello Stato di WhatsApp (quello nuovo, questa volta), la magia è finita.

Come faccia il nuovo Stato di WhatsApp a porsi in continuità con quello precedente, è un mistero

Mi consola vedere che, dopo già diverse ore dall’arrivo, solamente due contatti su oltre duecento ne hanno fatto uso (di cui uno di protesta): significa che una certa cura nella selezione delle amicizie è stata operata, per fortuna. Ma il nuovo Stato di WhatsApp infastidisce: non è, come scrivono quei Quisling prezzolati degli ex-proprietari sul blog ufficiale, una naturale evoluzione dello Stato di WhatsApp, quello vecchio questa volta. È proprio tutt’altro: la soddisfazione della banale e preoccupata offensiva di Zuckerberg a Snapchat.

Non c’è probabilmente servizio che abbia mai preoccupato il fondatore di Facebook al quale non abbia risposto con una strategia spastica, febbrile e sterile sul piano dei contenuti. Prima c’era Telegram, che venne semplicemente censurato sia da WhatsApp che da Instagram; prima ancora c’era YouTube, del quale Facebook limitò l’ampiezza delle anteprime dei video nella speranza di renderle troppo piccole ed insignificanti da essere considerate, non capendo che ciò che interessa è il contenuto e non il contenitore. Poi Snapchat, la quale ha certamente subito la salva di cannoni più nutrita: Instagram, Facebook e WhatsApp hanno mutato contenuti e identità per soddisfare la bramosia del proprio padrone.

Ed i fondatori di WhatsApp, spiace dirlo, hanno fatto una figura davvero meschina. Ma d’altronde, questo è Zuckerberg: non padre amorevole, ma padre-padrone, tiranno che violenta i principi altrui a favore del successo monetario ed economico, ed anche il caso di WhatsApp non fa eccezione. Come quando, nell’aprile 2016, Oculus Rift bloccò il supporto ai visori HTC Vive, nonostante il fondatore della società – poi acquistata da Facebook – avesse affermato con fiero cipiglio che mai avrebbe operato pratiche anti-concorrenziali del genere. Due mesi dopo, il blocco venne rimosso, ma che importa? Ancora una volta la strategia della censura, della violenza, aveva calpestato i sentimenti della società, che corrispondono a quelli del suo fondatore – specialmente se poi il campo è quello tecnologico.

Addio allora, Stato di WhatsApp (quello vecchio): ultima spiaggia di discrezione, Onoda digitale riportato alla realtà.

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