Intervista a Giovanni Calabrese, l’italo-americano papà delle sculture di Android

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Giovanni Calabrese è un po’ come Banksy: alla pari del celebre writer, le sue opere sono esposte sotto gli occhi di tutti, e nessuno sa veramente chi le ha realizzate. Mentre però il nome dell’artista inglese è conosciuto un po’ da chiunque, anche da chi di street-art non ne ha mai masticato più di tanto, quello di Giovanni Calabrese non dirà probabilmente nulla nemmeno agli addetti ai lavori.

Io per primo: rendersi conto che dietro le statue di Android non c’era la zampa robotica di una qualche macchina industriale a stampo, ma si nascondeva invece un italo-americano con una storia tutta da scoprire è stata una sorpresa ai limiti dello shock. Perché nessuno ne ha mai parlato? Eppure la sua storia è simile a molte altre che i grandi quotidiani amano raccontare: due genitori che dall’Italia decidono di cercare fortuna all’estero, in America, portandosi appresso il figlio di cinque anni. Lo stesso figlio che, raggiunta la piena maturità, decide di abbandonare il lavoro d’ufficio per seguire la sua passione, la scultura. E che nell’arco di qualche anno diventa l’artista di fiducia di una delle più grandi industrie dell’hi-tech dei nostri tempi.

Su Internet una breve ricerca non porta a nulla: una pagina Wikipedia su un canottiere olimpionico degli anni ‘90; tanti articoli sull’omonimo sindaco di Locri indagato per mafia. Poi più nulla.

Decido di prendere in mano la situazione e di contattare Giovanni. Lo raggiungo su LinkedIn: affabile e cortese, con il suo italiano un po’ americano, ci accordiamo per sentirci al telefono. Sono fortunato: è in vacanza in Italia con la famiglia – i due figli (Dante, di dodici anni, e Giovanna di sette anni), la moglie e i genitori, entrambi della provincia di Salerno. Al telefono mi racconta l’itinerario della sua vacanza: Monte San Giacomo, la Sicilia che ammette di non aver mai visitato – e poi di nuovo la provincia salernitana e Roma, da dove poi ritornerà negli States e al suo lavoro nell’azienda di sua proprietà – Themendous. Il suo accento made in USA, applicato ad un italiano ricco di infiniti, suscita davvero una gran simpatia ma sorprendentemente non è nemmeno così marcato come mi aspettavo.

Una volta conosciuto il suo cursus honorum, la prima domanda non può che essere una: ma com’è che sei diventato un artista dello scalpello?

Ah, quello dici? Da quel che ricordo, è uno strumento con il quale ho sempre lavorato. A scuola prima e all’università poi [l’high-school e il college, ndr]. Dopo gli studi ho trovato lavoro per un po’ nel marketing, che avevo già studiato, ma [sospira] non era ciò che mi piaceva. Continuavo a pensare di tornare a fare qualche tipo di arte. E così quando staccavo dal lavoro, verso le cinque-cinque e mezza, tornavo a casa e facevo qualche scultura fino alle tre del mattino”.

Ride di gusto, il gusto della passione che trasforma un esperto di marketing in uno Michelangelo dalla vita sregolata. Effettivamente, il volto vagamente ricorda l’artista italiano cinquecentesco.

A quei tempi lavoravo per la Evergreen International Shipping come venditore, ma non mi piaceva. Era tutto troppo facile, e così al lavoro la mia mente si scioglieva come il burro… no, anzi, come la mozzarella burrata!

Altra risata fragorosa. Ed in mezzo a tante altre Giovanni racconta com’è passato dalla vendita di servizi per un grande corriere internazionale su nave alla scultura di statue in materiali gommosi, porosi, modellabili. Paradossalmente, la spinta non è arrivata dai mondi tradizionalmente identificati dalla vulgata degli artisti come “vicini al cuore”. Sono stati gli stessi clienti con i quali Giovanni veniva a contatto durante il lavoro: CEOs, manager, responsabili d’azienda con i quali si instaurava un rapporto paritario, non puramente lavorativo ma di cortesia e professionale. Proprio quelle persone, osservando le fotografie dei suoi lavori, l’hanno spronato ad abbandonare il suo lavoro di venditore e passare alla scultura. E non solo: gli hanno addirittura dato del matto per essere rimasto incollato a quel lavoro da scrivania per tanto, troppo tempo.

Giovanni Calabrese scultore di Android
Giovanni Calabrese insieme ad una delle sue creazioni: una scultura di un Android-sceriffo

Ma la storia di Giovanni è anche la storia di tanti italoamericani che, partendo dall’Italia per le Americhe cercavano migliore fortuna, trasferendo poi le medesime aspettative sui figli. E se tutto il mondo è Paese, così anche negli Stati Uniti ad avanzare le maggiori perplessità sulle possibilità di un’attività inizialmente solo artistica, è stato il motore primo di ogni essere umano: la mamma.

Mia madre non voleva che io lasciassi il mio lavoro. I miei genitori infatti sono arrivati in America dall’Italia proprio per trovarlo, il lavoro: mio padre faceva il muratore, mia madre era… come si dice? Sauta, forse? Sarta? Sì, ecco, sarta. E lei diceva che non voleva che io tornassi a casa la sera sporco e sudato come mio padre: lei voleva che mi dedicassi al mio lavoro, dentro un ufficio, con bei vestiti, una cravatta, pulito… E immaginami oggi: la sera, quando torno a casa, sono… esatto, sporco e sudato! Ma sono felice.

Io al lavoro portavo vestiti di Hugo Boss, cravatte di seta, scarpe fatte a mano in Italia, ma a me che mi fregava? Oggi vado a lavorare con i blue jeans strappati, e oggi è addirittura di moda! Com’è stato possibile? [Ride, e a ragione] Fino a cinque anni fa, quando andavo in giro in quel modo la gente mi diceva ‘Poverello!’, mi dava i soldi per l’autobus… E io ‘No grazie, non mi servono i tuoi soldi’” e giù altra risata.

Io ho semplicemente avuto la confidence necessaria per provare. Ho provato, e ora sono qui quasi venticinque anni dopo, grazie a Dio, sempre occupato al lavoro: di giorno, di notte, sempre”.

DALLE STELLE ALLE STATUE: COME NASCE UNA SCULTURA DI ANDROID

Sì, ma la mamma alla fine aveva torto o ragione? Chi compra le tue statue?

Ci sono diversi mercati: c’è il mercato dell’Internet. Lavoriamo per numerose compagnie dell’hi-tech: Tech Crunch, AOL, Google… Hanno tutti bisogno di questo tipo di lavoro”.

Ecco, parlaci di Google.

Mi hanno trovato nel 2008, quando hanno introdotto per la prima volta Android. E infatti abbiamo realizzato un Android alto più di un metro, in cinque giorni: l’abbiamo fatto nell’East Coast, in New Jersey, e poi l’abbiamo trasportato nella West Coast, a Mountain View. Cominciato lunedì e finito venerdì, e il lunedì successivo ero a Mountain View per la “great review”.

Ma quanto tempo impieghi per realizzare una statua?

Una scultura, prego. Dipende: per quell’Android abbiamo lavorato cinque giorni per venti ore al giorno, ma comunque dipende dal tipo di lavoro… per certe commissioni possono occorrere cinque giorni, per altre tre giorni, per altre ancora sei mesi. Dipende dalle dimensioni, ma anche da tanti altri fattori. Dipende anche dal mercato: lavoriamo per le advertising angecies, il marketing, le TV, musei, per i TV commercials…

E i materiali? Di cosa sono fatte all’interno le tue sculture?

Il materiale principale è il polistirolo: si può tagliare, scolpire, si può incollare; poi applichiamo uno spray di poliuretano, formato da due componenti, diciamo A e B, entrambi chimici. Li mettiamo insieme e li spruzziamo a 160 gradi Fahrenheit – non so quanto sia in Celsius [c.ca 70°C, ndr] – una temperatura così alta perché in questo modo si fissi tutto per bene. È importante che il getto sia così caldo perché in questo modo il composto che si forma sulla scultura assomiglia a fiberglass [vetroresina, ndr], anche se non lo è: è veramente bello, molto bello come materiale perché dopo tre minuti si solidifica e lo puoi già toccare. Poi dopo se serve il fiberglass lo puoi anche mettere”.

Giovanni alterna inglese e italiano mentre parla dei procedimenti che occorre seguire per la perfetta realizzazione di una scultura. Sul sito web della sua società, Themendous, è possibile ammirare tutte le sue produzioni passate e future: una galleria espositiva virtuale di statue di ogni forma e dimensione, riferite ad ogni ambiente culturale e ludico, tutte leggere e molto solide, adatte per l’esterno e l’interno.

Ma passiamo alle domande veramente importanti: se devi produrre la statua per Android in anticipo, dovrai conoscere in anticipo anche il nome della versione di Android… vero?

Giovanni ride. “Sì, è vero, è vero, succede sempre. Ed è anche molto strano. Poi quando hanno fatto per la prima volta il loro Android phone – il primo smartphone Android non era veramente loro, era di HTC – mi hanno mandato questo telefono [il Nexus One, ndr]. Ma io non capivo cosa fosse. ‘Okay, mi dicevo, mi avete mandato questo telefono… ma cos’ha di speciale?’ Io naturalmente non ho detto niente con nessuno, né con loro né con altri. Loro volevano che io producessi una scultura ad immagine e somiglianza di questo telefono, e così l’abbiamo fatta. Io però, davvero! non capivo cosa ci fosse di così speciale.

Però io ho continuato a non dire niente con nessuno, perché se avessi detto qualcosa in giro e le mie parole fossero state condivise sull’Internet… io ero F-I-N-I-T-O [ricordatevelo, questo smartphone: ne riparleremo tra qualche paragrafo]. Ma loro hanno deciso di fidarsi di me, e così hanno continuato a chiamarmi. Quando hanno fatto la lettera P, mi hanno chiamato, hanno detto ‘facciamo Pie quest’anno’, e così abbiamo fatto la statua”.

E quanto in anticipo conosci la versione di Android, solitamente?

Dipende. Di solito un mese prima. Con Oreo però è stato diverso: con Android Oreo hanno deciso [Google, ndr] di chiedere al pubblico, agli utenti, e così abbiamo iniziato a farla due solo settimane prima!

Le disegni sempre tu?

No. All’inizio il design lo facevo io, ma non valeva per tutte le statue. Con Honeycomb, per esempio, quando mi hanno fatto vedere il design della scultura, io ho fatto qualche proposta da artista quale sono: che so, mettiamo una vespa qui, facciamola così che gli utenti possono farsi i selfie, mettiamo che Android assomigli ad una vespa… Insomma, sono tutte idee mie. E così anche con Eclair, che altro avresti potuto fare con Eclair? Comunque sia, le idee adesso vengono da Google, io non ho più alcun potere decisionale”.

Google, spiega Giovanni, è ora un brand. È come Eminem: non puoi farci le statuine parlanti del Mc Donald’s, bisogna difenderne l’immagine. Certo, lui può ancora proporre l’aggiunta di qualche ornamento – nel caso di Android Pie, è stata la torta ai piedi della statua – ma ora a decidere trucco e parrucco delle sculture è Google.

Con Oreo è stato diverso, perché lì invece hanno modificato direttamente il design di Android” cosa che non succedeva dai tempi di Android Honeycomb. Da quando Google ha preso in mano le redini del processo creativo delle statue, suggerisce Giovanni tra le righe, queste sono diventate più standard, più canoniche: niente corpi a forma di vespa, dolcetto o arnia, ma semplici pupazzi verdi attorniati da un prodotto dolciario che ricordi la versione dell’anno. “L’hanno fatto a forma di supereroe. In quel caso mi hanno chiamato e mi hanno chiesto cosa ne pensavo, e io ho dato loro il mio parere: questo va bene, questo no, quello si rompe se lo fate così…

Io però non voglio mettere loro in bocca parole – ha poi precisato – che non hanno mai pronunciato: loro sono il creative team [di Google, ndr], io il fabbricante. L’ultima parola ce l’hanno loro, è sempre così nel mio lavoro, con tutti: l’ultima parola ce l’ha sempre il cliente”.

Non che lavorare per Google non gli piaccia, assolutamente. Giovanni conferma quello che le statistiche ci indicano da anni: lavorare per Google è meraviglioso.

Fino al 2017 Google ha occupato per sei anni consecutivi il primo posto della classifica Fortune “Best Companies to work for; anche se il 2018 ha visto una sua clamorosa esclusione dalla Top-100, un trend contrario lo ha registrato all’interno della classifica “Employee  Choices Award redatta dal sito di ricerca del personale Glassdoor, che la promuove al terzo posto dietro a Facebook e Bain & Company. Certo, Giovanni non è un dipendente di Google; ma per lui, “Google è un ottimo cliente: sempre cortesi, sempre disponibili, e mi hanno sempre trattato bene”.

LA CORTESIA DI ANDY RUBIN

Un ottimo rapporto lavorativo non è frutto solamente di grandi performances prestazionali, ma soprattutto una buona cultura aziendale, insita in ogni dipendente dell’azienda – dalla base sino ai vertici. A dimostrazione di ciò, Giovanni ci racconta un aneddoto su Andy Rubin, co-fondatore di Android e oggi concorrente della stessa Alphabet attraverso la sua azienda Essential, che nel 2017 ha lanciato il suo primo smartphone PH-1.

Alcune volte – racconta Giovanni – abbiamo rischiato anche di non riuscire a consegnare la statua in tempo. Nel 2008 per esempio, per completare la prima scultura abbiamo dovuto lavorare 20 ore al giorno per cinque giorni – e, proprio all’ultimo momento, la macchina per la vernice spray si era rotta. Tergiversai un po’ con Google, ma visto che nemmeno dopo un po’ di troubleshooting riuscivamo a capire cosa non funzionasse, mi risolsi a contattarli per segnalare il problema. Ormai erano le tre del mattino, mentre da loro [in California, a Mountain View, ndr] era ancora mezzanotte. E mi rispose Andy Rubin. Io gli avevo detto che non potevamo finire il lavoro, che la macchina era rotta e che non avremmo potuto rispettare la deadline. Capirai, ero molto preoccupato: e se avesse chiesto i soldi indietro? Però lui mi ha semplicemente risposto:

Don’t worry about it. If I’m going to have a cake, I want a perfect cake than an unbacked cake. When you’re finished, you send it: and I’m sure it will be beautiful.

Ora: qualcun’altro, forse, leggendo queste parole avrebbe pensato ‘Okay, adesso vado a dormire’ perché in effetti lui aveva scritto “non preoccuparti”: a me invece hanno dato ancora più energia. Avevano fiducia in me. E io potevo semplicemente ripagarli lavorando al meglio. Alle sei del mattino dopo mi ha richiamato il servizio di manutenzione della macchina malfunzionante: dopo due ore di troubleshooting al telefono abbiamo scoperto che il problema era… il cavo del sistema di riscaldamento della macchina che si era staccato. Mannaggia! Una cosa così semplice!

Andy Rubin (a sinistra) insieme a Giovanni Calabrese (a destra)

Poi alle nove del mattino è arrivato il furgone del corriere: lo avevamo chiamato per le undici, ma lui è arrivato alle nove. E naturalmente aveva fretta di ripartire, perché doveva andare in California e non voleva fare tardi. Al che io ho detto ai miei operai: non mi importa cosa vi inventerete, se dovrete rubargli le chiavi del furgone o che so io, ma lui da qui non se ne va senza la nostra statua! E infatti poi se ne è andato qualche ora dopo con la scultura a bordo che ancora gocciolava di vernice verde.

Quella è stata l’unica volta che ho parlato direttamente con Andy Rubin. Ma erano i tempi del primo Android, Andy l’aveva pagato con i suoi soldi, ovviamente voleva che andasse tutto bene”.

UN'ATTRAZIONE NATA PER CASO

Le sculture realizzate da Giovanni Calabrese e dalla sua Themendous sono diventate nel corso degli anni una vera attrazione: posizionate all’interno del parco davanti agli uffici di Google e svelate ad ogni nuova release secondo un rito ormai consolidato, sono ormai ben più che semplici memorabilia. Sono attrazioni: su Tripadvisor, dell’intera area del GooglePlex le statue sono il soggetto più fotografato e apprezzato; dei cinque utenti italiani che sulla piattaforma hanno lasciato una recensione, anche quelli che hanno segnalato negativamente il luogo (una minoranza, ma comunque importante) non hanno potuto fare a meno di includere qualche fotografia delle sculture di Giovanni. Ma tutto questo lui lo sa?

Naturalmente. E ci racconta anche la genesi di un piccolo fenomeno di culto.

Tutto è iniziato con Zynga [oggi Game Doctors, ndr], una software house di videogames che a quel tempo aveva sviluppato un gioco chiamato Zombie Smash. Mi chiamarono – non ricordo più quando – e mi dissero che avevano sviluppato questo gioco per la piattaforma di Google, e volevano sapere se era possibile fare una scultura come quella di Google ma “sistemata” secondo il loro tema – un Android-zombie, sostanzialmente. Io risposi che sì, la statua l’avevo fatta io ma non avevo il permesso di utilizzare il logo di Android come mi pareva: chiamai così Google e loro mi diedero l’OK.

Luca Cordero di Montezemolo in visita al Googleplex, a fianco di una delle sculture di Giovanni

Io naturalmente ero contento, perché si trattava di altro lavoro. Quando poi sono andato a Mountain View per sistemare l’installazione, notai tutte queste persone che arrivavano in questi piccoli bus, a gruppi di quindici-venti, che scendevano e scattavano foto, tante foto! Come i giapponesi, no? Click-click-click-click! E io non avevo capito, mi chiedevo cosa stesse succedendo, perché dopo il primo bus ne era arrivato un secondo, e si era ripetuta la stessa scenda: loro scendevano, scattavano le foto e poi se ne andavano.

Al che uno dei dipendenti di Google mi ha detto che questo spettacolo avveniva sempre, ogni giorno. I turisti erano talmente tanti che si è reso necessario spostare le statue dal Building 44, dove stavano inizialmente, perché i visitatori finivano per dare fastidio agli operai che lavoravano nella struttura. Adesso sono nel Visitor Greetings Sections, là sono radunate tutte le statue”.

Un vero successo.

Esatto! Sono diventate delle tourist attractions! Capito che responsabilità? Ho creato delle attrazioni turistiche! E quando vedo i turisti scattare tutte quelle foto, mi dico: se avessi un dollaro per ogni fotografia…! Ma è comunque una grande soddisfazione, mi danno sempre una grande gioia. E non solo: quando parlo con qualcuno e capita che gli faccia vedere qualche foto dei miei lavori, tutti mi dicono sempre ‘Ma tu sei quello che ha fatto le statue di Android! Ho sempre voluto conoscere chi faceva quelle statue!’ e cose così, e ti fa sentire un po’ un VIP”.

SOTTO IL SOLE DI MOUNTAIN VIEW

Il rapporto tra Google e Giovanni non si è deteriorato mai, in nessuna occasione – nonostante qualche disavventura sia capitata.

Il caso più eclatante probabilmente si ebbe in occasione dell’incidente avvenuto con la scultura di Android Jelly Bean: nel luglio 2012 l’intera California – compresa Mountain View – venne investita da un’ondata di caldo, tanto forte che fece saltare letteralmente il tappo del vasetto di gelatine di cui era composto il corpo della statua della versione 4.1 del SO di Google. Dell’inconveniente ne approfittarono naturalmente i cacciatori di memorabilia, che approfittarono della confusione per rubare uno dei 160 jelly bean originariamente custoditi nel contenitore. E oggi, sei anni dopo, Giovanni se ne assume le responsabilità.

Quella [di trasformare Jelly Bean in una scultura cava], purtroppo diciamo, è stata una mia idea. Visto che si sarebbe chiamato Jelly Bean, pensai che si sarebbe potuta fare una jelly bean jar, rendendo la testa della scultura come vetro – ma non era vetro veramente, era plastica. Ma io non avevo previsto che sarebbe stato così caldo, e così… si è spaccato. Al che mi hanno chiamato, e io: ‘Oh boy, oh maronna mia, cosa facciamo?’ e così in due giorni abbiamo rifatto la testa dell’Android ma non più in plastica trasparente, questa volta l’abbiamo realizzata come un tappo da apporre sul contenitore. Per due giorni non abbiamo fatto altro. Poi l’abbiamo spedita con FedEx e il giorno dopo l’avevano già. D’altronde Google ha sempre la priorità: quando chiamano si ferma tutto – io ho la fortuna di avere diversi operai insieme ai quali organizzare il lavoro”.

Un altro episodio, anche questo a lieto fine, ebbe invece come co-protagonista il Nexus One che Google aveva inviato a Giovanni come sample, sulla base del quale costruirne la statua, che oggi riposa ai piedi di una gigantesca riproduzione del logo di Android.

Un’artista… affamato!

Io non lo volevo, racconta Giovanni, perché a quei tempi avevo già un iPhone e non avevo bisogno di un altro telefono. Quando però dissi loro che glielo avrei inviato indietro, loro mi risposero che potevo tenermelo, e così ho fatto. Tra l’altro quell’anno io e la mia famiglia dovevamo andare in vacanza in Italia, e proprio durante il viaggio mio figlio – che a quel tempo aveva quattro anni – mentre ci stava giocando, lo perse. E io mi spaventai, perché quel telefono non era mio! Scrissi così a Google spiegando l’accaduto, che avevo perso il loro smartphone ma che magari c’era ancora qualche modo per rintracciarlo, anche se aveva la batteria scarica forse con il GPS… Ma loro mi risposero: ‘Va bene, allora te ne mandiamo un altro’. E io allora ho detto: grande! Mi hanno mandato il telefono quell’anno e quello successivo, poi basta”.

UN LAVORO DI FAMIGLIA

Le ultime domande sono naturalmente le più intime: Giovanni mi racconta che suo figlio Dante è ormai un habituè dell’azienda e che nonostante i suoi dodici anni sia già bravissimol’ottanta percento della statua di Android Oreo, parola di Giovanni, è opera sua. Ama questo tipo di lavoro, così come anche la sorellina Giovanna, anche lei un’artista. Ma ciò che contraddistingue di più la famiglia Calabrese è probabilmente il fiuto per gli affari – e quale attività potrà mai avere un bambino americano?

Dante è già un imprenditore, ha già un’impresa sua. Ha uno stand dove vende limonata e gli abbiamo costruito apposta per questo suo lavoro una statua a forma di limone, che abbiamo montato sulla sua golf kart, e nei weekend vende limonata proprio da quel kart”. I paragoni con l’Italia sarebbero impietosi. “Ma i miei genitori dicono che dovrebbe trovarsi un lavoro vero. E hanno ragione!

Un’impresa, Themendous, che vende i suoi prodotti in tutto il Paese – Google, Yahoo, Tech Crunch e gli altri principali attori della scena hi-tech. Una famiglia unita, figli già interessati all’attività del padre e che nonostante la giovane età dimostrano di possedere la necessaria intraprendenza per sopravvivere ai tempi della gig economy. Un passato da emigrato ed un futuro di successo. Giovanni Calabrese, l’uomo delle sculture Android, può dirsi soddisfatto di sé. Ma c’è ancora una cosa che non sappiamo di lui: quanti anni ha? Noi proviamo a chiederglielo:

È una domanda alla quale non mi piace rispondere. Non mi piace ricordarmi quanti anni ho! Ti darò giusto qualche indizio… diciamo che quando sono arrivato in America con la mia famiglia era il 1973, e io avevo cinque anni”. Cinquant’anni tondi tondi, quindi.

Non lo so. Io nella mia testa ho sempre trentacinque anni”.

E chissà che non sia proprio questo, il segreto dell’eterna giovinezza.

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