Facebook e Cambridge Analytica: la rivolta degli ingenui del #deletefacebook – Tecnologio

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Chi pensa in tutto come il suo secolo è necessariamente nell’errore

Joseph de Maistre, “Discorso inaugurale dell’anno giuridico del senato di Savoia”

La vicenda di Cambridge Analytica ha certamente dell’incredibile. Questo sentimento di meraviglia non mi coglie solamente nella lettura dei fatti – come ho detto, straordinari – sulla portata di quello che in fin dei conti è stato un atto illegale sì, ma compiuto da un’azienda terza che in comune con Facebook aveva ben poco; ma davanti anche alla reazione quasi spropositata del popolino di Internet, nel quale mi ascrivo senza la benché minima esitazione.

Gli hashtag #deletefacebook che impazzano – social network per abbattere social network, che spettacolo! – gli utenti che dopo anni si accorgono di non aver mai utilizzato correttamente le impostazioni della privacy e subito trovano qualcuno a cui addossare la responsabilità, e persino il co-fondatore di WhatsApp che, in un rigurgito di coscienza, invita tutti gli utenti della piattaforma a cancellare il proprio profilo.

Esattamente: la medesima piattaforma al quale Brian Acton, tre anni fa, vendette la propria creatura per 19 miliardi di dollari – alcuni dei quali hanno certamente contribuito all’accumulo di quei 5,5 miliardi che oggi formano il suo patrimonio personale – e che non ha alzato un sopracciglio quando Facebook ha tentato di unire la propria banca dati con quella di WhatsApp, tentativo vanificato solamente dall’azione di sorveglianza e controllo dei governi.

Probabilmente la lunga esperienza lavorativa all’interno del social network di Menlo Park gli ha permesso di maturare un’idea più completa e realistica dell’approccio tenuto da Facebook nei confronti dei dati personali; sicuramente – se le politiche aziendali di Facebook sono tanto liberali quanto quelle vigenti in Google – ci saranno state clausole contrattuali che gli hanno impedito di esprimere la propria opinione pubblicamente quando in servizio come dipendente di lusso della compagnia. Ma sono trascorsi ben sei mesi da quando Acton si è dimesso dalla sua posizione e ha iniziato una nuova vita da ricco filantropo, ed ergersi a vessilliforo della popolazione delusa da Facebook nel momento di sua massima debolezza (seppur momentanea) lo rende più Maramaldo che Balilla.

Ma per trovare la mano che ha gettato il cerino che ha trasformato la prateria di Facebook in un incendio è sufficiente controllare le nostre estremità superiori.

Atteniamoci ai fatti.

La società Cambridge Analytica è riuscita a mettere le mani sui dati personali di 50 milioni di profili grazie ad un’innocua (apparentemente) applicazione, thisisyourdigitalife. Quest’app consentiva di evidenziare alcuni aspetti significativi della propria personalità rispondendo ad innocue domande personali, a patto di accedere con il proprio profilo Facebook.

Compiti che 250mila utenti hanno eseguito con efficiente rapidità, aiutando da una parte la società a compiere una profilazione completa di ciascuno dei rispondenti (attraverso la “psicometria”, la branca della psicologia che studia le caratteristiche comportamentali), dall’altra portandola a mettere le mani su informazioni (molto generali, ma comunque informazioni) relative alla cerchia degli amici di questi collaborativi utenti. Sino al 2015 infatti l’azienda permetteva ai gestori di app di ottenere dati non soltanto dai profili che eseguivano il login ai propri software, ma anche da quelli appartenenti alla loro cerchia di contatti – senza che naturalmente ne fossero consapevoli. Insomma: se prima del 2015 avete mai visto in bacheca il risultato del test sull’animale-guida di un amico, o qualsiasi altra baggianata la gente desideri conoscere sbarrando qualche casellina online, siete entrati a fare parte dei “big data” senza volerlo.

Il vulnus si materializza nella decisione, illegittima e illegale, da parte dello sviluppatore dell’app Aleksandr Kogan di condividere i dati acquisiti con Cambridge Analytica, un’azione che le linee guida di Facebook vietano esplicitamente. A Facebook dunque si contesta il ritardo, la fumosità, l’inconsistenza dei propri strumenti di controllo e prevenzione di tali abusi e la goffaggine con la quale si è deciso di procedere in risposta ad una simile violazione.

Il sospetto, come da più parti dichiarato, è che lo scandalo sia montato più sulla base di nomi e lettere che per effetto di una presa di coscienza dei pericoli che l’eccessiva socializzazione delle proprie vite può produrre.

Cinquanta milioni sono un numero considerevole, Donald Trump (che insieme ai promotori della Brexit sarebbero stati i clienti più in vista della Cambridge Analytica) un nome scomodo associato a pensieri violenti, privacy un termine nobile per indicare una necessità che non tutti sanno però come gestire e proteggere.

Le autorità e il mercato puniranno Facebook per le sue mancanze ed i suoi ritardi; ma chi punirà gli utenti e la loro ingenuità?

Cancellare il profilo Facebook non è un’ammissione di responsabilità, è una fuga in avanti verso nuovi lidi. Maturare una nuova coscienza dei propri diritti digitali, privacy compresa, significa rimanere all’interno del social network, pretendere maggiori diritti senza sbattere le porte, rompere piatti e spaccare finestre, magari costringendo Facebook a restringere senza preavviso e criterio l’accesso ai dati da parte degli sviluppatori, tagliando le gambe a tutti coloro i quali fanno un uso più che legittimo delle informazioni.

Nulla, se non proprio uno scandalo di simili proporzioni, poteva spingere e costringere Facebook ad una revisitazione radicale delle proprie impostazioni della privacy – ed è certamente un bene.

Ma è sempre necessario aspettare il morto perché si punisca l’omicidio?


Vi lascio qualche approfondimento:

Se volete dire la vostra o contattarmi privatamente, potete lasciare un commento qui sotto oppure scrivermi a [email protected] o a @guglielmocrottibot.

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