La storia di Palm OS, il sistema operativo che spaventava Steve Jobs

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Una casa divisa contro sé stessa non può reggersi in piedi”: questa frase, rielaborazione di Abramo Lincoln di un famoso versetto del Nuovo Testamento e pronunciata alla vigilia della Guerra di Secessione, acquista ancora oggi una terribile attualità nel racconto del più sfortunato tra i vari sistemi operativi alternativi ad Android che avrebbero potuto farcela, ma non ce l’hanno fatta e sono rimasti schiacciati dalla sferragliante locomotiva di Mountain View. Parliamo naturalmente di Palm OS, il sistema operativo proprietario dell’azienda un tempo leader del 79% del mercato dei palmari – da cui, appunto, il nome Palm – e del suo successore webOS (di cui parleremo nella seconda parte di questo racconto) che nell’arco di pochi anni sarebbe scomparso come una lucciola alle prime luci dell’alba.

E la cui azienda oggi compie un ritorno inaspettato-ma-non-troppo, in una stagione di revival che punta forte sull’effetto-nostalgia che nel mercato della telefonia ha sempre contato molto (perlomeno, nelle teste dei dirigenti), ma mai abbastanza (perlomeno, secondo i portafogli dei consumatori). Il nuovo Palm Phone non è soltanto lacrime e amarcord: da Nokia a Motorola, sono tante le lapidi ancora sporche di terra a ricordarci che la forza evocativa di un nome non basta per tradurre un anonimo telefono in un must-have. Fortunatamente, Palm ha deciso di puntare sul punto di forza della line-up dei tempi che furono per introdurre sul mercato un companion device: piccolo, compatto e dotato di un’interfaccia più simile a quella degli smartwatch che degli smartphone, il Palm Phone non pretende di sostituire il vostro telefono ma di affiancarlo nelle task quotidiane, alleggerendone il carico di lavoro.

Palm OS
Il Palm Phone, prodotto dalla cinese TLC Corporation

A produrre il Palm Phone non è Palm, naturalmente – che nel 2003 cambiò nome in PalmOne, probabilmente a profetica indicazione di quella parte della manona di HP che di lì a dieci anni lo avrebbe messo KO – ma nemmeno il colosso dell’informatica Hewlett-Packard, che ha venduto nel 2014 il marchio alla cinese TCL Corporation, dopo averlo acquistato nel 2011. Un ritorno che per chi conosce la storia di Palm OS sa molto di tributo, un tardivo riconoscimento alle potenzialità inespresse di Palm OS – ma soprattutto di webOS – che HP uccise senza tanti complimenti durante la disastrosa dirigenza di Leò Apotheker ma che sarebbe potuto essere un valido sfidante di Android e iOS e ambire al terzo posto, poi occupato da Windows Phone.

Ma come? In che modo?


IL RE DEI PALMARI

Nel 2005, Palm – o, appunto, PalmOne – era il re dei palmari. Prima degli smartphone, prima dell’iPhone 3G, prima delle applicazioni c’erano i palmari: ibrido funzionale tra computer e cellulare, contenevano una serie di software utili allo svolgimento di attività lavorative. Calendario, rubrica dei contatti, bloc-note, calcolatrici e altre funzionalità programmabili a discrezione dell’utilizzatore erano tutti servizi fondamentali per l’utenza sia business sia più casual.

Nel campo dei non-cellulari, Palm e Palm OS, che dell’azienda era il principale sistema operativo, copriva il 65% degli 11 milioni di dispositivi venduti nel 2000 secondo Gartner. Un dominio assicurato dalla versatilità di Palm OS 5. La quinta versione di Palm OS fu anche l’ultima che la clientela consumer ricevette prima dell’introduzione di webOS: introdotta nel 2002, venne mantenuta in vita sino al 2007 – per cinque anni, per l’appunto – fino a che i dirigenti Palm non compresero che procrastinare ulteriormente l’introduzione di un sistema operativo completamente nuovo sarebbe stato suicida. Oltre che completamente insensato: Palm OS 5, che pure era sopravvissuto al suo ipotetico successore Palm OS 6 Cobaltche non vide mai la luce, nonostante PalmOne e la sua sezione software PalmSource avessero passato due anni a svilupparlo praticamente dal nulla – ormai era agli sgoccioli.

E intanto il mercato evolveva: Apple aveva presentato a giugno il suo nuovo iPhone con un sistema operativo nuovo di zecca, iOS l’App Store sarebbe arrivato solo l’anno successivo, ma c’era davvero tempo da perdere? No, ovviamente: così Palm, per cambiare il mercato e cambiare soprattutto sé stessa, cominciò un febbrile lavoro di talent-scouting per assumere le migliori menti della Silicon Valley al fine di concentrarle nello sviluppo di un unico sistema operativo, degno successore di Palm OS.

UNA TRAGEDIA SHAKESPERIANA

I più grandi concorrenti di Palm, Palm OS e successivamente di webOS non sono mai provenuti dal mercato, ma sempre dall’interno dell’azienda: come in una tragedia shakesperiana, Palm ha continuato a generare i propri peggiori nemici ad un ritmo costante, sino a soccombere definitivamente sotto i colpi che si era autoinflitta per oltre dieci anni.

Già nel 1998, quando Palm venne acquistata da 3com, tre dirigenti contrari alla decisione uscirono dalla compagnia e fondarono Handspring, che nel 2001 riuscì a sottrarre il 20% del mercato dei PDA a Palm diventando il suo primo concorrente in un settore altrimenti privo di seri rivali. La ferita si sarebbe risanata solamente nel 2003, quando Handspring e Palm si fusero in un’unica entità.

P. Mercer

Senior Director of software

J. Rubinstein

CEO di Palm

M. Duarte

Vice-Presidente di Palm

Nel 2007 sarebbe successo di nuovo, con l’acquisizione del team di Paul Mercer – ma i motivi ve li spiegheremo più avanti. Come infatti già accennato qualche paragrafo fa, Palm aveva avviato una campagna di reclutamento molto seria all’interno della Silicon Valley, volta a rintracciare i futuri modellatori del nuovo sistema operativo successore di Palm OS e capace di traghettare l’azienda nell’era post-iPhone. E tanto sforzo aveva dato frutti molto grossi e succosi: insieme a Mitch Allen, ritornato in Palm dopo la fusione con Handspring – che aveva contribuito a fondare – e membro della vecchia guardia di Palm, entrarono a fare parte del team direttivo anche Paul Mercer, John Rubinstein, Matias Duarte.

Tutti volti molto noti nella scena hi-tech americana: Mercer era stato il fondatore di Pixo, società che aveva sviluppato l’interfaccia dell’iPod, e successivamente della sua concorrente Ivestor che invece aveva realizzato l’UI del principale rivale del music player di Apple, il Samsung YP-Z5. Rubinstein (chiamato “Ruby”) era stato invece Senior Vice-President di Apple e aveva portato in dote i suoi contatti con decine di ingegneri e sviluppatori della casa di Cupertino, che avrebbe poi utilizzato per infoltire il gruppo che si sarebbe occupato della realizzazione dei nuovi prodotti. Matias Duarte è probabilmente il più conosciuto ancora oggi dei tre: entrato in Palm dopo aver rifiutato un posto all’interno di Android da parte del suo vecchio amico Andy Rubin, oggi è Vice Presidente del Design in Google.

La strategia di Palm era chiara: coagulare intorno a sé il più formidabile team di ingegneri e programmatori allora disponibili per dare vita ad un nuovo sistema operativo, che avrebbefornito il motore necessario per lo sviluppo di una nuova linea di smartphone concorrenti dell’iPhone. Con Android ancora a venire, Apple era il nemico da abbattere un po’ per tutti i nuovi attori sulla scena, Palm compresa. Il vero vantaggio però di Palm rispetto ad Apple era non solo la quantità di liquidi a propria disposizione, ma anche la precisa volontà di usarli estensivamente per l’acquisizione di know-how e forza lavoro selezionata.

E questo Steve Jobs, CEO di Apple, lo sapeva bene: le amicizie di Rubenstein avevano cominciato a diffondere la voce che Palm pagavae pagava bene gli ingegneri che avrebbero deciso di unirsi al suo team, e temeva che Apple avrebbe vissuto un’emorragia di cervelli difficilmente tamponabile proprio nel suo momento più critico. Non stupisce dunque apprendere da Bloomberg che nel 2007, esattamente un mese dopo dalla partenza del primo ingegnere da Apple per Palm, Jobs tentò di siglare un patto di non-concorrenza con la minacciosa avversaria che avrebbe scoraggiato le due società a rubarsi a vicenda i dipendenti. Ma Ed Colligan, dirigente rientrato in Palm nel 2003 dopo l’avventura con Handspring, percepì quella proposta come un segno di debolezza da parte di Jobs, e rifiutò suggerendo anzi l’illegalità della proposta.

DUARTE, IL BATMAN DI PALM

Nel 2007 la società di investimenti Elevation Partners (promossa, tra gli altri, anche da Bono Vox) aveva consegnato a Palm una prima tranche di 325 milioni di dollari, che vennero utilizzati per l’acquisizione di Iventor (e di John Mercer) per decisione di Ed Colligan: egli aveva dato vita qualche tempo prima ad un nuovo sistema operativo – chiamato, appunto, “Nova” – a cui però mancava l’interfaccia, e puntava su Mercer per il suo completamento.

Fino al 2008 Mercer lavorò su Nova, realizzando un prodotto solido – tanto solido da risultare indigesto. Secondo coloro che avevano lavorato, Nova era “una porcheria. La demo di Nova, per carità, quella funzionava: il problema era tutto il resto.

Nova Prima – così era chiamata la prima versione del SO – era difficile da programmare: occorrevano cinque righe di codice per fare qualcosa di così semplice come centrare un testo. Era impossibile da padroneggiare: ad ogni debug del codice, che richiedeva delle parole-chiave complicatissime, bisognava attendere un minuto e mezzo perché l’interfaccia si riavviasse. Ed era intollerabile da utilizzare: se un’app crashava, anche tutte le altre attive per solidarietà crashavano insieme.

Troppo, per tutti: per gli sviluppatori esterni – che durante un incontro privato per il test di Nova Prima avevano consigliato a Palm di “rifare tutto, rifare meglio – e per quelli interni, sul punto di una rivolta.

Palm OS
Matias Duarte durante la presentazione di webOS

Tra tutti quelli che avrebbero potuto fare qualcosa, fu la persona giusta a prendere le redini della situazione: Matias Duarte. A capo della sezione UI di Palm, e quindi personalmente coinvolto dallo stato pietoso in cui versava l’interfaccia del successore di Palm OS, decise di radunare un team di 10 persone (principalmente designer) e di puntare su qualcosa di completamente diverso: web app.

Duarte sapeva infatti che tempo, denaro e morale erano ormai agli sgoccioli per Palm, che aveva praticamente investito tutti i 300 e più milioni di dollari ricevuti nel 2007 in Nova Prima. Con l’approvazione di Allen e Rubenstein, Duarte avviò il progetto “Luna – un nome scelto non a caso: per un mese, dal tramonto all’alba e all’insaputa di tutti, insieme al suo team Duarte ne sviluppò app e interfaccia, di nascosto all’interno delle sale riunioni dell’azienda.

Egli aveva infatti individuato quella che riteneva la pietra filosofale di Palm: WebKit, il motore di rendering web già presente su Chrome e Safari e che insieme al nuovo WebVM (elaborato dalla startup Lampdesk) sarebbe potuto essere trasferito all’interno di applicazioni. Un progetto ambizioso ma fattibile, che avrebbe tolto a Palm il peso dello sviluppo di un sistema operativo da zero e consentito di concentrarsi sulla raffinazione dei processi, delle animazioni, della grafica.

Duarte e il suo team portarono completarono Luna nel corso di un lungo, pesantissimo mese che si concluse con una memorabile cena dall’Alexander’s Steakhouse di Cupertino. Il costo della cena fu di migliaia di dollari e Mike Abbott, nuovo CTO di Palm, ebbe quasi una sincope quando si vide recapitare il conto: più di 500$ a testa, che alla fine si risolse a pagare quando gli venne detto di considerarli come un premio di produzione, i quali solitamente vengono a costare decisamente di più.

DUE GALLI IN UN POLLAIOS

A questo punto della narrazione però, le cose si complicano. Come avevamo detto all’inizio di questo racconto, Palm tende a creare da sé i propri demoni: nel 2008 l’assunzione di Mercer e l’avvio del progetto Nova si dimostrò esattamente tale, specialmente quando la sua controparte Luna venne alla luce.

Nel giro di poco tempo infatti Mercer capì che chiunque, nell’azienda, riteneva Luna l’unico cavallo su cui Palm potesse seriamente puntare per vincere la concorrenza delle altre realtà emergenti. Certo, non era ancora perfetto ma migliorava a vista d’occhio: nella primavera del 2008 il team di Luna fu il primo a effettuare un porting del motore Javascript V8 di Google all’interno di un sistema operativo – cosa che Android non avrebbe fatto prima di Froyo, nel 2010. Per evitare che il team di Google, allora impegnato nello sviluppo di Android sul memorabile TG-1 Mobile, subodorasse il fine di Palm e l’idea del WebKit, gli ingegneri di Luna ponevano domande riguardo il V8 usando false identità, ogni volta diverse.

La stessa cosa non si poteva dire per Nova Prima, che continuava a non convincere e i cui progressi stentavano a palesarsi. Alla fine, in pieno stile Palm, fu Mercer stesso ad auto-eliminarsi: diventò scostante, poco collaborativo, e arrivò persino a costruire barriere fisiche di cartone all’interno dell’ufficio open-space dell’azienda, per separare visivamente i sostenitori di Nova Prima da tutti gli altri. Posta davanti ad una situazione che non sembrava avere alternative, la dirigenza decise di accantonare il progetto Nova Prima, ponendo Mercer al lavoro sul WebKit di Luna.

Naturalmente, non ci si poteva aspettare che Mercer decidesse di dedicarsi non di malavoglia, ma proprio completamente al sistema operativo che aveva tentato di osteggiare in maniera così veemente. Pertanto, il tempo che Mercer trascorse su Luna venne impiegato nella produzione di software di benchmark che avevano come unico obbiettivo la dimostrazione dell’impreparazione del sistema operativo. Rimarrà nell’azienda solo per togliersi la soddisfazione di raccontare la propria personale visione del “io ve l’avevo dettonel 2012, quando anche WebOS sarà ormai un ricordo.

Nel frattempo si avvicinava il 2009, e con esso anche il CES di Las Vegas – l’evento chiave di ogni produttore di smartphone, durante il quale vengono presentate nuove lineup di telefoni e, in questo caso, anche di sistemi operativi.

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Fonte The Verge Technology Review
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