La privacy tradita da Apple in Cina | #Applefun

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Difendere la privacy in uno stato di diritto è un facile mestiere. La presenza di un’opinione pubblica libera di esprimersi ed educata a farlo, la partecipazione dei media nell’attività di vaglia di un’approccio più libero o restrittivo alla privacy sono tutte caratteristiche che incoraggiano prese di posizione apparentemente impopolari all’interno di un mercato capitalistico fortemente sbilanciato sui dati personali e la loro commercializzazione. La strambata di Apple sulla privacy e l’approccio etico alle informazioni personali può averla posta su un piedistallo a cui Google, Facebook e altre multinazionali della tecnologia possono solo guardare, sospirando, dal basso mentre scavano nelle vite private dei propri utenti alla ricerca di dati utili alla vendita. Tuttavia, i fatti che coinvolgono Apple in Cina degli ultimi giorni ben rivelano quanto sia difficile mantenere un simile approccio morale in un contesto dove ogni cosa – il mercato, la legge, l’opinione pubblica – sono controllate da un attore statale unico, tutto, inconfutabile.

Abbiamo dunque voluto raccogliere qui fatti, pareri e impressioni sui comportamenti di Apple in Cina, verso la Cina e con la Cina, per capire perché una delle più grandi compagnie del pianeta sia costretta ad accettare supinamente le imposizioni di un Paese illiberale.

Siete pronti per scoprirlo?

UN IDOLO D’ORO

Non è un mistero che la Cina sia il luogo dal quale gli iPhone vengono prodotti e spediti in tutto il mondo. Qualora non abbiate mai messo le mani su un modello di smartphone Apple, notando così la scritta “Made in China” chiaramente stampata sul retro, vi sarà certamente giunta voce della fabbrica che, posta nel distretto industriale di Shenzen, si occupa della manifattura dei device mobili e meno mobili di Apple.

La fabbrica di Foxconn, chiamata anche “Foxconn City” o “iPod City” per via delle dimensioni estreme (impiega infatti tra i 200mila ed i 400mila operai), divenne tristemente famosa negli ultimi anni di vita di Steve Jobs per via della qualità della vita di coloro che vi erano impiegati: ritmi di produzione massacranti e un ambiente di lavoro statico e soffocante avevano portato molti quotidiani a rinominare la cittadella di Foxconn come la “fabbrica dei suicidi” (8 riusciti ed almeno 30 tentati ma andati a vuoto, nel 2010).

C’è un’azienda, in Cina, che usa un busto d’oro di Steve Jobs per accogliere i clienti

Tuttavia sono proprio questi gli ingredienti di una ricetta che tiene il banco ancora oggi, per Apple e per molte altre aziende che continuano ad impiegare manodopera cinese nella quasi totalità della propria linea produttiva. Per quanto le cose in Cina siano cambiate negli ultimi due decenni, e il mito del Paese dove la forza-lavoro è abbondante ed economica si sta rivelando essere, appunto, una storia vecchia: il Paese è diventato più ricco, e con il PIL sono cresciuti anche gli stipendi non solo dei dirigenti, ma anche dei lavoratori meno specializzati (pur non con le medesime proporzioni).

Non vi stupirà dunque sapere che non è stato il costo della manifattura ad aver spinto le multinazionali della tecnologia americane all’esodo in Cina nei primi anni del Terzo Millennio, ed a rimanerci – Apple compresa. Sembrano davvero lontani i tempi in cui Steve Jobs affermava con orgoglio nel 1983 che i Macintosh erano macchine “costruite in America“. La stessa persona, quasi trent’anni dopo, avrebbe risposto a Barack Obama che Apple “non deve risolvere i problemi dell’America; se nemmeno le richieste del Presidente degli Stati Uniti avevano l’autorità di spostare nuovamente la produzione degli iPhone negli USA, chi poteva?

Nessuno. Il problema di Apple non è (esclusivamente) di carattere economico. Lo sapeva Tim Cook, che da operation expert fu nel 2004 l’artefice della traslazione del segmento produttivo dei computer Apple in Cina, e che per una crudele ironia della sorte è colui che oggi ne paga maggiormente le conseguenze. Lo immaginava Steve Jobs, e ne ebbe la riprova nel 2007 quando, a sei settimane dal lancio del primo modello di iPhone, decise che il dispositivo non avrebbe montato uno schermo di plastica, tanto suscettibile ai graffi: si doveva dunque progettare, assemblare e produrre un telefono con schermo di vetro a tempo di record.

Un primato che nessun impianto americano avrebbe mai potuto raggiungere: per quanto Apple avesse già selezionato un’azienda americana per la fornitura del vetro necessario (Corning Inc), ricorda il The New York Times in un’articolo del 2012 (parte di una serie, denominata iEconomy, vincitrice del Premio Pulitzer nel 2013), nessun centro produttivo localizzato negli Stati Uniti aveva le dimensioni, i materiali e la manodopera necessaria per supplire alle richieste. Occorrevano centinaia di pezzi di vetro da utilizzare come materiali per i test, una fabbrica vuota, ingegneri specializzati – tanti, quasi un esercito. Tutto questo una delegazione di Apple lo trovò a Shenzen: già da tempo polo industriale, il taglio alle tasse operato dal governo cinese aveva reso il posto estremamente attrattivo per le compagnie straniere. E così lo fu per Apple: i proprietari dell’azienda misero a disposizione, gratuitamente, il vetro necessario per le prove, gli strumenti per il taglio e la manodopera richiesta che, grazie alla presenza di dormitori in loco, poteva distrarsi il meno possibile così da dedicare tutto il tempo necessario alla produzione degli iPhone, per 12 ore al giorno.

Una catena produttiva che si poteva trovare solo in Cina,impensabile negli Stati Uniti” come ebbe a dire proprio Tim Cook a chi gli chiedeva cosa impedisse ad Apple di fare ritorno a casa. Dopo un mese di esperimenti, la produzione partì: l’avvio stesso fu tipicamente “cinese. Il primo camion contenente i materiali per la lavorazione arrivò infatti nel cuore della notte: invece di aspettare la successiva giornata lavorativa, gli operai vennero svegliati e portati in fabbrica sul momento. Nell’arco di un mese, erano già stati venduti oltre un milione di iPhone.

L’ANNO DEL MAIALE

Nel 2017 Cynthia Hogan, vice president for public policy and government affairs di Apple, scrisse una lettera ai senatori Patrick Lehay e Ted Cruz, in risposta alle preoccupazioni manifestate dai due destinatari riguardo il crescente coinvolgimento di Apple nel mercato cinese. Una lettera può essere facilmente paragonata ad una bottiglia di vino, per quanto l’associazione tra i due elementi non sia immediata a tutti. Per fare un esempio: entrambe non sono nulla senza il liquido che le definisce – da una parte l’inchiostro, dall’altra il frutto del mosto. Ancora: il loro abuso può portare a dire cose compromettenti, rompere amicizie o rovinare per sempre rapporti di lavoro, o di potere. E sia le lettere che le bottiglie di vino possono invecchiare bene – ed in quel caso è sempre un piacere ogni volta che le si prende in mano – oppure diventare aceto, dopo appena pochi anni.

La lettera di Cynthia Hogan è diventata aceto dopo pochi giorni. Leggendo alla luce degli ultimi eventi quanto scritto dalla rappresentante dell’azienda – “siamo convinti che Apple possa promuovere al meglio i diritti fondamentali, come la libertà di espressione, mettendosi in gioco persino laddove potremmo mettere in discussione le leggi di un determinato Paese” – non si può che ridere, o rabbrividire. La situazione di Apple in Cina era tanto compromessa due anni fa quanto lo sia oggi – a riprova di ciò, il senatore Ted Cruz ha firmato un nuovo appello, pochi giorni fa, sostanzialmente per porre ad Apple le stesse domande, ma con toni molto più ostili e minacciosi.

Tuttavia, dopo un decennio trascorso relativamente nell’oscurità e promosso all’attenzione del pubblico principalmente per fatti di cronaca (lo stato di salute dei dipendenti della fabbrica dove vengono prodotti gli iPhone), lo stato e la natura delle relazioni di Apple in Cina con il governo comunista è diventato materia di discussione ormai quotidiana a causa – o per merito – di due avvenimenti, apparentemente indipendenti l’uno dall’altro.

Da una parte infatti Tim Cook ha trovato nella privacy la nuova vocazione commerciale di Apple: dal palco del WWDC 2019 ha promosso con sincera convinzione le nuove funzionalità a favore della riservatezza dei dati degli utenti che i nuovi aggiornamenti di iOS e degli altri software di Cupertino disporranno (o già dispongono); non ha perso occasione per scagliarsi addirittura contro società concorrenti, colpevoli di porre il profitto davanti al benessere della propria clientela. Ah, l’ironia!

Dall’altra il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avviato una guerra commerciale con la Cina – sia per calcolo politico, sia per ragioni di natura economico-ideologiche. Questo ha portato i media occidentali a concentrarsi sul dragone asiatico in maniera più approfondita e consapevole, e di riflesso anche l’opinione pubblica. Ciò naturalmente non ha giovato ad Apple, le cui storture ed ipocrisie si sono accentuate con il terzo evento che prenderemo in considerazione, una patata tanto bollente da accendere con violenza la miccia delle contestazioni contro la casa di Cupertino.

Un’immagine dello skyline di Hong Kong tra la nebbia

Parliamo (ovviamente) delle manifestazioni ad Hong Kong: decine di migliaia di persone si sono riversate per le strade della già colonia inglese a protestare contro una legge sull’estradizione, promossa dalla governatrice della regione, che avrebbe aumentato il controllo dello scomodo vicino su di un territorio che per cultura, sistema politico ed educativo (lo stesso che avrebbe insegnato ai suoi cittadini troppo “spirito critico”, secondo il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, grazie agli insegnamenti di dottrine liberali) si sente altra cosa rispetto alla Cina.

Questi tre elementi si sono disciolti in una soluzione esplosiva, facendo saltare il tappo dell’illusione che si è riversata sul vestito, fino a quel momento immacolato, del CEO di Apple. Tutti i compromessi che Apple ha dovuto subire e sopportare per rimanere all’interno del mercato cinese sono diventati ben evidenti, esemplificati da una serie di decisioni ben poco in linea con quanto affermato da Tim Cook ad inizio anno:

  • lo scorso agosto viene scoperta, dal team Project Zero di Google, una vulnerabilità negli smartphone di Apple che avrebbe consentito ad attori maligni di immettere pericolosi spyware in un numero imprecisato di smartphone, semplicemente visitando determinati siti web. Qualche giorno più tardi si verrà a sapere che dietro queste manomissioni informatiche si trova probabilmente il governo cinese, intendendo colpire tramite questa campagna di attacchi la popolazione della minoranza Uigura, perseguitata come molte altre minoranze all’interno del Paese. All’interno del comunicato ufficiale di Apple tuttavia, non si fa menzione diretta del governo cinese, per quanto venga riconosciuto che gli Uiguri erano la vittima designata di questi attacchi.
  • il 5 ottobre emojipedia scopre che, tramite un aggiornamento, Apple ha rimosso il supporto alla bandiera taiwanese dalle tastiere non solo degli utenti cinesiPechino considera Taiwan una “provincia ribelle”, non uno Stato autonomo – ma anche di quelli di Hong Kong e Macao, territori autonomi finora rimasti esclusi da questo trattamento censorio.
  • il 9 ottobre Apple rimuove, riammette (in seguito alle proteste) e successivamente elimina per una seconda volta l’app HKMap.live, utilizzata dai manifestanti di Hong Kong per evitare i posti di blocco e di controllo della polizia. Basata su un sistema di segnalazioni da parte dei manifestanti stessi, la sua rimozione viene giustificata sia in un comunicato sia all’interno di un’email inviata ai dipendenti dell’azienda da parte di Tim Cook stesso, dove si precisa che l’applicazione era stata usata per “aggredire poliziotti e “mettere in pericolo i residenti di Hong Kong” approfittando dell’assenza di forze di polizia in determinate aree, come segnalato dall’app. Ma sia i leader della protesta che diversi esperti statunitensi dissentono su questa versione, evidenziando tra l’altro la sospetta tempestività di Apple nel rimuovere un’app e nel giustificare soprattutto tale rimozione. Tra l’altro, l’iniziale espulsione era stata avviata da una critica alle sue funzioni pubblicata sul giornale ufficiale del Partito Comunista Cinese.
  • il giorno dopo, l’11 ottobre, Buzzfeed pubblica un report nel quale si evidenzia come Tim Cook avrebbe invitato già nel 2018 i produttori di contenuti per Apple TV+ (il servizio di streaming di Apple) ad evitare di mostrare la Cina sotto una luce negativa. Una notizia davvero spiacevole, sottolinea il ricercatore di Human Right Watch Yaqui Wang, poiché i contenuti saranno trasmessi ad un pubblico anche occidentale, che potrebbe dunque rimanere condizionato da manipolazioni od omissioni nell’esposizione di fatti o realtà proprie dello Stato cinese.
  • sempre sulla scia della precedente notizia, il 19 ottobre Bloomberg riporta che Apple non avrebbe avanzato un’offerta per l’acquisizione dei diritti di streaming dello show animato South Park (finiti poi all’americana HBO) per la piattaforma Apple TV+, in quanto contenente diversi episodi dove il sistema di censura cinese viene dipinto in maniera satirica o parodistica.
  • qualche settimana fa invece è stato scoperto che non è Google, bensì il colosso cinese Tencent a gestire insieme ad Apple la funzione di Safe Browsing di Safari. Normalmente se ne fa uso per mantenere la propria navigazione protetta contro i pericoli online: Apple invia ad un database gestito da Google ogni URL sospetto e, qualora questo si concretizzi in una minaccia reale, l’utente ne viene messo in guardia. In Cina però, dove è appunto Tencent a svolgere la stessa attività operata altrove da Google, si teme che questa funzione possa essere utilizzata per controllare la cronologia di navigazione o censurare ulteriormente contenuti sgraditi al governo centrale.
  • il 22 ottobre si è avuta invece notizia che Tim Cook è stato eletto presidente dell’Università Tsinghua, del cui comitato esecutivo era membro già da tempo; non si tratta di un fatto inusuale, né comprovante di qualsivoglia collegamento tra Apple e il governo o le istituzioni cinesi: Mark Zuckerberg ha ricoperto la medesima carica in passato, benché Facebook sia ancora oggi bloccato in Cina. L’Università Tsinghua è nota per essere uno dei migliori centri al mondo per lo studio di ingegneria, sorpassando nelle classifiche persino il ben più noto Massachusetts Institute of Technology. Il tempismo della nomina, che avrà validità di tre anni, è sicuramente fuori luogo per la popolarità del presidente di Apple.
  • il 4 novembre Apple si è rifiutata di comparire ad una sessione d’ascolto da parte del Congresso americano, nella figura del senatore repubblicano Josh Howley, in merito alle connessioni di Apple con il governo cinese.

COS’HA DA PERDERE APPLE – E COSA POTREBBE AVERE GIÀ PERSO

Durante gli anni ’70 dell’Italia si diceva, a proposito della sua posizione geopolitica, che “aveva una moglie americana, e un’amante araba“. Con quest’ironica espressione si voleva sottolineare la dualità dei rapporti internazionali del Belpaese: da una parte l’obbligo di rendere conto dei propri posizionamenti all’alleato statunitense, che desiderava e richiedeva assoluta fedeltà al Patto Atlantico; dall’altra la necessità di negoziare l’incolumità dei propri cittadini con le frange più estreme del nazionalismo arabo, cosa che spesso richiedeva delle oscillazioni notevoli dall’allineamento proprio dello schieramento occidentale.

Ebbene, la stessa metafora può essere utilizzata per descrivere l’attuale situazione di Apple – solamente, la nazionalità dell’amante da araba diventa cinese. La Cina continentale (territorio che comprende nelle rilevazioni sia la Cina comunista, che Hong Kong che Taiwan) costituisce infatti il terzo mercato per profitti per Apple dopo le Americhe e l’Europa.

A livello di applicazioni, nel suo ultimo report risalente all’inizio dell’anno la società di ricerca App Annie segnala che la Cina si è qualificata per il 50% dei download totali di app a livello mondiale (+70% dal 2018), inoltre oltre che per il 40% degli acquisti di applicazioni e in-app. Questi numeri, benché approssimativi (pur non essendo presente Google Play in Cina, App Annie annovera oltre all’App Store nella rilevazione anche i dati provenienti dagli app store alternativi per Android), ci segnalano quanto sia importante il ruolo della Cina nella sopravvivenza dell’ecosistema delle app iOS.

Sensor Tower, nella sua ultima analisi risalente al settembre 2019, evidenzia che le case di sviluppo cinesi sono presenti in egual numero (sei ciascuno) di quelle americane tra le 20 software house per numero di download nell’App Store; la Cina è inoltre al primo posto per numero di download di app dall’App Store, per quanto la differenza tra i download cinesi e quelli effettuati negli USA sia calata dai 690 milioni del 2018 ai soli 290 milioni del 2019. In Cina è stato infatti registrato un calo del -8,5% nei numeri di scaricamento, scendendo a 2,02 miliardi, mentre negli USA c’è stata una crescita del 14,1%, arrivando a 1,73 miliardi.

Gli ultimi dati di vendita dei produttori di smartphone in Cina, secondo Canalys

Ma non si tratta di una questione solo di software: in Cina Apple vende anche hardware – iPhone, iPad, Mac – che hanno reso un guadagno di 51 miliardi di dollari solamente nel 2018; il 2019 ha visto numeri meno entusiasmanti, tali da abbassare le aspettative di profitto a 43 miliardi (13,1 miliardi nel Q1, 10,3 miliardi nel Q2, e 9 miliardi nel Q3, mentre per il Q4 ci si attende almeno 10 miliardi di entrate). La concorrenza di Huawei pesa sui conti: secondo Canalys, dal 2018 Apple ha perso il -28% di quota di mercato, attestandosi ad un 5,1% pari a 5,2 milioni di iPhone venduti nel Q3 2019; per trarre conclusioni più solide dovremo tuttavia aspettare i risultati di fine anno, che ci racconteranno anche delle performance dei nuovi modelli di iPhone sul territorio cinese.

È comunque estremamente chiaro, stando a questi dati, che Apple ha molto da perdere e ben poco da guadagnare non solo da una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che difficilmente può sperare di influenzare, ma soprattutto dall’applicazione, in Cina, degli stessi atteggiamenti democratici e libertari che già si vanta di usare nel mercato domestico ed europeo, e che costituiscono uno dei nuovi pilastri della strategia comunicativa dell’azienda. L’ipocrisia manifesta di questo atteggiamento colpisce ben poco sia i consumatori della casa di Cupertino, sia i suoi dipendenti: perché? Una domanda legittima, basata su solidi precedenti visto che la sola notizia che Google potesse entrare in Cina con un motore di ricerca censurato ha sollevato tali e tante proteste da costringere Mountain View a cancellare i suoi piani.

La risposta ve l’abbiamo già fornita all’inizio di questo articolo, ed è la stessa che Steve Jobs aveva offerto ad Obama nel corso di quella cena di tanti anni fa. Innanzitutto, Apple è presente in Cina da sempre: non c’è stato uno strappo, motivato da – condivisibili – remore ideologiche nei confronti di uno stato totalitario e orwelliano come quello cinese, che abbia mai spinto Apple ad interrompere o sospendere la propria collaborazione con Shenzen ed il suo governo, così come successe a Google. Dipendenti e consumatori vedono la scritta “Made in China” come parte integrante e motivo caratteristico di un dispositivo Apple, quasi come può esserlo il simbolo della mela.

Non c’è stato alcuno shock ideologico da metabolizzare perché la scelta di andare in Cina è stata avallata da Steve Jobs (e mettere in discussione una scelta di Steve Jobs significa mettere in discussione la stessa filosofia Apple), e soprattutto perché senza Cina non potrebbe esistere l’iPhone. Tanto basta per lasciare i propri sentimenti pro-privacy persi nella fila per il prossimo modello di iPhone.

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