La privacy di Apple danneggia la concorrenza? | #Applefun

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Se doveste mai sentire che WhatsApp è in polemica con Apple per via di questioni legate alle nuove politiche della privacy dell’App Store, mentalmente sapreste già quali ruoli assegnare alle parti in lizza. Whatsapp, che è un’app di chat di proprietà di Facebook, è il Cattivo, mentre Apple che da qualche anno a questa parte ha dichiarato di voler incardinare il proprio business sul rispetto della privacy è il Buono. Eppure, le critiche mosse da WhatsApp alla nuove policy sulla privacy di Apple non sono completamente fuori luogo: a fianco di un’ottima notizia per gli utenti iOS, e per le quali non possiamo non provare almeno un po’ di invidia, si nasconde un ulteriore strumento per la preservazione del monopolio di Apple sulla messaggistica attraverso iMessage.

Siete pronti per scoprire perché le nuove funzioni per la privacy di Apple potrebbero essere uno strumento per la preservazione del monopolio di iMessage?

I VALORI NUTRIZIONALI DELLA PRIVACY DI APPLE

Lo scorso giugno, nel corso dell’ultimo WWDC (corrispettivo del Google I/O, ossia un evento durante il quale vengono presentate le novità che l’azienda introdurrà nei mesi successivi) Apple aveva annunciato che sarebbe stata introdotta una nuova funzione sull’App Store: i “valori nutrizionali” delle app. Basta usare un po’ di fantasia per capire che un’applicazione può avere una sola fonte di sostentamento: i dati, sia quelli immessi nelle fasi di registrazione ai servizi forniti, sia quelli forniti attraverso il loro utilizzo.

Tali “valori nutrizionali” non sono dunque che delle etichette, apposte nelle schede delle app presenti negli App Store di tutte le piattaforme Apple (dunque non solo iOS, ma anche Mac OS, TvOS…), che consentono di ottenere in pochi minuti di lettura una panoramica sufficientemente esaustiva delle informazioni personali che l’app che andiamo a scaricare richiederà per funzionare correttamente.

Le etichette non sono obbligatorie di per sé – dunque non stupisce che applicazioni come Telegram o Chrome, sull’App Store, presentino in corrispondenza della nuova scheda “Privacy” una desolante indicazione: “Nessun dettaglio fornito“. Proseguendo nella lettura si scopre tuttavia che gli sviluppatori che invieranno un aggiornamento a un’applicazione già presente sull’App Store (o che intendono pubblicare una nuova app), dovranno per forza compilare l’etichetta.

Queste etichette, nuovi strumenti per la privacy di Apple, sono suddivise in tre macrocategorie:

  • Dati utilizzati per monitorarti: al loro interno sono elencate le tipologie di informazioni che vengono richiesti da parte dell’app ad altri servizi esterni per tracciarvi, generalmente per finalità pubblicitarie. Allo stesso modo, il termine “monitoraggio” in questo senso significa che l’applicazione (eventualmente) vende o fornisce questi dati a servizi esterni, anche in questo caso per scopi promozionali;
  • Dati collegati a te: dati che vengono usati per identificarvi in quanto utenteper esempio, in relazione ad un profilo usato nell’app – ma anche per finalità pubblicitarie;
  • Dati non collegati a te: dati che sono raccolti senza però che sia possibile utilizzarli per tracciarvi, poiché anonimizzati.

Leggere queste schede può avere lo stesso effetto di una doccia fredda per certi sviluppatori, che si servono di una maschera di belle intenzioni per nascondere la propria fame vorace di informazioni – e che ora, con questo nuovo regolamento, saranno costretti presto o tardi a svelare il proprio gioco. Si tratta poi di una novità che anche Google potrebbe imitare, con profitto per tutta la comunità dei suoi utenti Android. Tuttavia, nonostante il generale consenso che le nuove etichette per la privacy di Apple hanno raccolto, c’è chi accusa la casa di Cupertino di sfruttare una giusta causa per il proprio tornaconto. Non senza ragione.


WHATSAPP CONTRO LA PRIVACY DI APPLE

Come molte altre app, anche WhatsApp ha rilasciato un post sul suo sito ufficiale nel quale spiega dettagliatamente le finalità dei dati raccolti da parte del proprio servizio. La scelta di WhatsApp non riflette solamente la volontà della piattaforma di offrire di sé un’immagine il più trasparente possibile, ma anche di chiarire alcuni punti che all’interno dell’App Store potrebbero essere travisati a prima vista poiché equivocabili.

La stessa applicazione infatti nota, con fare polemico, che lo spazio a disposizione degli sviluppatori per informare i loro utenti sugli scopi dei dati raccolti è limitato. Perché la stessa informazione, ad esempio, può essere usata per scopi di lucro ma anche di sicurezza – ma le etichette della privacy di Apple non consentono di essere così esaustivi, limitandosi a presentare un elenco delle informazioni collezionate e basta.

WhatsApp va oltre: Apple viene accusata, tra le righe ma nemmeno troppo, di favoritismo nei confronti dei propri servizi, e in particolare di quelle app che non richiedendo l’installazione dall’App Store (poiché direttamente preinstallate nei dispositivi venduti dalla compagnia) non dispongono di una scheda della privacy come quella che invece i suoi concorrenti sull’App Store sono costretti a fornire. iMessage, ad esempio: app che in Italia è nota come Messaggi e che fornisce una modalità di contatto tra utenti Apple che si pone in effettiva concorrenza ad altre app di messaggistica. Non si tratta di un’accusa infondata: Apple non è nuova a sottili strategie di discriminazione che puntano a favorire la propria app di chat; iMessage non possiede un’etichetta della privacy poiché non è scaricabile dall’App Store, e dunque non è possibile comparare a prima vista le informazioni prelevate da Apple per l’uso di iMessage con quelle richieste dalla sua concorrenza – come WhatsApp, Telegram, Signal.

Apple ha risposto alle critiche, annunciando che tutte le sue app e servizi saranno ugualmente dotati di un’etichetta, alla pari di qualsiasi altro sviluppatore; le applicazioni che non sono disponibili sull’App Store saranno equipaggiate di una scheda informativa sul sito di Apple. Viene da sé, tuttavia, che una soluzione del genere non è equiparabile in termini di reperibilità e facilità di consultazione a una scheda posta direttamente nell’App Store dalle quali le app vengono scaricate, controllate e aggiornate, e pone iMessage in una situazione di vantaggio relativo rispetto alla concorrenza.

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