I nuovi stickers di WhatsApp costano più di 20€, e sono una stupidata – Tecnologio

Il peggiore stile nasce quando si imita qualcosa e nello stesso tempo si tiene a far sapere che ci si sente superiori a ciò che si è imitato

Hugo von Hoffmansthal, Il libro degli amici

Che la traccia stilistica di Facebook e delle sue società collegate sia l’imitazione, non è una sorpresa per nessuno. Le prove a suffragio sono numerosissime e brilluccicanti alla luce del sole: Instagram copia Snapchat da che se ne ha memoria, e fa anche bene visto che l’app del fantasmino giallo perde più utenti di quanti non ne abbia mai avuti Allo (chi?). Facebook (da buon social network catch-all) prova ad adattare la sua flessibile e multiforme struttura a più attività, cercando ora di sottrarre utenti a YouTube con la sua piattaforma Watch, ora di infastidire Twitch con la suite di “gaming” Fb.gg, ora di porsi ad alternativa di TikTok (ex-Musical.ly) con la rumoreggiata app di karaoke “Lasso” – che, come molto poco ironicamente suggerisce il nome, è meglio lassare perdere. Il tutto con risultati discutibili, ma comunque non disprezzabili.

E WhatsApp? L’app di chat ha avuto difficoltà a trovare un vero concorrente (da imitare): la messaggistica si è evoluta molto in fretta negli ultimi due-tre anni, segnando la scomparsa di grandi moloch della comunicazione (come Hangouts, divenuta app per il settore business e sostituita nelle intenzioni – ma non nei numeri – da Allo) e l’arrivo di altri, come Telegram, Line, WeChat. Le ultime due hanno visto la propria crescita corrispondere all’aumento della comunità asiatica sui social; Telegram invece, per quanto si sia radicata principalmente in Paesi dove l’accesso a più classiche alternative è meno scontato (Iran e Russia, quest’ultimo tra l’altro Stato di provenienza del fondatore dell’app), ha ultimamente goduto di una diffusione più trasversale e relativamente penetrante, dimostrando una capacità d’inventiva notevole.

Telegram è per WhatsApp il calco ideale: in crescita ma non troppo, ricca di spunti originali – frutto di un piano di sviluppo coerente e articolato, i cui developers sono però troppo pigri/impegnati/pochi per mettere in pratica continuativamente può essere plagiata senza timore di controffensive. Il suo proprietario, Pavel Durov, è un Elon Musk in salsa russa: strambo, ricco di idee ma a differenza della sua controparte americana schivo e generalmente ignorato dai media occidentali.

Gli stickers di WhatsApp sono accessibili dalla stessa schermata dove sono disponibili GIF ed emoji

Ma cosa c’entra tutto questo con gli stickers di WhatsApp? Riconosco che si tratti di un giro molto lungo da percorrere per arrivare al nocciolo della questione, ma non era possibile fare altrimenti. Gli stickers di WhatsApp sono stati introdotti da poco tempo, e il loro uso è pressoché identico ad ogni altra piattaforma che ne supporti il formato: raggruppati all’interno di set, scaricabili da una vetrina interna all’app o direttamente da Google Play, sono gratuiti (per ora) e suddivisi persino a seconda dell’emozione che ogni adesivo vuole sostituire o rappresentare.

Accusare WhatsApp di aver copiato o imitato Telegram sarebbe pretestuoso e presuntuoso. Pretestuoso perché bisognerebbe assumere che nell’intero orizzonte della messaggistica online brillino solo due stelle: la gigante rossa WhatsApp e la nana bianca Telegram, riducendo la rimanente concorrenza a un buio cielo vuoto. Presuntuoso poiché si assimilerebbero gli stickers di WhatsApp a quelli di Telegram – mentre invece è chiaro a tutti che il sistema di produzione e distribuzione degli adesivi adottato da WhatsApp sia, nei fatti, una gran stupidata, al contrario di quello scelto da Telegram.

Semplicemente, per pubblicare un pacchetto di stickers su WhatsApp occorre essere sviluppatori, oltre che disegnatori: questo significa che alle competenze artistiche bisogna aggiungere anche un’infarinata di programmazione, il tutto insaporito da un filtro di carattere economico coincidente con la tassa applicata da Google a tutti i programmatori che pubblicano per la prima volta su Google Play. Gli stickers di WhatsApp sono infatti applicazioni: si scaricano dal Play Store, si installano sul telefono come qualsiasi altra app e per pubblicarne uno è necessario pagare 25$ (forfettari) al market di Google che provvederà ad ospitarlo e distribuirlo. E mi limito ad Android, perché sull’App Store il budget da dedicare al proprio set di stickers di WhatsApp sale ancora: 99$/anno. Per assicurarsi entrambi i segmenti di utenza (Android/iOS) bisogna dunque prevedere 125$ di investimento iniziale, più i costi per un corso di programmazione (qualora mancassero le conoscenze di base), più i 99$ da spendere ogni anno per rinnovare l’abbonamento all’App Store.

Ma non è finita qui: oltre alla programmazione del set – per quanto leggera e banale che sia – e oltre al pagamento di una tassa per la sua pubblicazione, si aggiunge anche la necessità di fornirgli un buon posizionamento all’interno dello store, realizzandogli perciò una scheda dettagliata e completa sul Play (o sull’App) Store.

Skill e competenze che non è scontato che un designer – che magari vorrebbe servirsi di WhatsApp per farsi notare e guadagnarsi un po’ di pubblicità – possieda per quanto talentuoso sia con la tavola grafica o la penna e l’inchiostro. Ma tutto questo non sarebbe comunque sufficiente a spingermi alla redazione di questo pezzo se non fosse per il diretto paragone di Telegram a ridicolizzare questa procedura da bureaucrazia di braziliana memoria.

L’avete già letta, quella classifica?

Su Telegram la creazione di un set di sticker è più che semplice: si disegnano gli adesivi, li si traspone in un formato grafico digitale, si interagisce con il bot ufficiale della piattaforma adibito alla creazione di ogni set – @stickers – e il gioco è fatto. Niente applicazioni, niente coding, niente tasse; certo, nemmeno questo sistema è perfetto. Su Telegram non esiste un “market unificato” degli stickers: c’è la sezione Trending Stickers nella tastiera, ma come sia possibile raggiungerla è un vero mistero per un designer esterno al team ufficiale della piattaforma. È per forza di cose necessario affidarsi a canali, fonti esterne (come la nostra rubrica di stickers), chat di gruppo dove è consentita la condivisione di stickers. Ma su Telegram chiunque è libero e soprattutto in possesso degli strumenti necessari per creare un pacchetto di adesivi, in qualunque momento.

Non che la soluzione adottata da WhatsApp sia comunque migliore: il collegamento a cui si riferisce il ristretto market di adesivi interno all’app non porta ad una scheda del Play Store dedicata solamente agli stickers di WhatsApp. Si limita a compiere al posto dell’utente una ricerca per parole chiave, che oggi – ma sono passati solo pochi giorni dall’ufficializzazione della feature – non porta a nessun risultato utile. Per quanto poi gli stickers di WhatsApp dovranno essere “legali, autorizzati e accettabili” secondo i Termini di Servizio dell’applicazione, temo che questi requisiti diventeranno più un impedimento che un supporto alla forza espressiva potenziale di questa funzione, finendo per ampliare il già notevole divario tra la base di utenti più casual e quella invece maggiormente specializzata.

Se volete dire la vostra o contattarmi privatamente, potete lasciare un commento qui sotto oppure scrivermi a guglielmo@appelmo.com o a @guglielmocrottibot.

StickersStickers di WhatsApp
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