Cinque libri che parlano di tecnologia, usciti a febbraio – IperTesti

Se c’è una cosa che la pandemia da coronavirus ci ha portato in dote, è stato un aumento dell’attenzione da parte della cultura cosiddetta “bassa” nei confronti della tecnologia. Davanti all’alternativa di una clausura senza fine, anche chi in precedenza non si era mai speso ad imparare il funzionamento di un’applicazione, si è trovato costretto a venire a patti con la necessità di affidarsi alla tecnologia per garantirsi un minimo di benessere psicologico. Dev’essere per questo che, tra le proposte per il Premio Strega 2023, troviamo un libro che parla proprio di questo: «L’amore Inutile», di Gianfranco di Fiore (Wojtek), è la storia di un amore nato e cresciuto attraverso unicamente una connessione virtuale. Uscito in libreria nel mese di febbraio, è solo una delle cinque proposte che vi inoltriamo in questa puntata della rubrica IperTesti – dove si parla di libri che parlano di tecnologia.

In questa puntata vi proporremo solamente libri che sono usciti nell’ultimo mese-mese e mezzo (d’altronde, febbraio ha solo ventotto giorni, ne recuperiamo qualcuno da gennaio). Tra saggistica e narrativa, le proposte sono tante e varie, al punto che siamo sicuri sapranno soddisfare tutti i gusti.

Siete pronti per scoprire le nostre proposte?

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LIBRI CHE PARLANO DI TECNOLOGIA: LE NOVITÀ DI FEBBRAIO

Febbraio non è un mese sonnacchioso come gennaio; con il rientro alla settimana lavorativa, con il freddo che ci consuma la vita, gennaio si vive come uno sbalzo termico, che ci azzanna alla gola lasciandoci inermi per terra, in una pozza di sangue e olio di gomito. Per coloro che ce l’hanno fatta, febbraio è molto più facile da sopportare: temperatura e abitudini sono rientrate nella normalità, e lo sguardo è ormai proiettato verso la primavera. Perché dunque non tentarci con la lettura di un libro?

Durante il mese di febbraio ci sono state diverse uscite, all’interno di quella nicchia del mondo editoriale di nostra competenza – quello dei libri che parlano di tecnologia. Sorprendentemente, la narrativa batte la saggistica quattro a uno; ed è davvero una sorpresa, dato che normalmente si fatica a parlare di tecnologia se non all’interno di un campo prettamente divulgativo. Come spiegavamo nell’introduzione a questa puntata di IperTesti, la spiegazione dev’essere legata a una maggiore dimestichezza con gli strumenti tecnologici dovuta alla pandemia, che a sua volta consente una loro rappresentazione più decisa all’interno dei meccanismi narrativi che regolano la trama di un romanzo.

Vediamoli.

 

L’AMORE INUTILE

DI GIANFRANCO DI FIORE, WOJTEK (2023, 301 PP.)

Quando la realtà è anonima, pallida e sgradevole, solo la fantasia può salvarci – o condannarci: questa è la trama di «L’amore Inutile», terzo romanzo di Gianfranco di Fiore, pubblicato da Wojtek. Un giovane colto e solo, che non trova stimoli in un Sud Italia dimenticato da Dio e dagli uomini, intraprende una relazione telefonica con una ragazza semplice e svanita. Questo amore virtuale diventerà cura e al contempo veleno, per entrambi: come dice Valeria Parrella, che ha proposto il volume per il Premio Strega 2023, «[L’Amore Inutile] È durissimo da leggere: è la storia – sembra a lungo privata, d’altri tempi, personale – di un intellettuale che ha una relazione telefonica con una ragazza frivola. I due hanno bisogno l’uno dell’altro perché uno non ha più rispetto di sé e l’altra non ha più quella bellezza fisica che riteneva essere la sua chiave d’accesso al mondo. Terribile il rivelarsi che in realtà in ballo ci siamo tutti, e lo spreco, l’inutilità non sono affatto storia d’altri.»

In un’epoca in cui molte storie nascono grazie a un match su un’app di dating, la lettura di questo libro ci mostra il lato oscuro e privato delle relazioni a distanza.

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Ci si può innamorare di una voce? È la domanda che lei si ripete di continuo per un anno, mentre prova a guarire le sue ferite parlando al telefono con lui, il quale, in attesa di poterla incontrare, finisce per perdere ogni ragionevole certezza.

Di chi e di che cosa ci innamoriamo?

𝘓’𝘢𝘮𝘰𝘳𝘦 𝘪𝘯𝘶𝘵𝘪𝘭𝘦 è un racconto sull’immaginazione e sulla paura, una rincorsa affannosa che unisce le vite e le disperazioni di due giovani irrisolti alla ricerca dell’amore e di se stessi, in un’epoca governata da luoghi e rapporti virtuali, dove i contatti umani e le verità sembrano impossibili da rintracciare.

Sullo sfondo di una provincia del Sud, anonima e spenta, questo strano legame di voce e morbosità – che all’inizio sembra aiutare lei a guarire dalle sue ossessioni – finisce per mettere in crisi non solo l’identità di entrambi i giovani, ma persino il significato e la necessità dei sentimenti, dei corpi, di un amore possibile.


CIAO AMICO CI SEI MANCATO

DI RICHARD O. ROBERTS, TRADUZIONE DI VALENTINA DRAGONI, ELLIOT (2023, 200 PP.)

Sicuramente avrete incontrato, almeno una volta nella vostra vita, una persona come il protagonista di questo romanzo: Hills, uno sceneggiatore semi-disoccupato che vive, pensa e parla come se fosse perennemente online. I punti fissi della sua vita sono: le piattaforme di streaming; le app di food delivery (come quella della catena Domino’s Pizza, dal cui messaggio di notifica prende il nome il romanzo); le email; ma soprattutto gli aggiornamenti su Facebook della sua semi-fidanzata Trudy. Intrappolato in questo mondo, tanto, troppo adolescenziale, Hills si vedrà costretto al confronto con la propria dipendenza quando la morte del padre lo riporterà nella sua isola natale, nel Galles, un mondo selvaggio e brutale al quale non è più abituato.

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Sono ancora pochi i romanzi che sanno raccontare gli effetti controversi della tecnologia sulle nostre vite. Tra questi spicca senza dubbio il brillante e arguto “Ciao amico ci sei mancato”, nel quale Hill, il protagonista, pensa, parla e agisce come se fosse perennemente on-line. Hill è un giovane uomo con aspirazioni creative (è uno sceneggiatore in crisi che è stato notato per un suo lavoro dal famoso produttore Jack Black, il quale poi è sparito nel nulla); dalla vita disastrata sia sul piano sentimentale (ha perso la moglie da pochi anni) che familiare (non ha mai smesso di incolpare il padre del suicidio della madre, avvenuto quando era bambino). Ora che il padre sta morendo, però, Hill deve tornare nell’isola del Galles in cui è cresciuto. Ma anche in questo luogo selvaggio, l’ultimo avamposto gallese prima del mare d’Irlanda, usa un’app del telefono che riproduce i suoni della natura per rilassarsi e quando va a una festa non fa che desiderare di essere a casa, sul divano, a guardare le foto che Trudy – la ragazza che si prende cura di suo padre e con cui lui ha iniziato una sbieca relazione – posta su Facebook. Tra Netflix, social media e le e-mail al produttore latitante Jack Black, destinate a restare in “bozze”, l’autore dà vita a un’opera foscamente comica e toccante, il ritratto vivido e irresistibile di una generazione, originale e ipnotico come il messaggio pubblicitario che Hill riceve a ripetizione dalla catena Domino’s Pizza sul suo cellulare: «Ciao amico ci sei mancato».


THE CONSULTANT

DI BENTLEY LITTLE, TRADUZIONE DI AIRISA BARRETTA, VALLECCHI FIRENZE (2023, 392 PP.)

CompWare è un’azienda come tante altre, negli Stati Uniti post-Silicon Valley: fondata da un eccentrico coreano, sviluppa mini-giochi per smartphone di grande successo. Quando tuttavia il suo fondatore viene ucciso da un ragazzino (“me l’ha ordinato il diavolo di farlo”, è la sua giustificazione), la vita dei suoi dipendenti viene stravolta. L’orribile omicidio è infatti solamente l’inizio di un incubo più grande, il cui epicentro è Regus Patoff, un gentiluomo incaricato dal defunto CEO di prendersi cura dell’azienda in sua assenza. Ma sin dal suo arrivo, Patoff si rivela un personaggio bizzarro, manipolatore e diabolico, al punto da spingere più di un dipendente a indagare sulla sua vera natura…

Una trama coinvolgente che rifugge i meccanismi horror più tradizionalmente associati alla tecnologia, che in questo libro è sia sfondo che ambientazione di un’inquietante romanzo scritto da un prolifico autore di genere. «The Consultant» è stato recentemente tradotto in serie TV da Amazon Prime Video – e si vede: non solo dalla copertina dell’edizione italiana, capeggiata dal magistrale Christopher Waltz (che nella serie interpreta l’inquietante Regus Patoff); ma anche dall’orribile patacco aggiunto dall’editore Vallecchi Firenze, un vero pugno nell’occhio che poteva essere declinato in modi graficamente più eleganti.

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Dopo una fallita fusione la CompWare è nei guai. L’azienda assume una società di consulenza per rivedere e semplificare le pratiche interne. Ma c’è qualcosa di inquietante nell’eccentrico gentiluomo che arriva per supervisionare il progetto, il signor Patoff, alto e magro, con uno strano sorriso che non raggiunge mai i suoi occhi. Ai primi colloqui il consulente fa domande inappropriate. Nel tempo acquisisce potere, sembra dirigere l’intera azienda. Apporta modifiche arbitrarie e invasive ai protocolli. Posiziona telecamere nell’edificio rendendo tutti paranoici. Chiama i dipendenti a ogni ora della notte, visita le loro case, minaccia le famiglie. Le persone che sfidano Patoff vengono licenziate… o peggio. Presto si rendono conto che non stanno solo combattendo per il loro lavoro, ma per le loro vite.


HACKERS. STORIA E PRATICA DI UNA CULTURA

DI FEDERICO MAZZINI, LATERZA (2023, 200 PP.)

Se oggi sentite parlare di “hackers”, cosa vi viene in mente? Il nerd brufoloso, vestito di cuffietta e felpa col cappuccio, intento a scaricare i piani della Morte Nera mentre trilioni di caratteri cuneiformi compaiono sullo schermo del suo PC? Oppure quel famoso video “educativo” che, negli intenti, doveva spingere le persone a non scaricare file illegalmente («Non ruberesti una macchina…»), ma che nella realtà dei fatti non ha mai impedito a nessuno di piratare nulla?

Ecco, “piratare”: perché hacker e corsari condividono oggi lo stesso baule di immagini, forme e comportamenti? A spiegarlo è Federico Mazzini nel suo saggio, pubblicato da Laterza: in duecento pagine si parla del passato e del presente dei “pirati dell’etere”, dalle origini (i bluephone, di cui anche Steve Jobs fece larghissimo uso) alle attuali controversie, legali ma anche sociali e politiche. Hacktivismo, open-source, dark web: tutti termini che, dopo aver letto questo saggio, saranno forzatamente entrati nel vostro vocabolario. Attenzione, però: se già masticate l’argomento, potreste trovare questo libro un po’ troppo divulgativo.

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L’hacking non nasce con i computer. Già agli inizi del Novecento dei giovani appassionati modificavano i propri apparecchi radio per ottenere prestazioni non previste dal loro produttore. Alcuni decenni dopo, negli anni ’60, si diffondono i ‘phone phreaks’, degli ‘hacker dei telefoni’ che prefigurano molte caratteristiche della odierna cultura digitale. Con la diffusione dei PC i gruppi hacker diventano un fenomeno mediatico e di massa. Alla metà degli anni ’80, quello che fino ad allora era stato considerato come un ‘ragazzo prodigio’ si trasforma in una potenziale minaccia come autore di clamorose truffe o altre pratiche criminali. Ma in quegli stessi anni le pratiche hacker cominciano ad assumere un valore politico: nascono il cosiddetto hacktivismo e le comunità Free Software e Open Source, che in poco tempo rivoluzioneranno l’industria del software e la cultura digitale nel suo complesso. Oggi il fenomeno hacker è arrivato a occupare un ruolo di primo piano nella geopolitica contemporanea grazie alla nascita di gruppi su scala globale come Anonymous e all’incorporazione dell’hacking nelle strutture militari e di intelligence.


NEFANDO

DI MONICA OJEDA, TRADUZIONE DI MASSIMILIANO BONATTO, ALESSANDRO POLIDORO EDITORE (2023, 200 PP.)

Monica Ojeda è una scrittrice sudamericana nota per il suo “gotico andino”, come lo definisce Alberto Paolo Palumbo su Magma Magazine: un genere che mescola il folklore e l’immaginario delle Ande dell’America Latina con le tematiche più moderne delle creepypasta e delle leggende urbane online. Il risultato è «Nefando», sua seconda fatica letteraria, che mescola traumi e videogiochi.

Al centro della trama ci sono i tre fratelli Téran, che insieme ad altri coetanei hanno sviluppato un gioco («Nefando», appunto) che distribuiscono sul deep web, dal quale viene però rimosso per contenuti pedopornografici – fatto che un po’ rovina la nostra sospensione dell’incredulità, data la sua improbabilità. Ciò detto, Nefando non è un videogioco per pervertiti: è una sorta di terapia inconscia, attraverso la quale i fratelli Téran raccontano al mondo ma soprattutto a sé stessi le violenze e gli abusi che hanno subito da parte del padre, poi ritratte nel gioco in un vortice di specchi e di narrazioni.

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Nefando, viaggio verso le viscere di una stanza, è stato un videogioco online poco conosciuto e subito eliminato dalla rete a causa del suo criticato contenuto sensibile. Le esperienze dei giocatori sono, ora, al centro dei dibattiti gamers nei forum più profondi del deep web, però gli utenti non sembrano mettersi d’accordo: era un gioco dell’orrore per nerd, una immorale messa in scena oppure un esercizio poetico? Le viscere di quella stanza sono davvero così profonde e contorte? Sei giovani condividono un appartamento a Barcellona e le loro stanze vibrano come alveari. In ciascuna di esse fervono attività inquietanti e turbanti. I loro spazi privati sono architetture bianche dove si esplora il territorio dei corpi, della mente e dell’infanzia. Spiragli sull’abietto e sul racconto, che li collega al processo di creazione di un videogioco di culto.

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