#Applefun: The Developers Union, gli sviluppatori si riuniscono in un sindacato contro Apple e lo strapotere dei giochi mobile

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Le associazioni di categoria e i sindacati sono forse un retaggio novecentesco nell’economia globale; paradossalmente però sono proprio i principali sostenitori e beneficiari di quest’ultima, gli sviluppatori di applicazioni per iPhone, a ricorrere a simili, desueti strumenti di pressione per convincere il proprio datore di lavoro – Apple, in questo caso – a concedere maggiori diritti e percentuali di guadagno nell’ecosistema dell’App Store.

Siete pronti per scoprire la storia del primo (quasi) sindacato per sviluppatori?

THE DEVELOPERS UNION, IL SINDACATO DEGLI SVILUPPATORI

Numerose narrazioni, specialmente quelle ispirate dalle percentuali diffuse dagli istituti di settore, ci hanno portato ad identificare nell’attività di sviluppo su iOS la vera soluzione remunerativa alla professione di sviluppatore.

Forse il settore ha subito un declino senza che ce ne accorgessimo, o magari quelle percentuali non erano altro che l’abbagliante riflesso dorato sulla carrozzeria di un’auto mangiata dalla ruggine; scegliete la risposta che preferite, perché la domanda è una soltanto: quale futuro per gli sviluppatori per iOS? A suggerire infatti una crescente insofferenza nei confronti della casa di Cupertino è la notizia della formazione di un “sindacato non-sindacato, così come l’hanno chiamato i suoi ideatori, per effettuare pressioni su Apple affinché si pieghi alle loro richieste.

L’App Store è in subbuglio

Potrebbe suscitare facili ironie la decisione di formare un sindacato all’interno del “paradiso bianco” degli sviluppatori, ma è sufficiente gettare uno sguardo sulla lista dei nomi che compongono l’organico dell’organizzazione perché la vicenda assuma maggiore credibilità. Tra i promotori della “The Developers Union” ci sono infatti Joe Schumacher, autore dell’applicazione App: The Human Story, il decano Brent Simmons – ideatore di NetNewsWire, Vesper e del tool di web publishing per Mac MarsEdit – e gli sviluppatori Loren Morris e Roger Odgen; ognuno ha almeno alle spalle un’avventura imprenditoriale iniziata e in qualche caso conclusasi felicemente proprio all’interno dell’App Store, e conoscono bene le difficoltà dello sviluppo indipendente, lontano dal largo ombrello delle software house più affermate.

Dalla rivoluzione americana in poi (ma forse anche da prima), il principale combustibile delle rivoluzioni è stato e rimane la mancanza di denaro: rimanendo nel solco della tradizione anche i promotori della The Developers Union si pongono quale obbiettivo l’innalzamento delle retribuzioni garantite agli sviluppatori, considerate insufficienti. Allo stato attuale infatti i developers sull’App Store guadagnano un 70% del totale che l’utente finale corrisponde loro nella forma di un pagamento in-app o di un acquisto diretto, mentre Apple trattiene il rimanente 30%; le percentuali si modificano a favore dello sviluppatore nel caso di utenti fidelizzati, che mantengono le proprie iscrizioni a servizi per lungo tempo e per i quali Apple riduce del 50% la propria fetta di introiti, scendendo al 15%.

Secondo i firmatari della lettera che The Developer Union ha inviato ad Apple, “riuscire a guadagnarsi da vivere scrivendo codice è diventato piuttosto duro ultimamente”; ma come sperano che Apple modifichi la situazione?

È un sindacato non-sindacato […] non sono super-interessato a creare un sindacato tradizionale. Sono più preoccupato di riportare la voce degli sviluppatori indipendenti al centro della scena, e questo è un primo passo verso quella direzione.

Oltre ad un ritocco delle percentuali a proprio favore, il sindacato non-sindacato chiede a gran voce che Apple introduca una modalità di prova gratuita per le applicazioni a pagamento. Una strana richiesta, a prima vista, che però assume decisamente più senso una volta conosciuto il suo retroscena. Sull’App Store infatti la maggior parte dei contenuti sono a pagamento e gli utenti non dimostrano – nonostante i luoghi comuni – di possedere una particolare propensione all’acquisto di applicazioni (non-giochi) sviluppate da software house indie, alla prima esperienza e dunque non affidabili all’occhio del consumatore tanto quanto un’alternativa forse più costosa ma magari più conosciuta, supportata e con più features.

L’introduzione di un periodo di prova sarebbe dunque l’ideale per stimolare i consumi, che l’attuale sistema – secondo i fondatori del sindacato – scoraggia a danno degli sviluppatori indipendenti. Apple aveva già ideato un sistema di testing gratuito che però non differisce da quello adottato da tanti altri software per PC: il periodo di prova viene garantito solamente ad applicazioni che dispongono di un sistema di affiliazione a pagamento su base mensile ed annuale – mentre le app che adottano diversi sistemi di business ne rimangono esclusi. L’estensione di questo modello di testing gratuito (che non deve dunque costringere l’utente all’acquisto dell’abbonamento alla sua scadenza, come avviene oggi nonostante il periodo di prova possa essere protratto sino ad un anno) a tutti i developers sarebbe dunque di grande aiuto per il loro sostentamento: una liberalizzazione di questo settore renderebbe gli utenti meno timidi e li incoraggerebbe a scaricare le applicazioni con più entusiasmo, essendo in tal modo liberi di rescindere il servizio in ogni momento, senza timore di dover affrontare comunque un pagamento per un prodotto di cui potrebbero non essere stati soddisfatti.

FUMO ALLA CORTE DEI MIRACOLI

The Developers Union è l’espressione di un malessere nascosto che timidamente ma coraggiosamente alza la voce contro la principale – e in alcuni casi, unicafonte di reddito dei suoi promotori, ma potrebbe non incidere quanto questi sperano. Schumacher, insieme a Miller e gli altri organizzatori si propone di raggiungere le 20.000 firme alla lettera entro giugno, così da guadagnarsi il palco del prossimo Worldwide Developers Conference che la casa di Cupertino tiene ogni anno a San Jose, in California. Anche i non-sviluppatori possono sottoscrivere l’appello, va detto.

Il mercato delle applicazioni infatti non è così roseo come appunto, dicevamo, le statistiche ci vorrebbero raccontare. Andando ad osservare nel dettaglio i dati riportati da Sensor Tower solamente qualche mese fa, scopriamo che il 23% di crescita registrato dall’App Store riguarda gli acquisti in-app e gli abbonamenti a servizi, che non riguardano i promotori di The Developers Union.

I dati di Sensor Tower sulle categorie più profittevoli all’interno dell’App Store USA nel 2017

Controllando i grafici si nota immediatamente quale categoria di sviluppo monopolizzi i guadagni sull’App Store – ma anche su Android: i giochi. Acquisti in-app, potenziamenti, valute virtuali sono tutti schemi di guadagno che portano gli sviluppatori di giochi a realizzare profitti impensabili in altri settori; i “tizi con le facce arrabbiate” – chiamati così da Schumacher per via della presenza quasi costante nell’icona di questi giochi di personaggi con il volto contratto da smorfie violente ed urli disumani – sono i veri vincitori della partita, tanto per rimanere in tema. A capirlo, forse prima di altri, è stato l’analista Ben Thompson, che già nel 2013 aveva compreso come proprio i giochi mobili, con i loro meccanismi ripetitivi ma capaci di sviluppare una certa dipendenza e fidelizzare l’utenza, sarebbero stati il business su cui puntare.

Per ora, il sindacato sembra suscitare un certo interesse nonostante sia ancora privo di una struttura organizzativa dettagliata, di programmi solidi, di tutto ciò che porta un sindacato a definirsi poi tale. Ma qualcosa del genere è già nei programmi: Odgen specifica a Wired che si progetta di introdurre un meccanismo di voto tra i membri per la selezione collegiale delle strategie che dovranno essere adottate nelle prossime settimane.

Ma non tutti apprezzano: Schumacher afferma che alcuni sviluppatori di rilievo hanno sì espresso curiosità per il progetto della Developers Union, ma al contempo si sono ben guardati dall’aderirne per non attirare le antipatie di Apple, ossia di chi firma loro gli assegni e garantisce una serie di privilegi. Anche se altri, come i creatori di Alto’s Adventure, ammettono che per gli sviluppatori indie è difficile emergere nonostante le modifiche all’algoritmo adottate lo scorso anno puntino proprio in direzione opposta.

Staremo a vedere.

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