Forse non è vero che Telegram è l’alternativa a WhatsApp – Tecnologio

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Non si è mai abbastanza attenti nella scelta dei propri nemici

Oscar Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray

È opinione pressoché unanime che Telegram sia l’alternativa a WhatsApp. Alcuni, quell’articolo determinativo lo scrivono in maiuscolo, per indicare la precedenza di Telegram su tutte le altre piattaforme di messaggistica (Line, WeChat, Signal solo per citare le più famose). Altri si limitano a considerarla una promettente app di chat, ma priva di particolari attrattive che le permettano di sopravanzare sugli altri.

Quello che penso io, invece, è differente. Penso infatti che Telegram non sia l’alternativa a WhatsApp. O, meglio, non deve esserlo. Telegram è infatti l’alternativa ideale a Facebook.

Come ogni altro contenuto espresso in questa rubrica, la sua genesi ha avuto luogo all’interno di un contesto particolarissimo e personale, forse difficilmente replicabile (contrariamente però alle sue conclusioni, su cui tutti sarete probabilmente d’accordo).

L’idea che Telegram non sia l’alternativa a WhatsApp, quanto piuttosto a Facebook mi è saltata in mente durante un ozioso pomeriggio. Una volta infatti raggiunta e superata l’età dell’adolescenza, la piattaforma di Zuckerberg cessa di essere un posto di condivisione sociale – immagini, video, meme anche – diventando piuttosto un aggregatore di notizie e contenuti, prelevati da pagine e gruppi accumulati nel corso degli anni.

Nel corso degli anni, la dirigenza di Telegram ha più volte tentato di delegittimare la nomea di “app di chat sicura” di WhatsApp, ma senza grande successo (nella foto, un esempio)

Una presenza quasi decennale su Facebook (ancora due anni e potrò spegnere le candeline, sempre che io o Facebook resistiamo fino all’appuntamento) si presume comporti almeno un migliaio di Mi Piace a pagine e dunque in teoria una riserva infinita di materiale sul quale trascorrere ore e ore di inebetimento. Ma la verità è che l’algoritmo, spietato come una mano invisibile, regola da sé il mercato delle inserzioni di Facebook, castrandone la visibilità per gli amministratori delle pagine e limitando per me, fruitore dei loro servizi d’intrattenimento, la quantità di svago ottenibile (della qualità meglio non parlarne).

Annoiato come un ricco proprietario agricolo mi sono allora diretto su Telegram: sono iscritto all’applicazione da almeno cinque anni e di esperienze, incontri e contenuti ne ho visti davvero tanti; come su Facebook sono diventato membro (che equivale a dire, per i non-addetti ai lavori: “ho messo Mi Piace“) di decine e decine di chat, canali e gruppi, tanto da lottare costantemente con il limite imposto dall’applicazione che vieta di unirsi a più di una quantità X conversazioni pubbliche. Ed è stato proprio in quel momento, scorrendo la schermata principale, che è successo l’eureka: Telegram è l’alternativa a Facebook, non a WhatsApp.

Ma non è solo quest’aneddoto, peraltro poco appassionante ma tanto didascalico, a convincermi che Telegram non sia l’alternativa a WhatsApp che tutti pensiamo sia: sono i dati a farlo. Anzi, le prove: ve ne proporrò tre, e mi saprete dire voi se vi avranno convinto.


Prova n. 1 | Da quando Telegram ha avviato la sua personalissima strategia di espansione, inventandosi un formato ibrido a metà strada tra la messaggistica personale e il social networking, ogni influencer della piattaforma, giornalista e conoscitore esperto e appassionato di Telegram ha avviato una campagna di evangelizzazione nei confronti degli utenti WhatsApp. Che, diciamocelo, ha mai funzionato?

No: WhatsApp cresce sempre di più, e tra le app di Facebook è quella che regala più soddisfazioni in termini di statistiche di utilizzo giornaliere e mensili insieme ad Instagram. Convincere una persona ad abbandonare WhatsApp per Telegram è difficile, faticoso: richiede un lavoro di pazienza e metodo, spesso procura più frustrazioni che soddisfazioni e quand’anche si riesca a convincere un contatto a passare a Telegram – più per usura che per reale conversione c’è sempre il rischio di una crisi di rigetto che porti il paziente a riabbracciare la vecchia piattaforma.

Totalmente compresi all’interno della propria bolla, i guardiani della rivoluzione di Telegram non si rendono conto che, oltre alle funzioni di consegna ed invio di messaggi, poco altro unisca davvero le due applicazioni. Si pensi a qualcosa di estremamente insignificante in apparenza come le spunte di lettura: su WhatsApp la doppia spunta segnala che il messaggio è stato inviato e ricevuto con successo dal recipiente, ma non è ancora stato letto – indicazione fornita dalla colorazione blu delle suddette spunte. Su Telegram, che è un’applicazione cloud e non fa distinzione tra consegna del messaggio al server e consegna al dispositivo ricevente, esistono solo la spunta singola e la spunta doppia (ossia: messaggio inviato/messaggio ricevuto e letto).

Notate bene: queste non sono questioni di lana caprina – nei fatti, ho appena citato una delle più grandi complicanze del passaggio da WhatsApp a Telegram. Per chi la tecnologia la vede come un mezzo da usare tanto e capire poco (nel caso c’è sempre Aranzulla, no?), modificare l’abitudine e quindi il modo di pensare è uno shock, che per metabolizzare occorrono settimane.

Come spiegare dunque a queste persone, che già inciampano sulle spunte, dell’esistenza dei bot, dei canali, dell’editor di temi, di Telegraph e tanto altro ancora? Forse, proprio perché nuove, potrebbe essere più facile illustrarne il funzionamento (piuttosto che l’adattamento); tuttavia, con le funzionalità e gli accessori di Telegram prima citati ci sono più affinità con Facebook di quante ne potranno mai esistere con WhatsApp. Se è vero che i canali possono essere sia “come le chat, semplicemente che non puoi rispondere“, sia “pagine Facebook senza reactions o commenti” – ma non è del tutto vero – come spiegare Telegraph se non compiendo un paragone con le Note di Facebook, o parlare dei bot senza citare quelli presenti su Messenger?

La verità, a mio giudizio, è che risulta molto più semplice per il predicatore di Telegram partire da WhatsApp che da Facebook: lo scontro non è più tecnico, ma ideologico. Se non sei su Telegram, sei contro Telegram, così come se decidi di rimanere su WhatsApp sei schiavo di Zuckerberg e degli spioni della privacy. Questo slogan, fomentato dalla stessa dirigenza di Telegram e che pertanto non può essere attribuito all’utenza più infervorata dell’app che si è semplicemente limitata a raccogliere quanto da altri seminato, alimenta uno scontro manicheo che pochi in realtà colgono, e che fa presa solo sui più sensibili all’argomento. Nessuno scandalo, nessuna magagna (quali?) è riuscita negli scorsi anni ad intaccare la sicurezza delle informazioni su WhatsApp, o la considerazione che ne ha la stragrande maggioranza dei suoi utenti.

Diavolo, nemmeno Cambridge Analytica, gli appelli del fondatore di WhatsApp, le continue gaffe di Zuckerberg hanno portato Facebook al fallimento! Ma ne hanno consumato sino all’osso la fiducia: se appena dopo Cambridge Analytica – lo zenit dello sdegno popolare nei confronti del social network blu – il grado di affidamento riposto dagli americani a Facebook era crollato al 41% (minimo storico), l’onda lunga si è fatta sentire sino al settembre successivo. Una ricerca diffusa dal Pew Research Center aveva infatti segnalato che il 44% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni avevano rimosso l’app dal proprio device nei 12 mesi precedenti; un dato che non dice molto di per sé (disinstallare un’app non significa cancellarsi dal servizio che offre, né preclude ad una successiva re-installazione) ma evidenzia una certa insofferenza verso Facebook.

Un secondo sondaggio, più recente, sempre del Pew Research Center ha poi sottolineato come la stragrande maggioranza degli utenti – il 74% solo negli USA – sia all’oscuro delle pratiche di profilazione pubblicitaria che la piattaforma utilizza per la vendita delle pubblicità, e che il 51% di questi non le consideri affatto in maniera positiva. Ebbene: è proprio a questo 51% (dato americano che in Europa e in Italia potrebbe essere più alto o più basso: non lo sappiamo) che i cosiddetti “evangelizzatori di Telegram” dovrebbero rivolgersi.

Non agli utenti WhatsApp: loro, ad oggi, non vedono il punto di passare a Telegram. Ma potrebbero convincersi di averne visto uno dopo qualche mese di utilizzo “social” dell’applicazione, durante il quale sicuramente capiterà di scambiarsi messaggi anche su Telegram, e non più solo su WhatsApp. A quel punto sarà l’abitudine a fare il resto.


Prova n. 2 | Telegram è una piattaforma sociale come Facebook, e non a-sociale come WhatsApp. Abbiamo infatti già visto come molte funzioni di Telegram possiedano più affinità con i propri equivalenti su Facebook che con ciò che su WhatsApp al momento esiste al di là della semplice conversazione, privata o di gruppo.

Su Telegram dai gruppi ai canali (persino gli sfondi!), tutto è condivisibile tramite link (come su Facebook); bot e canali possono offrire lo stesso servizio delle pagine Facebook e dei bot Messenger. Telescope e Telegraph sono i perfetti equivalenti di Facebook Watch e delle Note di Facebook. Chi su Telegram arriva per fare business, finisce per utilizzare i canali allo stesso modo delle pagine Facebook o di qualunque altro medium comunicativo, ottenendo un livello di coinvolgimento addirittura superiore (scorrete la case history di Marta Pellizzi se non ci credete). Parliamo ovviamente di potenzialità: di base, a Telegram manca ancora molto per diventare un’alternativa a Facebook – ruolo che non ha mai voluto assumere. Ma il cui percorso evolutivo l’ha portata a diventare tale: Telegram non è solo un’app di messaggistica, non più.

Insieme a carenze tecniche, vanno anche ammesse evidenti mancanze a livello qualitativo che gli amministratori di canali, in maniera più o meno efficace, hanno tentato di sopperire da sé: la strategia che va per la maggiore è la creazione di network di promozione reciproca, con  specifici (ma nemmeno troppo) criteri di selezione all’ingresso. Il tentativo più organico però finora è stato – bando alla modestia – il nostro concorso nazionale “Migliori Canali Telegram”, che da tre anni promuove creator popolari e di qualità dando loro un palcoscenico mediatico dal quale ottenere la visibilità (o l’oblio) che meritano.

Tutto questo lo dico con la cognizione di causa dell’arrivo della Telegram Open Network (se non sapete di che cosa si tratta, date un’occhiata QUI o unitevi a QUESTO gruppo): dovesse avverarsi il progetto dei fratelli Durov, Telegram diventerà un social network a tutti gli effetti, dove la conversazione privata diventerà un accessorio ad una più ampia, coinvolgente e redditizia (per tutti: aziende, utenti, creator) esperienza di navigazione nell’ecosistema della piattaforma.


Prova n. 3 | Durante lo scorso blackout di Facebook, Instagram e in parte WhatsApp, avvenuto a metà marzo, Telegram ha guadagnato 3 milioni di nuovi utenti evidentemente in fuga dai disservizi della piattaforma. Per quanto i malfunzionamenti abbiano coinvolto anche l’app di chat, a soffrirne principalmente e più duramente e lungamente è stato proprio il social network di Mark Zuckerberg. E non lo dico io: a cogliere la connessione sono stati tutti i principali media internazionali e di settore, da Reuters a The Verge a Mashable.

Lo stesso Durov, nel suo post di segnalazione dell’avvenuta acquisizione, ha segnalato privacy e spazio illimitato “per tutti” quali elementi d’attrazione per i nuovi utenti. Per quanto sotto attacco da parte di Telegram negli scorsi anni, la privacy di WhatsApp non è mai stata seriamente messa in discussione – contrariamente a quella di Facebook, come già detto. È abbastanza chiaro che il fondatore di Telegram si riferisse dunque agli utenti provenienti da Facebook, e che – in assenza delle app della suite di Mark Zuckerberg – Telegram costituisca una solida alternativa.

Ma queste prove, per quanto possano convincere, rimangono per ora solo parole su carta digitale; se ne verificherà il cambiamento solo nel momento in cui, là fuori, nello sporco terreno dei social, si deciderà di cambiare strategia di evangelizzazione. Succederà?

Se volete dire la vostra o contattarmi privatamente, potete lasciare un commento qui sotto oppure scrivermi a [email protected] o a @quellodiappelmo.

Fonte Tech Crunch Recode
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