Le 20 app, chat, social network e piattaforme morte nel 2018

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La tecnologia non fa sconti nemmeno durante i saldi, e il mercato forte delle sue regole spietate, che diventano tali più a causa di strategie di mercato scriteriate che di una loro intrinseca malvagità – tende ad eliminare autonomamente le realtà meno competitive, escludendole dal campo di gioco. Solo nel 2018 abbiamo contato venti applicazioni e piattaforme online che si sono dimostrate incapaci di raggiungere il nuovo anno, essiccandosi a causa di un’emorragia di utenti o sgretolandosi sotto i colpi della concorrenza: da fallimenti che hanno raggiunto una certa notorietà – come quello di Google+, di Allo o dell’assistente virtuale di Facebook, M – sino ad altri, avvenuti nel silenzio e nell’indifferenza generale.

E sono proprio questi ultimi a riempire il nostro elenco di morti “celebri: venti tool, app, strumenti digitali online e social network che non hanno potuto vedere l’inizio del 2019: siete pronti per questo piccolo tour?

#1 - Google+

Google+ meritava la fine che ha ricevuto?

La morte più celebre di questa classifica riguarda il social network meno amato ma più conosciuto, al di fuori della triade Facebook-Twitter-Instagram, anche per effetto della sua storia personale. Google ha infatti tentato a più riprese di inoculare nei suoi utenti la passione per la condivisione social, a patto che questa si svolgesse all’interno di Google+. Scelte manageriali discutibilicome l’imposizione del profilo Google+ per qualsiasi attività su YouTube – ed errori strategici, primo tra tutti la corsa (chiaramente perdente) all’imitazione per svariati anni di Facebook e delle sue feature, piuttosto che alla ricerca di un’identità propria, ne hanno causato l’irreparabile disaffezione presso la grande utenza (ma non in quella più specialistica). La scoperta di diverse falle di sicurezza ha accelerato un processo di decadimento che sarebbe stato altrimenti reversibile: la prima, coinvolgente oltre mezzo milione di utenti, ha spinto la società ad annunciare la chiusura di Google+ per agosto 2019 – anticipata poi all’aprile di quest’anno in seguito all’individuazione di una seconda falla, più grave e che avrebbe colpito i dati personali di più di 50 milioni di utenti. Certo, sembra che nessuno ne abbia poi veramente approfittato uno dei vantaggi di Google+, apparentemente – ma questo non ha potuto nascondere la pessima gestione di Google dell’intera vicenda.

#2 - Cydia

¯\_(ツ)_/¯

Cydia è un nome che, nonostante non faccia parte della storia di Android, non suonerà nuovo nemmeno a coloro i quali su iOS non hanno mai messo piede: il principale e più conosciuto market di tweak alternativo ad App Store, fondato per sostenere lo sviluppo di applicazioni per il jailbreak, ha rappresentato per molti il punto di riferimento al di fuori del protetto ma limitante ecosistema Apple. Ora, dopo nove anni di attività, il suo proprietario – lo sviluppatore Jay “Saurik” Freeman – ha deciso di interrompere tutti gli acquisti all’interno dello store: la causa è nominalmente un bug riscontrato nel meccanismo di pagamento con PayPal, ma Freeman non nasconde le difficoltà del business legato al mantenimento in operatività di Cydia, tali e tante da essere arrivato alla conclusione che forse sarebbe meglio chiudere completamente lo store (appunto, attraverso l’interruzione del sistema di pagamenti). Certo, Cydia Installer così come le altre repository di tweak per jailbreak rimangono operativi: tuttavia, la chiusura del più famoso e celebre market per jailbreak (susseguente alla crisi che sta conoscendo il settore, di cui potete leggere in QUESTO articolo) lascia un segno piuttosto indelebile tra le app morte del 2018.

#3 - Google URL Shortener

Google URL Shortener, così come appariva nella sua ultima veste in Material Design | Crediti immagine:  MetUp

Addetti ai lavori a parte, la chiusura del Google URL Shortener sarà notata da pochi. In realtà questo servizio gratuito per l’accorciamento degli URL è stato utilizzato abbondantemente durante il suo lungo ciclo vitale, per una serie di motivi tutti equamente validi. Il primo è stato già citato: la gratuità del servizio lo aveva reso molto popolare, insieme alla facilità d’usobastava possedere un account Google per disporre di tutte le analytics riferite a ciascun URL accorciato – e all’immediata riconoscibilità dell’URL ottenuto, subito riconducibile a Google (e non a servizi analoghi caratterizzati da SPAM pubblicitario, come Ad.fly). La chiusura di Google URL Shortener (avviata il 13 aprile 2018, e prevista per il 30 marzo 2019) non prevede un suo rimpiazzo con un servizio alternativo, perlomeno a lato consumer: nel post ufficiale è lo stesso team di Google a dirottare gli utenti su piattaforme come Bit.ly e Ow.ly, mentre gli sviluppatori potranno continuare a contare sui link speciali della suite Firebase.

#4 - Allo

Gli stickers furono un altro punto di forza di Allo: Google finanziò artisti e designer per la realizzazione di pacchetti personalizzati

Allo, nell’immaginario collettivo, sarebbe potuto essere il Google+ delle app di chat – se qualcuno avesse davvero saputo dell’esistenza di Allo, a riprova del fatto che qualsiasi pubblicità, sia essa negativa o positiva, vale più di nessuna pubblicità. L’app di chat di Google, dopo un iniziale interesse suscitato nell’utenza più geek (e interessata all’integrazione con il Google Assistant), è subito scivolato nel dimenticatoio diventando un’anonima applicazione di messaggistica tra tante. I ritardi nella localizzazione linguistica del Google Assistant, che sarebbe dovuto essere sin da subito il principale – e forse unico – elemento d’impatto dell’app rispetto alla concorrenza ne hanno segnato la fine, lasciando ben pochi a compiangerlo e guadagnandogli un posto nella nostra classifica di fallimenti di Google del 2018.

#5 - Messenger M

M di Messenger gestisce ora il sistema predittivo di risposte nell’app di chat

L’assenza di un’intelligenza artificiale proprietaria su Portal, lo smart speaker di Facebook presentato al pubblico qualche mese fa, è la conseguenza del fallimento di M. L’AI ibrida – alimentata da un bot automatico e da un programma, ma coadiuvata nelle sue task quotidiane da un gruppo di moderatori e ingegneri umani – è stata uno dei primi fallimenti celebri del 2018: a gennaio infatti è stato reso noto che M aveva perso il suo gruppo di aiuto umano, sciolto in seguito all’esaurimento di ipotesi per la commercializzazione di quella che sarebbe dovuta essere la punta di diamante di Messenger. La mancata “rivoluzione dei bot, che Facebook si aspettava sarebbe avvenuta con l’introduzione dei programmi automatici su Messenger nel 2016, ha causato il fallimento di M, che proprio sui bot tanto faceva affidamento per il suo funzionamento (terribilmente costoso, a quanto pare).

#6 - Swype

Swype morta
Nuance Communications ha discontinuation Swype prima che potesse raggiungere il suo decimo anniversario

Una morte celebre, dolorosa e silenziosa quella di Swype: applicazione storica di Android, nata quando il sistema operativo di Google aveva appena fatto il suo debutto in società, ha fornito per anni un sistema di scrittura innovativo, rapido e veloce che ha aperto la strada al trionfo del touchscreen sulle tastiere fisiche. Swype venne lanciata nel 2009 sul Samsung Omnia II (equipaggiato con Windows Mobile, predecessore di Windows Phone) da parte del creatore del T9, Kliff Clusher: il punto di forza dell’applicazione era il sistema predittivo chiamato “Dragon Dictation” che, proprio come il T9, doveva aiutare i suoi utenti a risparmiare tempo durante la digitazione delle parole sullo schermo. Funzionava? Decisamente: un dipendente della compagnia, Franklin Page, nel 2010 batté il Guinness World Record di digitazione di un messaggio per ben due volte nell’arco di cinque mesi. L’anno successivo venne acquisita dall’azienda Nuance Communication per più di 100 milioni di dollari: sette anni dopo la stessa azienda, attraverso un magro e anonimo post, ha annunciato la sospensione delle attività di sviluppo della tastiera: le risorse della compagnia saranno concentrate nella produzione di algoritmo per le AI nel settore business.

#7 - Miitomo

Tra social network e videogioco, Miitomo divenne anacronistico con l’uscita di Nintendo Switch

Più che un fallimento celebre del 2018, la chiusura di Miitomo da parte di Nintendo diventa anche il requiem della prima avventura della casa giapponese su Android. Miitomo costituì il lancio ideale su una piattaforma sconosciuta da parte di un’azienda che fino a quel momento aveva prevalentemente lavorato all’interno del suo ambiente protetto: un’app senza particolari aspettative come Miitomo non poteva fallire. Eppure, così non fu: Miitomo ha chiuso nell’aprile 2018 è per motivi contingenti e per un limite d’età ormai raggiunto e superato da parte di un social network che basava il proprio stile grafico su un immaginario proprio dell’epoca Wii e Wii U, ma di certo non Switch – uscita in concomitanza con Miitomo, nel 2016.

#8 - StumbleUpon

Uno screenshot Di StumbleUpon, prima della chiusura definitiva

StumbleUpon non è una perdita che ci potremo dimenticare tanto facilmente: non per la sua popolarità, chiaramente – StumbleUpon ha cessato di essere qualcosa di rilevante già da diversi anni – ma per ciò che ha rappresentato per il web. Lanciato nel 2001 da Garret Camp, StumbleUpon fu una forma alternativa e anche divertente di esplorare il web quando questo era ancora qualcosa di sconosciuto e largamente vergine. Con StumbleUpon era infatti sufficiente inserire qualche informazione personale affinché la piattaforma trasportasse l’utente direttamente all’interno di un sito web che sarebbe dovuto essere compatibile con i suoi interessi: uno “stumble“, secondo la terminologia del social network, che nel corso dei suoi 17 anni di età ha raggiunto i 60 miliardi di “stumble” e 40 milioni di utenti. Acquistato nel 2007 da eBay per 75 milioni di euro, la piattaforma di e-commerce non è stata capace di valorizzare il punto forte di StumbleUpon – la sua semplicità, secondo Camp, che nel 2013 era già tornato in possesso della sua creatura che già allora non navigava in buone acque. Oggi, gli ex-utenti di StumbleUpon hanno trovato una nuova casa su Mix.com, nuova avventura di Camp lanciata nel 2015.

#9 - YouTube Gaming

Locandina promozionale dell’integrazione tra YouTube Gaming e la piattaforma di chat Discord | Crediti immagine: Discord Blog

Il lancio di YouTube Gaming nel 2015 non fu casuale: né nelle tempistiche, né nella forma e nel contenuto. L’anno precedente infatti la crescente popolarità della piattaforma Twitch aveva spinto Amazon ad acquistarla per farne la propria testa di ponte nel mondo del livestreaming videoludico: un settore dove YouTube poteva diventare un’alternativa importante a Twitch e divorare così una parte della torta che Amazon si stava con sempre maggior decisione aggiudicando. Le cose però non sono andate bene come Google sperava: YouTube Gaming non ha mai superato i confini nazionali né e perché ha mai raccolto una percentuale di pubblico particolarmente rilevante – il quale non ha mai veramente abbandonato YouTube. Per questo motivo Google ha deciso di lanciare una sezione dedicata al gaming su YouTube denominata semplicemente youtube.com/gaming, chiudendo al contempo l’app YouTube Gaming nel marzo 2019.

#10 - Inbox

Le Smart Replay furono per lungo tempo una feature esclusiva di Inbox, prima di sbarcare su GMail

Quattro anni, quasi cinque: Inbox è quasi riuscita a raggiungere il suo quinto anniversario, un traguardo che ben poche app sperimentali di Google si possono permettere di festeggiare. Nonostante la sua significativamente minore base d’utenza, Inbox ha saputo suscitare in essa una passione maggiore di quanto sia mai riuscita a fare la sua controparte classica, GMail: sia per la novità che rappresentò nel 2014, anno del lancio, sia per le innovazioni introdotte, come le Smart Replies e gli swipe-to-action. La delusione che ha colto gli utenti Inbox alla notizia che l’app sarebbe stata discontinuata da Google è indescrivibile – nonostante molti blogger e giornalisti abbiano provato a farlo in decine di post di protesta e lamentazioni pubbliche, segno che l’app aveva saputo raccogliere consensi soprattutto in quella popolazione hard-core che compone il nucleo più duro dell’utenza Google. Ma se si osserva con attenzione la storia di Inbox, si può notare immediatamente la sua fragilità congenita: Inbox fu infatti la risposta di Google a Mailbox, app che nel 2013 raccolse un successo straordinario per via di inedite novità grafiche (swipe-to-action, un design pulito e minimalista) che GMail poteva solo sognare – registrando oltre un milione di pre-iscrizioni in brevissimo tempo. Un’app priva di anima, concepita come momentaneo argine al successo temporaneo di Mailbox (che infatti venne chiusa nel 2015, dopo essere stata acquistata da Dropbox): trasformata successivamente nel porcellino d’India di GMail, il suo mantenimento nel corso del tempo si è fatto evidentemente troppo costoso – perlomeno secondo i parametri di Google.

#11 - Nearby by Google

Nearby by Google consentiva di ricevere notifiche personalizzate da beacon Bluetooth pubblici e privati

Curiosamente, a uccidere questa utilissima funzionalità – non più disponibile dal 6 dicembre 2018non è stata Google, la cui discutibile amministrazione ha già causato la chiusura di altre piattaforme già descritte nelle posizioni precedenti. A provocarne la chiusura sono stati gli stessi sviluppatori Android: la funzionalità Nearby by Google, creata per inviare agli smartphone degli utenti Android notifiche di pubblica utilità (per la segnalazione di postazioni WiFi gratuite, il download di guide turistiche e via discorrendo) attraverso i sensori Bluetooth, è stata in poco tempo sopraffatta dagli abusi operati dagli esercizi commerciali. Solo alla fiera della fiera dell’elettronica (CES) di Las Vegas del 2018 sono state segnalate decine di notifiche dichiaratamente SPAM da parte dei giornalisti che ne hanno preso parte: questa problematica, insieme all’inutilità dei filtri introdotti da Google per arginare il fenomeno, hanno segnato la fine di Nearby by Google.

#12 - Annotazioni di YouTube

Chi sentirà la mancanza delle annotazioni sui video di YouTube? | Crediti immagine: Android Police

Una morte celebre di cui nessuno (ma proprio nessuno) sentirà la mancanza. Le annotazioni su YouTube sono state una caratteristica tipica dei video pubblicati durante i primi anni della piattaforma: introdotte nel 2008, in poco tempo sono assurte a grande popolarità essendo l’unico strumento in possesso dei creator per segnalare piattaforme di acquisto affiliate, effettuare correzioni post-pubblicazione e anche segnalare video correlati a quello in riproduzione. Il consistente e progressivo spostamento dell’utenza di YouTube dal desktop allo smartphone ha convinto Google a non tentare di adeguare le annotazioni in un formato adeguato per le piccole dimensioni dei primi device Android ed iOS, bensì di sviluppare sistemi alternativi di promozione dei video, come card, tabelle a scorrimento e sotto-menu. E per fortuna: le annotazioni erano di quanto più brutto YouTube avesse da offrire. Ritirate dalla produzione attiva dal 2017, sono scomparse globalmente a partire dal 15 gennaio 2019: qualcuno se ne è veramente accorto?

#13 - Yahoo Messenger

Yahoo Together punta a raccogliere lo spirito di Yahoo Messenger, accentuandone lo spirito associativo

Yahoo Messenger non è stata l’unica cosa ad aver smesso di funzionare nel 2018 appartenente alla  celebre compagnia di servizi digitali: l’azienda ha infatti perso ulteriore credibilità a causa dell’esposizione mediatica ottenuta da un articolo del New York Times che segnalava come Yahoo si fosse attribuita il diritto di leggere le email degli utenti, processandone i dati a fini commerciali. Nonostante gli scandali – eventi ormai quasi abituali per la compagnia, già finita nell’occhio del ciclone per la perdita di 1,6 miliardi di credenziali durante un attacco hacker subito nel 2016 –  la morte di Yahoo Messenger (chiuso definitivamente nel luglio 2018) non può non rappresentare qualcosa non solo per noi, ma per l’intera comunità Internet. Lanciato nel 1998 e rimasto in attività per venti anni, ha costituito per molti il primo approccio alla messaggistica online: divenuto evidentemente poco attrattivo per l’utenza più giovane, Yahoo Messenger ha ora ceduto il passo a Yahoo Together (prima conosciuto come Yahoo Squirrel), servizio di messaggistica per società, team e associazioni e improntato per le discussioni di gruppo e l’organizzazione di eventi e appuntamenti.

#14 - Google Goggles

Google Goggles venne lanciata nel 2009 per tutti gli smartphone Android 1.6 e superiori | Crediti immagine: CNET

Prima di Lens, c’era Google Goggles: una modalità di ricerca per immagini che, invece di operare attraverso Chrome per Android (che infatti non dispone di una simile modalità di ricerca, presente invece su Chrome per PC), diventava disponibile grazie ad un’app – anche se praticamente sconosciuta ai più. Google Goggles venne lanciata nel 2009 e, dalle parole che il product manager di Google Shailesh Nalawadi pronunciò in occasione della presentazione della sua prima release, si intuisce che Googles avrebbe ricoperto un posto speciale nella G Suite. Similmente a Google Maps, Google Goggles sarebbe stata più di un’app: una piattaforma attraverso la quale gli utenti avrebbero potuto performare diverse azioni, come scansionare QR-Code e scontrini e mantenerli in memoria, oppure estrapolare testi da documenti o appunti grazie alle funzioni OCR – oltre alla ricerca online delle immagini scattate dalla fotocamera, che era la funzione principale di Goggles. Nel 2011 Google Goggles ottenne persino una partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York. Quando però Google acquisì nel 2014 la startup Quest Visual, proprietaria della straordinaria tecnologia di scanning visuale già vista nell’app Word Lens, venne però avviato lo sviluppo di un’app alternativa a Goggles, che prese forma in Google Lens quattro anni dopo. La presenza di due app con la stessa funzione non aveva molto senso agli occhi del team di Google: così, Goggles venne chiusa nell’agosto 2018.

#15 - Tor Messenger

Tor Messenger, a causa di problemi strutturali e per carenza di fondi, non uscì mai dalla Beta

Il servizio di messaggistica ufficiale di Tor, conosciuto come Tor Messenger, venne lanciato nel 2015 con uno scopo preciso: fornire agli utenti delle più varie piattaforme di condivisione sociale – Facebook, Twitter, Jabber (XMPP), Google Talk o IRCun sistema di chat sicuro e affidabile. La sua chiusura, avviata nell’aprile 2018, è stata provocata proprio dal venir meno della sua condizione di esistenza: Tor Messenger, essendo basato sul servizio Instantbird, non poteva più garantire la sicurezza delle conversazioni visto che Instantbird era stato discontinuato dai suoi sviluppatori. L’assenza di fondi aveva poi costretto lo sviluppo della piattaforma a ritmi sempre più rilassati e poco attenti alle reali esigenze degli utenti: per evitare di presentare un servizio scadente o incompleto, Tor ha preferito rinunciare del tutto a Tor Messenger e cancellare il progetto prima della sua uscita dalla Beta.

#16 - Path

Ad essere onesti, il logo di Path assomiglia(va) molto a quello di Pinterest

Un social network che chiude i battenti non è una novità particolarmente rilevante: la chiusura di Path rientra però tra i fallimenti celebri del 2018 per via della sua storia personale e dei nomi che hanno contraddistinto la sua fondazione. A dare vita a Path furono infatti i due creatori di Napster, servizio di condivisione musicale celeberrimo negli anni ’00: Dustin Mireau (sviluppatore di Macster, versione per Mac di Napster) e Shawn Fanning, insieme all’ex-product manager di Facebook Dave Morin. Insieme diedero vita nel 2010 a un social network che mirava ad essere una versione più “intima” di Facebook, del quale Path ne condivideva comunque alcuni meccanismi di socializzazione; la differenza più importante riguardò probabilmente il numero massimo di amicizie, inizialmente limitato a 50 (anche se poi venne alzato a 150 e successivamente a 500). Riuscì a raggiungere 50 milioni di utenti globali e una valutazione di 500 milioni di dollari, al momento del suo massimo splendore: dopo aver respinto una prima proposta d’acquisto da parte di Google per 100 milioni di dollari a solo un mese dalla fondazione, perse il momentum e la popolarità cominciò lentamente a calare. Complici alcune fughe di dati e la scorretta concorrenza di Facebook, i tre fondatori furono costretti a vendere Path all’app di chat coreana Kakao Talk nel 2015, interessata all’acquisizione per via della popolarità di Path in Indonesia. Tuttavia, questi tre anni non hanno segnato un’inversione di tendenza per Path e Kakao ha deciso di chiuderne i server nel novembre 2018.

#17 - Spotify Running

Spotify Running non corre più

La musica è uno degli stimolanti naturali per il corpo e la mente: consente di mantenere un ritmo ordinato dei movimenti e fornisce la giusta motivazione nei momenti di stanchezza. Spotify, piattaforma di streaming musicale tra le più frequentate al mondo, lo sa bene: per questo nel 2015 ha lanciato Spotify Running. Con Spotify Running tutti gli utenti Premium potevano sfruttare il sistema di selezione automatico dell’app per ottenere una playlist di brani la cui frequenza era coordinata con il battito cardiaco delle proprie sessioni di corsa. Sfortunatamente, nel febbraio dell’anno scorso l’app ne ha annunciato la chiusura, senza citare particolari motivazioni che ne giustificassero l’atto e redirigendo gli utenti più indispettiti ad app partner come Runkeeper e Nike Run+ Club. So long, Spotify Running.

#18 - Snapcash

In Italia non sentiremo la mancanza di Snapcash: il servizio non è mai uscito dagli USA

Il 2018 non è stato un anno particolarmente facile per Snapchat: complici le enormi aspettative (impossibili da mantenere) generate dall’IPO che segnò nel 2017 il trionfale ingresso dell’applicazione in borsa, il social network ha dovuto cedere terreno sotto i colpi della competizione di Instagram, che non ha mai mancato di copiarne idee e funzionalità. Ma i livelli dello scontro sono stati ben più d’uno per l’app del fantasmino: anche servizi di pagamento online come PayPal, Venmo, Google Pay e altre soluzioni si sono configurati come avversari nel campo delle transazioni via app che Snapchat ha tentato di dominare con la formula proprietaria di Snapchash. Formula che non ha riscosso però molto successo, visto che ha chiuso i battenti il 30 agosto 2018, a quattro anni dal lancio in partnership con Square.

#19 - Vine V2

Il logo di quello che sarebbe dovuto essere “Vine 2”, secondo il tweet pubblicato dal fondatore di Vine Dom Hoffman | Crediti immagine: The Verge

Più che una morte celebre, una morte che non è mai stata celebrata: Vine 2, Vine V2 o più semplicemente V2 è stato il nome del progetto che per qualche tempo ha alimentato i sogni e le speranze di quanti avrebbero voluto un ritorno di Vine, piattaforma per la condivisione di brevi video da 6 secondi – frequentatissima prima che Twitter la chiudesse nel 2016, per via dell’impossibilità da parte del social network di ricavarne un guadagno. Da allora i fan che non hanno mai trovato un suo adeguato rimpiazzo hanno pregato in ogni lingua e sistema di comunicazione possibile l’originale fondatore di Vine, Dom Hoffman, di lanciare “Vine 2; nel dicembre 2017 Hoffman comunicò finalmente su Twitter di essere al lavoro per il lancio di V2, piattaforma erede di Vine. Tuttavia è stata sufficiente un’attesa di pochi mesi perché nel maggio 2018 Hoffman cancellasse ogni speranza: troppi vincoli legali gli impedivano di intraprendere la fondazione di Vine 2. Al suo posto però prenderà vita nel 2019 Byte, successore ideale di Vine e Vine 2.

#20 - Kardashian Apps

“Kim Kardashian Hollywood” registrò incassi favolosi per la modella

Spendereste 2,99$ al mese per seguire da vicino la vita di Kim Kardashian West (moglie del cantante Kanye West), Khloé Kardashian e Kylie Jenner? Probabilmente no: perché spendere una cifra simile quando esistono piattaforme alternative e gratuite dove le star pubblicano abitualmente ogni secondo della loro vita, fatta di champagne e lustrini, e chiunque può farne parte? Questo ragionamento lo devono aver fatto anche i milioni di follower che nel 2015 fecero schizzare in cima alle classifiche le tre app ad abbonamento delle altrettante sorelle Kardashian, lanciate sull’onda del successo del gioco “Kim Kardashian Hollywood” che la più famosa delle tre dive, Kim, aveva pubblicato l’anno precedente – e che aveva portato la star a guadagnare 200 milioni di dollari all’anno solo grazie agli acquisti in-app. L’avvento di Instagram e degli altri social network foto e videografici hanno però provocato un crollo della popolarità di applicazioni che, come quelle delle Kardashian, chiedevano sostanzialmente un pedaggio per permettere ai propri utenti di vivere da vicino la vita di lusso e successi delle dive: scese oltre la 1.500esima posizione sull’App Store, Kim, Khloé e Kendall hanno deciso che fosse più saggio ed economico chiuderle completamente e proseguire la propria attività su Instagram.

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Fonte PCMag.com CNET
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