Quotazione in borsa per Telegram? L’app vende 1 miliardo di dollari in obbligazioni

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Telegram è un’app in rapida crescita: grazie alla guida del suo fondatore Pavel Durov e all’abilità del suo team di sviluppo, Telegram non soltanto è sopravvissuta a sette anni di dura competizione nel mercato della messaggistica, ma ha anche raggiunto il mezzo miliardo di utenti attivi al mese. Risultati che non sono stati raggiunti senza incidenti di percorso che hanno provato economicamente la piattaforma: per questo motivo Durov si è dovuto risolvere a trovare forme di finanziamento che consentano di mantenere operativa l’intera infrastruttura senza tuttavia perderne il controllo. Tra questi c’è anche la decisione di emettere una forma particolare di debito, utile a raccogliere denaro in vista di una quotazione in borsa: Durov ha annunciato proprio oggi che in questo modo sono stati raccolti 1 miliardo di dollari.

Siete pronti per scoprire non solo chi ha pagato così tanti soldi per Telegram, ma anche cosa Telegram ha effettivamente venduto?

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TELEGRAM RACCOGLIE 1 MILIARDO DI DOLLARI

Con la fama cresce la fame: Telegram ha bisogno di denaro e il team dell’applicazione è consapevole delle necessità finanziarie di una piattaforma con oltre 500 milioni di utenti attivi ogni mese. L’atteggiamento finora dimostrato dal suo fondatore, il miliardario russo Pavel Durov, è stato molto conservativo – una scelta motivata dalla sua storia personale. Prima di avviare nel 2013 l’app di chat Telegram Durov era il proprietario e AD del social network VKontakte, corrispettivo di Facebook in Russia: il suo successo contrastava però con la visione personale di Vladimir Putin, e di conseguenza Durov è stato costretto alla vendita del social e alla fuga dal Paese.

Con i soldi ricavati dalla vendita Durov ha finanziato l’ideazione e lo sviluppo di Telegram – una gestione che si è rivelata vincente, ma non proficua. Alla pari di altre società del digitale, come Discord, Telegram non è profittevole; a differenza però di Discord, Telegram ha anche molti conti da pagare. Durov non ha mai pianificato di rimanere per sempre l’unico finanziatore della sua creazione: nonostante alcuni investimenti intelligenti, il miliardario russo non può sostenere a lungo i 220 milioni di dollari che si suppone ogni anno vengano bruciati dai costi di gestione dei server di Telegram [errata corrige: i costi sono riferiti alla gestione annuale e non mensile della piattaforma, come precedentemente riportato; ci scusiamo per l’errore].

A partire dal 2017 l’app aveva dunque avviato lo sviluppo di una criptovaluta e di una blockchain proprietaria – chiamate rispettivamente Gram e Telegram-Open-Network – che nei piani dell’azienda avrebbe sostenuto i costi della piattaforma. Tuttavia, una gestione erronea e fallimentare del progetto aveva portato la Security and Exchange Commission americana a costringere Telegram ad abbandonare ogni velleità di sviluppo economico nel settore delle monete digitali. Se volete saperne di più, potete leggere QUESTO articolo sulle vicende della TON.

La crisi non si era però conclusa senza spargimenti di sangue: Durov aveva infatti raccolto 1,7 miliardi di dollari da due round di finanziamento – soldi che la società aveva già speso nel momento in cui era stata costretta a smantellare la TON e tutto il resto. La SEC aveva concesso a Telegram di trattenere il 30% del denaro, e Durov era riuscito a ripagare parte degli investitori – circa il 72% dei duecento originali. I rimanenti si erano però dovuti accontentare di un prestito, nella forma del denaro concesso per il finanziamento della TON, che Durov aveva promesso di ripagare interamente e con un 10% di interessi. Non tutti gli investitori si sono detti soddisfatti dell’offerta, altri (come il proprietario della piattaforma di pagamenti russa Qiwi) hanno invece accettato: nonostante la buona volontà dei finanziatori, Durov dovrà comunque pagare la somma dovuta – e dovrà farlo entro il 30 aprile 2021.

Per coprire l’ammanco, e soprattutto per finanziare un avvenire che molti reputano roseo per una delle poche realtà originali del panorama social, il miliardario ha già anticipato da qualche mese che Telegram ricorrerà a inedite forme di monetizzazione – tra cui la pubblicità nei canali. Dato che però l’azienda necessita anche di fondi immediati, Pavel Durov ha annunciato oggi che un numero indefinito di sconosciuti finanziatori ha accettato di acquistare obbligazioni di Telegram pari a un miliardo di dollari. Tali obbligazioni, della durata di cinque anni, sono – come ha ricordato lo stesso Durov – una “forma di debito” che dovrà comunque essere ripagato in qualche modo.

Non esiste una lista di partecipanti all’iniziativa; gli unici che si siano rivelati come tali sono il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti Mudabala Investiment Partners, che ha versato due tranche di 75 milioni di dollari ciascuna – una per sé, e la seconda a nome di Abu Dahbi Catalyst Partners, joint venture tra il fondo sovrano emiratino e il fondo statunitense Falcon Edge Partners. Lo scopo del governo emiratino è di mantenere Telegram ben legato ad Abu Dahbi, dove Reuters sostiene che presto l’app ufficializzerà l’apertura di una sede fisica. L’eclettismo di Telegram può infatti rappresentare una calamita per altre startup, e trasformare il piccolo emirato nella Silicon Valley del Medio Oriente. Nessuno dei due fondi ritiene che l’acquisto delle obbligazioni garantisca loro un diritto di prelazione su Telegram, ed è possibile che lo stesso pensiero sia stato fatto da tutti gli altri partecipanti all’investimento.

Durov è stato molto chiaro nel suo messaggio d’annuncio: egli vuole che Telegram “rimanga indipendente; una fonte anonima ma ben informata ha infatti detto alla rivista online Tech Crunch che Durov sarebbe “terrorizzato da investitori di qualsiasi genere“. Come dargli torto? Gli ultimi con cui ha avuto a che fare gli hanno soffiato l’azienda. Per questo motivo avrebbe rifiutato proposte assai generose da parte di finanziatori che all’inizio di quest’anno avrebbero offerto 3-4 miliardi di dollari per l’acquisto del 5-10% della piattaforma, portando il suo valore di mercato a 30-40 miliardi di dollari. Giusto per fare un confronto, Microsoft starebbe completando l’acquisizione di Discord per 10 miliardi di dollari.

Secondo il quotidiano online The Information, che aveva riportato il rumor di un round di finanziamenti all’inizio dell’anno, all’acquisto di obbligazioni avrebbero partecipato aziende e alcune banche, oltre a fondi d’investimento sia privati che statali. Le obbligazioni garantiscono un ritorno del 7-8% di interessi all’anno, e garantiscono uno sconto del 10% sull’acquisto di azioni nel caso in cui Telegram dovesse quotarsi in borsa. Questo tipo di finanziamenti non è nuovo nell’industria digitale (anche Uber ne ha fatto ampio uso per finanziare il proprio modello di business); l’ipotesi di una quotazione potrebbe trovare d’accordo anche Markus Ra, a capo della sezione marketing di Telegram e che sempre a The Information aveva detto che Telegram stava “considerando varie opzioni in linea con la sua etica incentrata sulla privacy“, ma che non si sarebbe mai impegnata in un obbligo che preveda “un’inderogabile uscita di scena“.

Durov infatti promette che Telegram diventerà “un progetto sostenibile finanziariamente che potrà servire l’umanità per decenni (se non secoli). È ovvio che una chiusura dell’app non è nemmeno tra le “opzioni nucleari” della dirigenza dell’applicazione – e la quotazione in borsa, qualora avvenisse, non sarebbe un evento tragico per i desideri di controllo di Durov. Seguendo l’esempio di altri CEO – come Mark Zuckerberg, o Evan Spiegel di Snapchat – il fondatore di Telegram potrebbe distribuire due tipologie di azioni (“normali” e “super“) che potrebbero garantirgli il controllo matematico e assoluto del consiglio di amministrazione, così da evitare di subire l’influenza o il potere di investitori esterni. Una scelta che, vista la portata e la mole delle informazioni sensibili gestite da Telegram, ci sentiamo di appoggiare in toto.

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Fonte The Wall Street Journal The Information Tech Crunch
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