Ci sono un sacco di ragioni per bloccare Telegram, a quanto pare

Iscriviti per ricevere una notifica ogni volta che pubblichiamo un articolo che non puoi davvero perderti! Disturbiamo poco, informiamo molto.

Si sa che ai governi non piacciono un sacco di cose: ad alcuni la libertà dei cittadini, ad altri la libera circolazione delle informazioni… ma, ultimamente, sembra che a molti di questi siano proprio le app di chat a suscitare ben poca simpatia. E, sempre tra queste ultime, quella a risultare veramente antipatica a un numero sempre crescente di Stati – principalmente illiberali, per non dire di peggio – è proprio Telegram. Nelle ultime ore  e giorni Telegram è stata soggetta di attacchi, più o meno diretti, che minano a sfilacciarne la userbase, abbatterne la credibilità e, in definitiva, sostituirla o cancellarla completamente.

Ma la censura non è l’unico motivo per cui uno Stato dovrebbe concentrare le proprie attenzioni su Telegram: dalla pirateria all’economia, un piccolo ripasso di quello che è successo, e che succederà a Telegram nelle passate e future settimane. Siete pronti?

RUSSIA

Iniziamo la nostra panoramica dal Paese più vicino a Telegram, spiritualmente e materialmente: la Russia. Nonostante Pavel Durov abbia da tempo tagliato i rapporti con la politica e i circoli oligarchici filo-putininani (ma non con tutti gli altri, viste le offerte generose degli affaristi russi durante le passate ICO per il Telegram Open Network), il Paese degli zar continua ad essere legato a doppio filo con l’applicazione di chat.

Conoscenze che oggi forse farebbero comodo al miliardario di Saint Kittis e Newis – Durov comprò la cittadinanza del Paese caraibico poco dopo la fuga dalla Russia – il quale però sembra ottenere dall’attività censoria dell’organo di controllo delle connessioni nel Paese, la Roskomnadzor, più benefici che danni a sé o alla propria attività, Telegram.

Ma andiamo con ordine: come già raccontato in un articolo precedente Telegram era già da tempo finito sotto lo scrutinio delle autorità russe; in ballo non c’era una multa o una sanzione, ma l’attività dell’applicazione nell’intero Paese, che stando ai dati di Sensor Tower costituisce la seconda user base per dimensioni di Telegram (la prima è l’India escludendo l’Iran, ufficialmente inesistente poiché Google Play non esiste nel Paese persiano). Telegram aveva dunque tutto da perdere, e sapeva già che nulla avrebbe giocato a proprio favore.

Probabilmente per questo motivo Pavel Durov, nel momento in cui la Roskomnadzor ha cominciato a bloccare tutti gli indirizzi IP vagamente riconducibili ai servizi di hosting sui quali l’app opera e si appoggia, aveva già pronto un pacchetto di stickers Telegram con il quale incitare alla rivolta. Un lupo incappucciato, un chiaro riferimento alla propria iconografia – quella del passato, quando Durov si credeva e vestiva come Neo di Matrix – ma anche a quella dell’hacker che agisce al di là delle leggi degli Stati, specialmente se oppressive.

Ma a garantire il successo di Telegram sul piano mediatico non è stato certamente il suo pacchetto di stickers; piuttosto l’azione erratica e decisamente goffa della Roskomnadzor, che come un cane furioso ha addentato quasi 20 milioni di indirizzi IP nel tentativo di bloccare Telegram che nel frattempo aveva già effettuato uno switch di una parte della propria infrastruttura sui server di Google e Amazon. Il risultato lo potete immaginare da voi, ma raccontarlo è perfino più divertente: a farne le spese sono stati tanti servizi esterni che con Telegram non c’entrano decisamente nulla – anzi: alcuni, come Viber, ne sono anche concorrenti. Eppure tutto è finito nel tritacarne della Roskomnadzor, tanto che lo stesso sito dell’autorità statale sarebbe andato offline per qualche ora a causa del proprio zelo, portando uno dei portavoci del Presidente – German Klimenko – a chiedere ai rappresentanti della Roskomnadzor di porre le proprie scuse a tutte quelle attività che sono finite coinvolte dal repulisti.

Attività che in ogni caso non sembra aver sortito alcun effetto: Telegram è ancora funzionante nel Paese – occorre servirsi di VPN e proxy – e nessuno store, da Google Play all’App Store ad APK Mirror, ha accettato di sottostare alle richieste russe di rendere l’applicazione indisponibile.

Ma il “merito” non è solamente della dabbenaggine della Roskomnadzor: Telegram ed i suoi sviluppatori hanno puntato sull’integrazione facilitata con l’app di proxy e VPN per aggirare l’ostacolo della censura, con lo stesso Pavel Durov che in un suo post su Telegram promette di finanziare i fornitori dei suddetti servizi con ingenti quantità di criptovalute per spronarli a mantenere e migliorare il servizio nell’area.

Chiaramente, si tratta di un gioco che non avrà vita lunga e prima o poi dovrà trovare una conclusione: molti hanno citato l’esempio di Zello, applicazione per la messaggistica walkie-talkie bloccata dal governo russo l’anno scorso e sopravvissuta per un anno attraverso continui cambiamenti di IP, sino a che il governo russo non arrivò a minacciare la chiusura di intere subnet costringendo Amazon a interrompere il supporto tecnico e di hosting all’app.

Il CEO di Zello Alexander Gavrilov, intervistato in merito, ha espresso supporto all’azione di Durov suggerendo però al contempo che l’attività del governo russo contro Zello non sarebbe stata altro che un banco di prova per i previsti provvedimenti contro Telegram, il quale a sua volta diverrebbe la cavia perfetta per testare le abilità della Roskomnadzor contro un avversario ben più corposo: Facebook. Il social network non ha mai avviato l’archiviazione dei dati dei cittadini russi sul suolo della federazione, ponendolo nettamente in contrasto con le leggi anti-terrorismo introdotte dal governo nazionale; è solo quindi una questione di tempo prima che la Roskomnadzor decida di spostare il proprio mirino anche sulla creatura di Zuckerberg.

Qualunque sia il risultato, Durov ha già comunque raggiunto il suo obbiettivo: porsi come paladino dell’informazione libera, un’immagine che si era sbiadita con l’introduzione di filtri alla ricerca per contenuti pornografici, pirata e illegali. Ruolo che gli è stato riconosciuto non solo dalla sua affezionata userbase, ma anche da esponenti di calibro come Edward Snowden – che pure opera proprio dalla Russia, e che non ha mai avuto parole tenere per Telegram – e anche dall’ACLU (acronimo per American Civil Liberties Union) e da Amnesty International, che hanno invitato i giganti dell’hi-tech a continuare a sostenere Telegram nella sua “battaglia”. Un appello che forse raggiungerà i piani più alti delle associazioni internazionali: secondo quanto scritto dall’avvocato e presidente dell’associazione russa Agora Pavel Chikov sul suo canale Telegram, sarebbero stati effettuati ulteriori passi in avanti perché il caso di Telegram sia portato all’attenzione dell’ONU e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Un appello che potrebbe rimanere inascoltato poiché, qualora non si trovasse una forma di accomodamento, Google e Amazon potrebbero chiedere a Telegram di cessare le proprie attività in Russia o di subire in cambio il ban del proprio account. Già nelle scorse ore YouTube, a causa delle limitazioni imposte al traffico verso i server di Google, aveva già cominciato a sperimentare malfunzionamenti in tutta l’area moscovita e più generalmente della Russia europea, ed è possibile che Pichai non desideri continuare a combattere una guerra che non è la sua. Una profezia che Gavrilov pronuncia e che non ci sentiamo purtroppo di smentire.

Embed from Getty Images

Nel frattempo, Durov continua con la mobilitazione della sua userbase: nella giornata di domenica ha indetto un flash mob indirizzato a tutti i propri fan russi, chiedendo loro di lanciare dalla finestra di casa un aeroplano di carta in segno di protesta e solidarietà. Non è dato sapere quanto questa si sia veramente diffusa, ma un video pubblicato sul canale di Durov, oltre a diverse immagini scattate a San Pietroburgo lasciano intendere che ci sia stata una certa adesione.

IRAN

Peggiorano, o forse no, le condizioni di Telegram in Iran: avevamo già parlato in un precedente servizio (leggi anche: “Telegram verrà bloccato (forse) in Iran perché minaccia di distruggerne l’economia”) della dura situazione che l’app di messaggistica si trova ad affrontare nel Paese persiano che ospita una delle sue più nutrite comunità di utenti al mondo.

Il 18 aprile infatti l’ayathollah Khamenei aveva annunciato di aver cancellato il proprio account Telegram, collegato a sua volta a un canale che provvedeva a comunicare ai suoi seguaci tutte le comunicazioni ufficiali della guida religiosa dell’Iran. Nonostante le apparenze, Khamenei possiede profili ufficiali anche su network ufficialmente vietati nel Paese, come Facebook e Twitter, ma la decisione di sabotare completamente l’app di messaggisticaviste anche le sue responsabilità nell’organizzazione delle proteste che hanno intercettato il crescente malumore nel Paese – lo ha portato a compiere una decisione tanto drastica quanto significativa.

Khamenei si è infatti posto a fianco dei conservatori e di quanti nel Paese avversano le politiche decisamente più moderate dell’attuale presidente Rohani, il quale – pur esprimendosi favorevole a una riduzione dell’influenza di Telegram nel settore della messaggistica istantanea – preferirebbe seguire le leggi del mercato. Battere Telegram proponendo un’alternativa migliore ai suoi cittadini, non vietandola e basta.

In realtà, un surrogato esiste già: si chiama Soroush e lo stato iraniano desidera proporla quale app di messaggistica ufficialmente sponsorizzata dalla Repubblica Islamica. Offre feature simili a quelle di Telegram – struttura cloud, chiamate VoIP – ma dubitiamo disponga dello stesso livello di privacy che Telegram intende continuare a offrire ai suoi utenti.

Vorresti scrivere per AppElmo? Mettiti in gioco: stiamo cercando collaboratori! Scrivi a [email protected], e dai un’occhiata QUI per le modalità di contatto. Non essere timido!

Se non volete perdervi nè le prossime News su Telegram nè gli altri articoli di AppElmo (e sappiamo che non volete), allora potete iscrivervi alla nostra newsletter inserendo il vostro indirizzo email nel form qui in basso (tranquilli, vi assicuriamo che non vi invieremo spazzatura o spam; in caso contrario, vi saremmo immensamente grati se ci segnalaste il problema).

Oppure potete seguirci sulla nostra pagina Facebook, sul nostro account Twitter, sulla nostra pagina Google Plus, sulla nostra rivista Flipboard e sul nostro canale Telegram oppure, in alternativa, potete sempre scaricare la nostra app da Google Play, cliccando QUI o sull’immagine nella sidebar! Grazie mille!

Fonte Inews Il Foglio
Commenti

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. AcceptRead More

//