Le politiche pro-privacy di Apple arricchiscono Facebook | #Applefun

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Certe nomee sono difficili da cambiare, specie poi se i comportamenti adottati non dimostrano alcuna forma di rottura con il passato. Con lo scandalo di Cambridge Analytica, accaduto ormai due anni fa, Facebook si è guadagnato una fama sinistra nel campo dei dati personali a causa di un modello di business basato sul loro sfruttamento, tra l’altro non sempre controllato o limpido. Per questo sorprende che la nuova politica di difesa della privacy di Apple possa in un qualche modo aiutare proprio Facebook; lo sostiene un report del quotidiano online The Information, il quale ha interrogato i rappresentanti di diverse compagnie occupate nella vendita di pubblicità online che hanno esposto un quadro controverso delle conseguenze della nuova politica di Apple in merito ai dati personali.

Siete pronti per scoprire perché la nuova politica a favore della privacy di Apple è diventato un involontario assist per Facebook?

TRA MOGLIE E MARITO, (NON) METTERE IL DITO

Era il 2017 quando Apple lanciò l’Intelligent Tracking Prevention. L’inizio di una vera e propria svolta sulla politica di gestione dei dati personali di Apple, che nella persona del suo CEO Tim Cook aveva immediatamente compreso da che parte avrebbe soffiato il vento. In pieno scandalo Cambridge Analytica, Apple comprese che la difesa della privacy sarebbe stata un ottimo modello di business: innanzitutto poiché si trattava di un business etico, era sfruttabile soprattutto a livello pubblicitario; dall’altra, alla compagnia costava davvero poco implementarlo in quanto – a differenza del concorrente Google – non aveva mai sviluppato un proprio sistema di vendita di pubblicità.

Per quanto già dal lontano 2003 Apple avesse chiuso ai cookie di terze parti su Safari, rapidamente le aziende avevano trovato diversi punti deboli nel sistema di blocco tali da garantirgli di operare coerentemente ai bisogni del mercato per più di un decennio. Il rilascio dell’ITS fu un vero e proprio colpo basso dunque per quanti invece commerciano dati personali, nella vendita dei cookie di terze parti, per il mercato pubblicitario. Il sistema delle aste attraverso le quali si determinano i prezzi delle pubblicità funziona infatti secondo l’equazione “più sono, più valgono”. Più persone vedono una pubblicità, maggiori sono le probabilità che qualcuno ci clicchi sopra e decida di comprare il prodotto sponsorizzato. Se dunque il numero degli utenti Apple che concedono il proprio assenso all’accesso ai cookie da parte dei servizi pubblicitari si abbassa, a sua volta diventa meno conveniente, per chi desidera mostrare loro una pubblicità, pagare per averne la possibilità.

La seconda spallata inferta da Apple a questo mercato ha avuto luogo pochi mesi fa, con il rilascio dell’aggiornamento della tecnologia Intelligent Tracking Protection alla versione 2.1. Se prima l’ITP consentiva a tutti gli utenti Safari di gestire in maniera indipendente il proprio consenso alla cessione dei cookie di terze parti, il nuovo update include negli strumenti di controllo anche quelli di prima parte. Questi sono i cosiddetti “cookie bianchi”, in quanto – a differenza di quelli di terze parti che funzionano esclusivamente nel e per il mercato pubblicitarioaiutano gli editori ad analizzare il comportamento dei propri visitatori: in questo modo molti siti web, noi compresi, intuiscono quali articoli o pagine vengono visualizzate di più, quali contenuti i lettori preferiscono, e così via.

La “colpa” di questo aggiornamento è imputabile alle stesse aziende pubblicitarie, che hanno sfruttato nei due anni trascorsi tra il primo ed il secondo aggiornamento dell’ITP il “salvacondotto” offerto ai cookie di prima parte, “trasformandoli” in cookie di terze parti. Questo stratagemma ovviamente è stato notato da Apple, che ha deciso di chiudere i condotti della pubblicità riconducendo nuovamente i partecipanti al mercato dell’advertising online su un unico campo da gioco. Perlomeno nel mondo di Apple.

CHROME, TUTTO SUO PADRE

Apple gioca pesante perché sa di avere i numeri per permetterselo, perlomeno negli USA e perlomeno nel mercato pubblicitario. Safari consta del 53% tra i browser utilizzati su smartphone negli Stati Uniti, e solamente l’8% dei suoi utenti concede il permesso di utilizzare i cookie per il tracciamento pubblicitario e analitico. La stessa percentuale, più o meno, si registra tra gli utenti di Safari su desktop.

Il numero degli utenti che concede il tracciamento dei cookie di terze parti

La stretta sulla privacy di Apple non è un’esclusiva del marchio di Cupertino: recentemente anche un altro produttore di browser, anch’esso ben lungi dal possedere una posizione dominante nel mercato globale, ha deciso di puntare sul rispetto della privacy quale carta vincente per promuoversi tra gli utenti ancora fermi su Chrome, o Edge. Parliamo ovviamente di Mozilla, autrice del browser Firefox il quale ha recentemente introdotto una funzione simile nei contenuti e nelle conseguenze all’ITP di Apple; per quanto Firefox sia praticamente insignificante nel mercato dei browser per smartphone, dispone di una significativa presenza su desktop (intorno all’8%) tale da rendere poco attrattivo (nei sistemi di aste pubblicitarie) a sua volta quell’11% di utenti che acconsentono al tracciamento dei cookie

Gli utenti Chrome sono invece tutta un’altra storia. Sia perché forse meno attenti alla privacy di Apple e la sua base d’utenza, sia (più probabilmente) per via dell’assenza di una suite simile all’ITP, al 79% concedono il proprio assenso ai cookie su smartphone. La stessa cosa dicasi per gli utenti Edge.

TRA I DUE LITIGANTI…

La disamina sul mercato della privacy sconvolto dal nuovo business di Apple vi avrà fin qui sicuramente affascinato, facendovi al contempo sorgere il dubbio sull’effettiva presenza di una correlazione tra tutto questo, e Facebook. In che modo Facebook avrebbe tratto giovamento da una decisione che riguarda quasi esclusivamente il mercato dei browser?

Perché Facebook rappresenta una “scappatoia” per le aziende che commerciano pubblicità. L’impossibilità di raggiungere gli utenti Apple attraverso i cookie ha reso più appetibili modelli alternativi di tracciamento per le compagnie che la pubblicità la vogliono acquistare per vendere i propri prodotti. L’Intelligent Tracking Protection non ha infatti effetto sulle applicazioni, e quella di Facebook è tra le più utilizzate su iOS. In questo modo la scelta di proteggere la privacy di Apple ha permesso ad una delle compagnie più controverse in materia di dati personali di vedere il proprio profitto crescere, grazie al valore acquisito dai propri spazi pubblicitari. Lo stesso discorso dicasi per Amazon, la sua app e le abitudini di consumo dei suoi utenti. 

D’altra parte, anche Google ha tratto giovamento dal rilascio delle nuove funzioni pro-privacy. L’aumento del valore delle pubblicità ha coinvolto anche e soprattutto l’advertising su Chrome, che rimane ora l’unico browser con la più alta percentuale di mercato a consentire il tracciamento dei cookie. Tuttavia, non è detto che la situazione rimanga tale a lungo: non è infatti assurdo immaginare che Google possa essere in futuro costretto, seppure in maniera meno brutale, diretta ed efficiente di Apple, ad arginare il tracciamento anche sulla propria piattaforma

A quel punto il caos provocato da Apple si appianerebbe, in quanto ogni azienda specializzata in vendite di pubblicità si troverebbe a competere affrontando le medesime limitazioni

Non tutti però sono convinti che, anche in una situazione di svantaggio come quella presente attualmente sui browser Safari, non ci si possa convertire ad un altro modello di business. Ne è convinto Jason Kint, CEO di Digital Content Next, il quale sostiene che sia scioccoabbandonare” gli utenti Apple, che rappresentano una demografica estremamente attrattiva per gli advertiser (interagiscono molto con le pubblicità, dispongono di redditi più alti rispetto alla media…). Ad esempio, si potrebbe proporre loro pubblicità correlate non alla propria cronologia, bensì al contenuto che stanno visualizzando: banner di fumetti su siti che parlano di fumetti, o sponsorizzate per saggi di politica su editoriali di quotidiani online. Un formato pubblicitario definito “content advertising”, che stando a Kint sta prendendo sempre più piede grazie ad Apple e che, in effetti, sembra molto meno inquietante rispetto a quello attuale.

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