L’etica digitale e lo spirito del capitalismo: Apple, Facebook, Google e la censura cinese

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Oriente ed Occidente: continenti e culture così vicini, eppure così lontani nello spazio ma soprattutto nel tempo. Non il tempo degli orologi, ma quello delle cose, delle idee: mentre in Europa viene approvato il GDPR – cuore della nuova privacy online, in Cina si istituisce una massificata rete di controllo digitale fatta di telecamere e algoritmi di riconoscimento facciale. Mentre negli Stati Uniti i produttori di smartphone cinesi vengono cacciati dal mercato locale per sospette pratiche di spionaggio (salvo poi rientrare dalla finestra), in Cina le aziende americane scendono a patti con il governo del PCC, cedendogli il controllo sui dati dei suoi cittadini in cambio della sempre più rara licenza ad operare nel Paese.

È il caso di Apple in Cina, la cui arrendevolezza di fronte alle pretese del governo sui dati iCloud dei cittadini cinesi grida vendetta se posto a confronto col caso dell’iPhone di San Bernardino, e di tante altre realtà che lottano per mantenere la propria indipendenza, e dei dati degli utenti. Ma è anche il caso di Google, che decide di piegarsi alle richieste della censura cinese nel tentativo di entrare nuovamente nella partita e finalmente riappropriarsi di un settore sfuggito per troppo tempo al suo controllo.

Siete pronti per scoprire come e perché Google e Apple in Cina tentano di emergere e/o sopravvivere, piegandosi ai dettami della censura?

LA DURA VITA DI APPLE IN CINA

Non è passato che qualche mese dalla nostra ultima incursione in territorio cinese, guardacaso sempre per raccontare dei compromessi fatti da Apple in Cina per mantenere l’operatività all’interno del più grande mercato di smartphone del mondo, netto rivale del segmento indiano.

La popolazione dell’India onora infatti le origini del CEO di Google, Sundar Pichai, preferendo Android ad iOS – il quale non può opporsi allo strabordante numero di modelli economici venduti dai giganti del mondo degli smartphone. Xiaomi solo in India possiede sei fabbriche – non a caso, il CEO dell’azienda sostiene di produrre nel Paese “uno smartphone ogni due secondi” – mentre proprio qualche giorno fa Samsung ha aperto la più grande fabbrica di smartphone del mondo a Naoida, nello Stato dell’Uttar Pradesh (famoso per aver ospitato per qualche anno il circuito nazionale della F1).

Ma se Google ha fatto del subcontinente indiano il suo parco giochi, in Cina Android vive da anni una situazione di apparente illegalità. Mentre infatti le applicazioni di Google – insieme a tante altre realtà statunitensi, da Facebook a WhatsApp – sono bandite e ufficialmente assenti dal territorio, i produttori di smartphone non si fanno scrupoli a commerciare device dotati del SO americano ma privi della benedizione di Mountain View. Interfacce pesantemente personalizzate e market alternativi sono uno dei tanti stratagemmi adottati dagli OEM operanti sul suolo cinese per continuare ad utilizzare il più malleabile e accessibile dei sistemi operativi mobili; e proprio per merito dei produttori – Google volente o nolente – Android ha potuto raggiungere il 78% degli smartphone nel Paese.

Apple in Cina
A Shangai sorge uno dei più grandi Apple Store del mondo – ma presto il primato sarà dell’Apple Store di Dubai, in prossima realizzazione

Discorso a parte va fatto per Apple. L’azienda dispone solamente del 21% della fascia di mercato, ma di contro può vantare una certa operatività nel territorio cinese che Google può solo sognare. Il dominio di Android è infatti puramente nominale – chi comanda davvero sono i produttori e le case di sviluppo. Senza il controllo di Google, WeChat (controllata del colosso Tencent, sviluppatore di must-have per Android come Clash of Clans, Clash Royale e PUBG Mobile) ha potuto evolvere la propria struttura, trasformandosi in uno store alternativo nascosto all’interno di un’app di chat – dove non si scaricano applicazioni vere e proprie ma mini-app, programmi che si integrano perfettamente con la struttura della più utilizzata suite di messaggistica cinese.

Come evidenzia un report del Financial Times dello scorso anno, Apple fatica enormemente a rimanere all’interno di un mercato che lo identifica sostanzialmente come un corpo estraneo. I suoi prezzi, indirizzati ad una clientela abituata a spendere e spandere, non riescono a competere con la stessa facilità dimostrata in Europa o negli USA con i top di gamma Android. I suoi servizi non si conformano completamente agli standard accentratori tipici del regime autoritario cinese, e finiscono così per venire espulsi dal sistema: è il caso di Apple Pay, escluso dalla struttura di pagamento dei servizi pubblici di Pechino perché non compatibile con le analoghe piattaforme concorrenti (Ali Pay di Alibaba, WeChat Pay), e più in generale dalla rete di pagamenti contactless perché mai entrato a fare parte di UnionPay, il predominante sistema di carte di debito e credito in Cina.

Tuttavia, il mercato cinese è tanto ricco e promettente da convincere, e costringere Cupertino a piegare il capo davanti a queste sgarberie e alle tante richieste imposte dal governo di Pechino, che in cambio della libertà di commercio richiede un’assoluta fedeltà alle politiche di censura sui contenuti.

E mai quanto negli ultimi anni, con l’assurgere della privacy a tematica di discussione e parametro di valutazione nell’analisi strategica e comportamentale delle aziende in patria e all’estero, Apple è stata più volte colta in fallo a nascondere, cancellare, modificare i propri principi-cardine a favore del sistema di controllo cinese.


NUVOLE SOPRA IL CIELO DI PECHINO

Tutti ricorderanno il caso dell’iPhone di San Bernardino: nel 2014 Apple si scontrò violentemente con il Federal Boureau Service, che chiedeva la realizzazione di una versione alternativa di iOS da installare all’interno dell’iPhone di Sayed Farook, terrorista islamico rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con le forze di polizia. Il criminale disponeva sicuramente di contatti, informazioni e dati salvati all’interno del suo smartphone, diceva l’FBI; era dunque imperativo riuscire ad accedere al database del dispositivo con le buone o con le cattive.

La vicenda catturò le prime pagine dei giornali: Apple, assurta a rappresentazione plastica dell’intransigenza dei valori morali contro il mero pragmatismo del governo statunitense, tenne banco per diverse settimane, costringendo gli avversari a ricorrere ad hacker prezzolati (e profumatamente: il compenso sembra si sia attestato intorno ai 900.000$) per sbloccare la situazione – causando a Donald Trump, allora ancora candidato a presidente, una notevole irritazione.

Basta però lasciar scorrere il cursore sulla linea temporale di qualche posizione per trovare un’Apple diversa, e molto più accomodante… sì, proprio in Cina. Nel Paese – lo stesso dove hanno luogo le aziende produttrici dell’intera linea di smartphone e tablet, dagli iPhone agli iPad – Apple ha collezionato solamente a partire dal 2017 innumerevoli casi di collaborazionismo con le autorità di Pechino nell’attività di censura di materiale considerato “sconveniente”, “inappropriato” o “non patriottico”:

  • dall’inizio del 2017 iOS dispone di un sistema di censura che elimina automaticamente la bandiera di Taiwan dagli iPhone la cui localizzazione sia registrata sul territorio cinese. Tuttavia, una cattiva implementazione di tale feature ha causato un esteso fenomeno di crash in migliaia di dispositivi, non adeguati alla ricezione del messaggio di errore provocato dalla comparsa nelle chat della bandiera della “Cina nazionalista” – attualmente localizzata sull’Isola di Taiwan e considerata una “provincia ribelle” da parte della Cina di Pechino;
  • nel maggio 2017 Apple ha obbligato – sotto richiesta di Pechino – gli sviluppatori a rimuovere il CallKit integrato all’interno delle applicazioni distribuite nell’App Store, pena la revoca della licenza e l’espulsione dall’unico market di app iOS esistente nel Paese. Il CallKit consente di integrare funzioni di chiamata e ricezione di telefonate VoIP (che cosa sono?) nella propria suite di messaggistica, un modello di comunicazione che il governo cinese teme di non riuscire a controllare;
  • nel luglio 2017 Apple si è resa protagonista di un massiccio ban di app VPN all’interno dell’App Store cinese. Nonostante non siano state eliminate tutte le applicazioni capaci di creare delle Virtual Private Network – filtri che mascherano la nazionalità dell’utente e quindi in grado di consentire al cinese medio di navigare online senza subire la censura governativa – l’azione ha suscitato violente proteste da parte degli attivisti per la privacy ed i diritti digitali, che hanno paragonato polemicamente l’avvenimento con la condotta (di ben altra portata e sentimento) mostrata da Apple nel 2014;
  • nel febbraio 2018 Apple ha dichiarato che, in obbedienza alle leggi locali, avrebbe spostato i server iCloud riferiti alla regione cinese all’interno del Paese, trasferendo con loro anche le chiavi di crittografia dei dati ivi contenuti. Mentre in un primo momento la proprietà dei server sembrava sarebbe rimasta ad Apple, in co-gestione con un’azienda controllata dall’amministrazione della provincia del Guizhou, nelle ultime settimane è stato ufficializzato il passaggio allo stato centrale cinese (nella persona della nazionalizzata China Telecom), che ora dispone anche dell’accesso ai dati. Non direttamente, è ovvio: per ottenere le chiavi crittografiche il governo di Pechino, che prima doveva seguire le procedure (e l’ostilità) del sistema giudiziario statunitense data la giurisdizione americana, dovrà fare appello alle leggi cinesi. Redatte, votate e applicate dallo stesso soggetto: il modello comunista nazionale in tutte le sue ramificazioni – e Apple si è già dichiarata pronta ad obbedire alle richieste da questo provenienti (non che avesse altra scelta);
  • infine, nell’agosto 2018 Apple ha dovuto rimuovere 25.000 app di scommesse illegali, mascherate come applicazioni di lotteria autorizzate, in risposta alle critiche della China Central Television per una supposta lentezza nella rimozione di materiali non consentiti.

DON’T BE EVIL

Era il 2006 quando Google, pur con la riluttanza dei suoi capi di allora, decise di introdurre in Cina un motore di ricerca censurato e accondiscendente con le richieste di filtraggio dei contenuti del governo della RPC. L’esperienza dell’azienda durò sino al 2010: quell’anno venne svelato un attacco di phishing di enormi proporzionimanovrato dal governo di Pechino stesso, probabilmente – nei confronti della sua infrastruttura, mirante a recuperare quante più informazioni possibili sugli attivisti per i diritti umani ancora residenti in Cina.

Nel giro di poco tempo, l’azienda di Mountain View trasferì la sua struttura in Hong Kong, lanciando contemporaneamente per rappresaglia un motore di ricerca completamente libero e privo di censure – che, senza la sorpresa di nessuno, durò il tempo di un battito di ciglia.

apple in cina
La placca indicante l’ex-sede di Google è diventata una piccola meta di pellegrinaggio in Cina, con tanto di fiori e libri-ricordo a memoria del motore di ricerca, ancora oggi bannato – Crediti: The Information

Con Android ai suoi esordi, nel 2010 Google non poteva certo immaginare che otto anni dopo sarebbe stato costretto nuovamente a tentare un’espansione nel territorio cinese, spinto proprio dalla vasta popolarità raccolta dal suo sistema operativo mobile. Che, come abbiamo detto, si sviluppa senza freni – non pesando, sul capo degli OEM locali, quella spada di Damocle tutta occidentale dei Google Services.

Nel 2010 fu Sergej Brin, co-fondatore dell’azienda, a spingere per un ritiro dalle scene – il governo autoritario cinese gli pareva troppo familiare a quello sovietico, sotto il quale era nato, cresciuto e poi scappato. Nel giro di otto anni cambiano tante cose: con Sundar Pichai al comando effettivo (non più dunque un europeo vissuto sotto la cappa di un regime oggi scomparso, ma un indiano nato nel contesto delle dinamicissime economie asiatiche), la ricerca di un passaggio a Nord-Est non deve dunque stupire più di tanto. D’altronde, nonostante l’apparente crisi del 2010, Google non ha mai abbandonato ufficialmente il suolo cinese, mantenendo tre uffici di rappresentanza nel Paese e impiegando più di 700 Googlers, a vario titolo.

Ma ci sono tante cose che invece non cambiano mai: prima di tutto, la straordinaria debolezza dei vertici di Google nei confronti del suo organico. Straordinaria (per noi, inguaribili europei romantici) e terribile (per loro) allo stesso tempo: davanti alla notizia che non una, ma ben due app pesantemente censurate avrebbero segnato il rientro di Google in Cina, un coro di proteste e di critiche si è levato da parte di tutto l’organico dell’azienda. Secondo il New York Times, oltre 1.400 impiegati e Googlers hanno manifestato la propria disapprovazione nei confronti della prossima release di due prodotti che essenzialmente violano qualsiasi codice etico mai firmato e adottato.

Già: come segnala infatti il sito The Conversation, in America è molto diffusa tra gli ingegneri informatici ed i programmatori un’organizzazione professionale, la Association of Computing Machinery – la quale ha recentemente aggiornato il proprio codice etico, obbligatoriamente sottoscritto da tutti gli associati. Supponendo che una buona percentuale dei Googlers sia membro della ACM (nel 2011 comprendeva oltre 100.000 membri), non possiamo non notare come il progetto “Dragonfly” – così è stato infatti chiamato quell’insieme di operazioni che preparano lo sbarco di Google in Cina – violi praticamente tutte le disposizioni del suddetto codice, a partire dal “promoting human rights and protecting each individual’s right to autonomy” presente al paragrafo 1.1 (!).

Computing professionals should take action to avoid creating systems or technologies that disenfranchise or oppress people

ACM Code of Ethics, principle 1.4

Il progetto Dragonfly è dunque composto da due applicazioni – per ora – ma quali applicazioni, esattamente?

  • il primo è un motore di ricerca, che secondo le intenzioni di Google dovrebbe prendere il nome di “Maotai” o “Longfei”. In sviluppo già da un anno, il progetto si innesta su un lavoro di elaborazione di dati e ricerca che Google ha condotto in otto anni su 265.com, un dominio acquistato nel 2008 e dal 2010 unica finestra sul sistema di ricerca online in Cina. 265.com, rimasto in attività come portale di collegamento al motore di ricerca più usato nel Paese, Baidu, ha consentito a Google di raccogliere informazioni campionarie sulle parole chiave più ricercate dagli 800 milioni di internauti cinesi e sviluppare così un modello sul quale poi impostare il nuovo prodotto;
  • il secondo è un’app di news e notizie: di realizzazione più tarda (“Maotai” sarebbe dovuto arrivare in Cina nei prossimi otto-dieci mesi, mentre per quest’app le tempistiche si fanno più dilatate) avrebbe dovuto integrare un’AI programmata per la censura automatica dei contenuti sensibili e vietati dal governo centrale. Secondo i report ricevuti finora, l’applicazione si sarebbe sostanzialmente rivelata un clone della popolarissima (in Cina) Toutiao, sviluppata dalla startup locale ByteDance.

Più defilata è stata invece la notizia, rilanciata da alcuni siti di informazione, di riportare servizi come Documenti e Drive in Cina tramite accordi con la multinazionale Tencent Holdings, la Inspur Groups e altre aziende di hardware, visto che la legge cinese – come abbiamo potuto notare nel caso di iCloud – impone a tutti i servizi cloud di mantenere i server all’interno del territorio nazionale.


SE NON ORA… QUANDO?

A rompere le uova nel paniere di Google sono state, così come nel caso del Project Maven (un software per droni destinato all’uso militare, poi abbandonato), le pesanti critiche della propria base, le 14mila firme ad un documento di protesta e l’eco internazionale dell’ipocrita decisione dell’azienda. E, anche, le crescenti tensioni commerciali e politiche tra Stati Uniti e Cina.

Il quotidiano che per primo aveva lanciato la notizia, The Information, cita le difficoltà che Google ha dovuto affrontare per ottenere il benestare delle autorità cinesi. Anche se Pichai smentisce che il progetto troverà attuazione in un prossimo futuro, siamo certi che tutto il lavoro fatto non sarà lasciato a marcire in qualche cantina di Mountain View.

AGGIORNAMENTO: a meno di un giorno dalla pubblicazione di questo articolo, giunge notizia che Google/Alphabet abbia istituito in Cina una sussidiaria di Waymo, la famosa app di trasporti – in accordo con il locale China National Enterprise Credit Information Publicity System. La società, denominata Huimo Business Consulting, con un capitale sociale di poco più di 500.000$ e con Kevin Vosen (general counsel di Waymo) registrato come azionista di maggioranza, si propone principalmente di effettuare – per l’appunto – attività di consulting nel Paese. Segno che Google non è ancora pronta a portare Waymo e la sua piattaforma di ride-sharing in Cina, ma potrebbe esserlo in un prossimo futuro.

E FACEBOOK?

Se Google ed Apple sono i due principali players nel territorio dell’ultimo imperatore per via le pesanti connessioni con l’industria hardware e software – irrimediabilmente intrecciate c’è anche un terzo attore che da tempo, ma con risultati mai brillanti, tenta di introdursi nelle sale del potere del Paese.

Parliamo di Facebook, naturalmente: Mark Zuckerberg in persona si è speso più volte nel tentativo di allacciare rapporti amichevoli con un Paese che gli è tradizionalmente nemico (Facebook venne bannato nel 2009 insieme a Twitter e altri servizi Google) e che non gli ha mai concesso grandi spazi di manovra. Certo, in alcuni casi la goffaggine dell’approccio ha avuto l’effetto contrario a quello previsto – quando, per esempio, Zuckerberg propose all’autoritario presidente cinese, Xi Jinping, di scegliere il nome per sua figlia (proposta poi declinata, per il bene del pargolo nonostante per la tradizione cinese sia comunque un segno di rispetto). Zuckerberg comunque si è sempre impegnato a fondo: ha studiato il cinese mandarino – la variante cantonese è di competenza della moglie Priscilla Chan, nata in america da due emigrati sino-vietnamiti dell’etnia Hoa – e si è più volte intrattenuto con il ministro della Propaganda e con quello degli Interni, oltre a compiere qualche comparsata ad eventi universitari tenuti in Cina da università locali.

Mark Zuckerberg in Cina, durante uno dei tanti incontri universitari tenuti nel 2014 – Crediti: The New Yorker/Barcroft Media

Dopo l’introduzione silenziosa di un’app-fantasma negli store di applicazioni cinesi, il primo successo ufficiale era tuttavia stato annunciato il 25 luglio, quando Reuters aveva segnalato la concessione di una licenza di commercio ad una sussidiaria di Facebook (della sede di Hong Kong) già stabilitasi sul territorio. Registrata ad Hangzou, città sede del quartier generale del colosso Alibaba (con il quale il gigante di Menlo Park sembra intrattenere buoni rapporti), e dotata di un capitale iniziale di 30 milioni di dollari, nel giro di poche ore – e con la diffusione della notizia per la Rete – si era però vista ritirare il permesso dalla National Enterprise Credit Information Publicity System, l’autorità in materia nel Paese.

Probabilmente la notizia doveva rimanere riservata, perlomeno nei primi tempi. Si ritorna al punto di partenza? Forse no: come già accaduto in altri casi, anche Facebook – in quando compagnia straniera e occidentale – dovrà trovare un partner locale con il quale avviare la propria attività nel Paese, ovviamente giocando il gioco delle autorità locali. Se i tentativi di approccio al gigante della ricerca Baidu si sono poi rivelati un vicolo cieco, le (magre) connessioni con un altro colosso cinese, il già citato Alibaba, potrebbero fornire a Facebook e a Zuckerberg la tanto agognata chiave per accedere agli 800 milioni di internauti che popolano oggi la Cina.

I quali non solo non sembrano voler calare di numero, ma anche di non sapere davvero che farsene della privacy.

Scopri QUI come funziona la censura delle informazioni in Cina all’interno dell’app di chat più utilizzata nel Paese, WeChat.

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Fonte WIRED Tech Crunch NYTimes
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