Zuckerberg e l’illusione dell’impero tecnologico universale – EDIToriale

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È attraverso un inaspettato report del New York Times, fresco di qualche giorno, che il mondo è venuto a conoscenza delle intenzioni di Mark Zuckerberg di ricondurre tutte le piattaforme di messaggistica in suo possessoFacebook Messenger, Instagram Direct, WhatsAppall’interno di un’unica architettura.

Le conseguenze per gli utenti sarebbero, o meglio dovrebbero essere  solo positive. L’obbiettivo di questa fusione è infatti l’interoperabilità delle suite di chat: la nazionalità digitale di un account federato non sarà più importante ai fini della comunicazione, perché un messaggio WhatsApp sarà comprensibile e compatibile anche su Messenger e Instagram. Un utente in possesso di un account Instagram potrà così inviare un messaggio di testo o una fotografia ad un amico su WhatsApp, anche nel caso in cui il primo non disponga di un profilo sulla piattaforma che il secondo utilizza per comunicare.

Il progetto è indubbiamente ambizioso: stando alle notizie che provengono confuse ma a flusso continuo da oltreoceano, migliaia di ingegneri Facebook sarebbero già al lavoro per la realizzazione di un protocollo comune che modifichi, ritagli e plasmi tre piattaforme nate con scopi e funzioni diverse.

Mark Zuckerberg alla conferenza annuale di Facebook F8 del 2017

Non solo: Mark Zuckerberg ha specificato che a tutte e tre le applicazioni verrà applicato un livello di crittografia end-to-end, pari probabilmente a quello già presente su WhatsApp e all’interno delle chat segrete su Messenger. La decisione, presa forse a malincuore poiché renderà le conversazioni degli utenti definitivamente inaccessibili agli algoritmi del social network (le chat in chiaro su Messenger sono tuttora analizzate a fini commerciali dalla piattaforma), prenderà forma alla fine del 2019 o tutt’al più agli inizi del 2020.

I costi materiali non sono ancora emersi ed è probabile che non raggiungeranno mai la riva della carta stampata; discorso ben diverso riguarda il prezzo in termini di personale e risorse umane che Zuckerberg, perseguendo il suo obbiettivo dell’impero tecnologico universale, ha già sacrificato sull’altare dell’inevitabile progresso. Oltre infatti alle decine di ingegneri e dipendenti originali delle piattaforme acquisite (WhatsApp, Instagram) che hanno già lasciato la compagnia o sono in procinto di levare le tende per lidi più felici (qualunque altro posto, avranno pensato, sarà di certo meglio di una casa profanata), bisogna includere nel conto delle perdite anche altre quattro figure.

I due fondatori di WhatsApp e i due fondatori di Instagram hanno infatti lasciato in polemica più o meno aperta Facebook – dove rivestivano il ruolo di responsabili delle proprie ex-compagnie, ma con un potere decisionale decisamente più ridimensionato – per circostanze mai chiarite ufficialmente e in tempi troppo sospetti per essere casuali. Dei quattro, l’unico che abbia mai chiarito le motivazioni della propria partenza è stato Brian Acton, il quale in una lunga intervista ha ammesso i propri errori di prospettiva, rivelando al contempo l’esistenza di convulse consultazioni nei piani alti di Facebook per trovare un modo per commercializzare l’app di messaggistica più famosa e meno proficua di sempre.

L’idea di una riunione delle corone su un unico capo sembra essere nata da Mark Zuckerberg, e da lui solamente caldeggiata. Proposta in termini più o meno vaghi già a partire dall’inizio del 2018, gli ultimi mesi hanno visto un’escalation dei toni e delle pressioni, le stesse che avrebbero spinto gli ex-fondatori di Instagram a lasciare la propria poltrona di dirigenti e i dipendenti di WhatsApp a scatenare una serie di piccole rivolte già nel mese di dicembre. Reazioni più che comprensibili da parte di persone a cui era stata promessa – al tempo dell’acquisizione dell’app nel 2014 – l’indipendenza della piattaforma rispetto alla casa madre, che adesso viene loro negata.

I numeri di Messenger, così come esposti dal report 2018 della piattaforma

Gli stessi ingegneri di Facebook sono rimasti sorpresi dalla proposta di Zuckerberg. Mettendo da parte temporaneamente le difficoltà tecniche, le fonti citano infatti una sostanziale incertezza riguardo l’efficacia di una simile unione a favore della più debole delle tre piattaforme – Facebook. Un dipendente WhatsApp – che si può sospettare sia di parte, e alle cui conclusioni diamo il beneficio del dubbio – ha provato a calcolare quanti utenti la fusione avrebbe portato da WhatsApp a Facebook, e il risultato è stato “meager”, ossia scarso.

Perché dunque Zuckerberg ha deciso di lanciarsi in questa impresa? L’idea di un impero tecnologico universale non è nuova, né inattuata prima d’ora e Mark Zuckerberg, che coltiva sogni di grandezza, sono anni che preme per una più profonda integrazione del social network con le sue società affiliate delle quali – con non poco disappunto, ci scommettonon può fare a meno di notare il grande successo. Specie se confrontato con i risultati di Facebook. Il social network gode di una bruttissima fama da ormai due anni a questa parte, e sia i pessimi risultati di crescita emersi nell’estate 2018, sia l’ultimo report di App Annie confermano la sostanziale stagnazione di Facebook.

Per la prima volta da tre anni, nel luglio del 2018 Facebook ha infatti mancato le previsioni di crescita elaborati da Wall Street, guadagnando solo 21 milioni di nuovi utenti nel Q2 2018il risultato più scarso di sempre dal 2011. Al contrario WhatsApp e Instagram, che secondo la piattaforma App Annie continuano a macinare utili (la seconda) e utenti (entrambe), specialmente nei Paesi in via di sviluppo e laddove l’economia dell’Internet deve ancora fare breccia nelle popolazioni più povere e affamate. WhatsApp, in particolare, ha detronizzato nel settembre 2018 Facebook per numero complessivo globale di utenti unici attivi ogni mese, per la prima volta nella storia delle due piattaforme.

L’unione di Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp assume così un significato più profondo se si accosta la narrazione che ha portato in questi giorni alla sua emersione a livello pubblico – Mark Zuckerberg contro tutto e tutti – agli ultimi trend di Facebook.

Il social network è ammalato, sebbene sia ben al di là di essere finito o in fase di decomposizione. L’unione, la creazione di questo impero tecnologico universale è dunque palese manifestazione di debolezza: lo hanno capito alcuni, ma in molti meno ne hanno saputo o voluto vedere i vantaggi, che possono essere compresi solo allargando le proprie prospettive. Il report del dipendente WhatsApp sulle “meager” previsioni di crescita di Facebook in seguito alla fusione sono riferite solo al mercato statunitense – mentre la compagine di Zuckerberg ha ambizioni più internazionali.

Facebook Marketplace, per esempio, ha conosciuto un’esplosione di popolarità nel settore Sud-Est asiatico e la convergenza in atto aprirebbe ai rivenditori attivi su Facebook le comodità di WhatsApp unitamente alle possibilità di business del social network. Lo stesso ragionamento è applicabile altrove: in India e Brasile le ore trascorse nelle app di chat e condivisione sociale sono cresciute molto più che in Occidente (+40% in India, +35% in Brasile: dati simili al +30% degli USA ma di molto superiori in termini assoluti di miliardi di ore). Il quartetto WIFM (WhatsApp, Instagram, Facebook e Messenger) occupa le prime quattro posizioni per MAU (Monthly-Active-Users) dei due Paesi nella categoria social; in termini assoluti Instagram e Messenger cedono posizioni ma rimangono tra le prime dieci in India, mentre in Brasile non si spostano lo stesso di una virgola.

Margrethe Vestager, commissario europeo per la Concorrenza

Naturalmente l’unificazione delle conversazioni apre anche ad una vasta serie di interrogativi – oltre che al potenziamento diretto di Facebook a discapito dell’identità delle singole applicazioni affiliate. L’implementazione della crittografia su Instagram e Messenger, non prevista quando le due app sono state sviluppate e pubblicate, potrebbe condurre ad errori e conseguentemente a problemi di sicurezza delle conversazioni – che, conoscendo Facebook, non escluderei. Inoltre, ancora una volta, Zuckerberg non sembra aver tenuto conto delle disposizioni anti-concorrenziali dell’Unione Europea. L’attività del commissario europeo per la Concorrenza Margrethe Vestager  ha ripetutamente colpito Google, Qualcomm ed altre multinazionali per posizioni dominanti di mercato, arrivando a costringere la casa di Mountain View ad una ridefinizione delle politiche di distribuzione di Android presso i produttori in Europa.

Certo, le prossime elezioni europee che si terranno in primavera porteranno anche alla selezione di un nuovo commissario per la Concorrenza; la turbolenta agitazione politica che sconvolge l’Europa sicuramente influirà sui risultati delle votazioni, ma dubito fortemente che il cambio di rotta sarà totale, o anche solo minimale.

Basterà attendere qualche mese, o al più un anno: la fusione di Facebook attirerà certamente le attenzioni della Commissione Europea. Può darsi che in Europa la convergenza delle piattaforme non avvenga – così come accaduto per la condivisione dei dati tra Facebook e WhatsApp, tentata da Facebook nel 2018 e bloccata sul nascere da praticamente ogni autorità nazionale per la protezione dei dati.

Nel 2014, la Commissione UE acconsentì all’acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook poiché non costituiva una minaccia all’interno dei tre campi d’indagine considerati: il mercato dei social network, il mercato delle comunicazioni digitali e il mercato della pubblicità online. Ora: considerando che l’unione tra Facebook, Messenger, WhatsApp e Instagram verrà attuata per favorire la comunicazione social tra le piattaforme, aumentare le aree di investimento in advertising grazie ai nuovi dati che la fusione fornirà all’algoritmo della piattaforma e permetterà in generale ai tre/quattro servizi di consolidare la propria posizione nel mercato, cosa lascia pensare Zuckerberg che anche questa volta il disco del semaforo sarà verde, e non rosso?

La Irish Data Protection Commission, incaricata di regolare la presenza di Facebook in Europa, ha già messo le mani avanti e ha sottolineato che occorre programmare con urgenza un briefing sulla materia. Pur constatando lo stato molto acerbo dei lavori, la IDPC intende verificare che l’unione tra Facebook e le sue sussidiare non sia contrario al GDPR. Non a caso Laura Bonocini, Responsabile Relazioni Istituzionali per il Sud Europa di Facebook, ha specificato nel corso di un’audizione alla Camera del Parlamento italiano sul 5G ed i big data che Facebook e WhatsApp non condivideranno dati che potranno essere utilizzati nell’advertising. Naturalmente, sarà necessario verificare nei fatti la fondatezza di tali affermazioni, che comunque sono verosimili; ma quanto verrà ritenuto conforme alle norme europee sulla concorrenza il flusso di informazioni scambiate a fini commerciali che si verrà a creare tra Facebook e Instagram?

È possibile anche che Zuckerberg abbia già dato per scontata l’opposizione europea (cosa che fatico a credere), e consideri sopportabile la permanenza della situazione attuale (sempre che sia tecnicamente possibile) purché la propria quadriglia si espanda e si consolidi nei mercati emergenti, formando un solido blocco quasi inscalfibile dalla concorrenza. Che di certo non rimarrà a guardare.

E in America? Dare per scontata la placida accettazione da parte del pubblico e degli attori politici ed economici di una riunificazione della messaggistica made in Facebook è un approccio azzardato, se non scorretto, all’analisi della politica interna del Nord America. Gli Stati Uniti, coinvolti in primo piano dall’impero tecnologico universale poiché, legalmente, esso continuerà ad avere sede negli USA, fermentano già di proposte piuttosto bellicose. Numerosi senatori hanno espresso il proprio disappunto ed avanzato perplessità sull’effettiva bontà di un consolidamento di tali proporzioni delle compagnie di Zuckerberg; alcune associazioni pro-privacy come Color of Change e l’Open Market Institute hanno addirittura proposto alla FTC lo spacchettamento di WhatsApp e Instagram in aziende indipendenti, non tanto per una questione di monopolio economico quanto piuttosto di mancato rispetto dei dati personali. Cambridge Analytica ha dimostrato che Facebook non è in grado di gestire correttamente le informazioni sensibili degli utenti e pertanto una simile unificazione non porterà che danni.

La variabile più imprevedibile è sicuramente la Casa Bianca. Donald Trump, che da Facebook e dalla sua pessima gestione delle fake news in campagna elettorale ha tratto il massimo beneficio, potrebbe non avere interesse nel danneggiare una piattaforma che gli ha dato tanto e molto gli può ancora offrire in termini di consenso elettorale; tuttavia, questo atteggiamento sarebbe contrario ai tanti segnali lanciati mezzo stampa. Lo scorso novembre Trump aveva avvertito Facebook, Amazon, Google e altri giganti della tecnologia che la sua amministrazione le avrebbe poste sotto la lente dell’autorità antitrust, per verificare ed eventualmente sanzionare possibili irregolarità. Il nuovo direttore del Dipartimento di Giustizia fresco di nomina presidenziale, William Barr, vorrebbe promuovere un ruolo più incisivo alla FTC, la Federal Trade Commission – la stessa che si accinge ad applicare a Facebook la multa più alta della storia dell’organismo statale, sempre per lo scandalo di Cambridge Analytica.

L’impero universale, tecnologico o umano che sia, è una carta pericolosa da giocare. Può darsi che Zuckerberg sbanchi e vinca, ma è altrettanto probabile che venga fatto a pezzi da più parti. E a quel punto, la via dell’indipendenza di WhatsApp e Instagram sarebbe inevitabile, perlomeno per salvare il salvabile.

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