#Applefun: L’obsolescenza programmata di Apple è realtà (e non è la prima volta). E su Android?

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Apple rottama i vecchi iPhone, ma non nel senso a cui potreste pensare: è scoppiata poco prima di Natale, regalando quindi amare festività sia agli utenti iOS sia alla stessa azienda di Cupertino, lo “scandalo” dell’obsolescenza programmata di Apple operata sui suoi stessi dispositivi.

Da un post Reddit alle scuse ufficiali dell’azienda, questa nuova tegola completa un 2017 ricco di sorprese ma al contempo apre a nuovi interrogativi su quella che un tempo era una delle società preferite dalla propria, stessa utenza: siete pronti per scoprire tutto ciò che occorre sapere sull’obsolescenza programmata di Apple, le politiche di aggiornamento poco trasparenti, le conseguenze ed i parallelismi con il mondo Android?

L’obsolescenza programmata, spiegata

Con il termine “obsolescenza programmata” si va ad illustrare una particolare strategia commerciale implementata dal produttore di un bene affinché questo si degradi nel corso del tempo e dell’uso, forzando indirettamente l’acquirente a procederne alla sostituzione con un modello più aggiornato, garantendo così un ciclo continuo di vendita e produzione.

Se durante la grande depressione, conseguenza della nefasta crisi del ‘29, l’obsolescenza programmata venne proposta negli USA come modello per una legge che favorisse i consumi e l’avvio dell’economia, proseguendo negli anni il termine ha assunto una connotazione negativa specialmente con la progressiva ed inarrestabile affermazione della società dei consumi.

obsolescenza programmata di apple
L’obsolescenza programmata non va confusa con le pratiche del marketing volte a convincere l’utente alla sostituzione del bene in proprio possesso

La necessità di fornire ad un cliente sempre più esigente un prodotto di qualità ed al contempo riuscire a garantire un ritmo di vendite adeguato al mantenimento ed espansione di un’attività commerciale sembra quasi favorire l’applicazione di tecniche di obsolescenza programmata. Il settore della telefonia e più in generale dell’elettronica sembra poi esasperare tale modello: saturo di competitor ed in costante aggiornamento, l’obsolescenza programmata viene applicata secondo forme e schemi difficilmente recepibili ed in misura ancora minore dimostrabili davanti ad una corte giudiziaria.

Essa può assumere varie forme: nel settore che a noi più compete, ossia quello degli smartphone, possiamo citare l’usura dei componenti e l’esclusione dal ciclo di aggiornamento software come le pratiche sospettate di essere le più generalmente apprezzate dalle aziende operanti nel campo; altre volte, però, per raggiungere il medesimo scopo può essere utilizzato un procedimento completamente opposto.


L’obsolescenza programmata di Apple, spiegata

Nonostante il clamore suscitato dall’ammissione, seppur indiretta, dell’esistenza di una forma di obsolescenza programmata di Apple da parte della società stessa, non va dimenticata la presenza di un memorabile – ma evidentemente non così tanto – precedente.

Era il 2003 e Apple non era ancora entrata nel campo a lei più redditizio, che avrebbe contemporaneamente contribuito a modellare, rivoluzionare, rendere finalmente più popolare. A qualche anno di distanza dal primo iPhone, a rimpinguare gli indici di borsa della società contribuivano gli iPod, giunti alla loro terza generazione; i quali, secondo l’accusa, perdevano autonomia con una puntualità fin troppo sospetta, giunti i 18 mesi di età.

 obsolescenza programmata di Apple
Gli iPod rappresentarono il primo esempio di obsolescenza programmata di Apple. E non fu neppure l’ultimo

Fu proprio su quei dispositivi che per qualche mese si concentrò l’ira di consumatori e utenti dell’azienda: innamorati dell’affetto, a quanto pareva non troppo ricambiato e forse anche simulato, profuso nel suo pluridecennale impegno al servizio della clientela, è probabile che gli abituali acquirenti di Macintosh ed Apple Lisa fossero arrivati a confondere un’innovativa strategia commerciale per disinteressato amore per un’ideale.

Non sappiamo perché alla fine i protagonisti della class-action contro Apple decisero di giungere ad un accordo che non portò mai l’azienda a pronunciarsi direttamente sulla vicenda, ma certamente si creò un precedente che alla luce dei fatti odierni assume più i contorni di un’amara profezia.

Allora, l’obsolescenza programmata di Apple prendeva la forma di una batteria a rapido decadimento. Oggi, l’aspetto di aggiornamenti al software dei dispositivi più vecchi per evitare “danneggiamenti alla batteria”.

Allora, a motivare la class-action c’era anche la parziale assenza di batterie di ricambio che potessero permettere di aggiungere nuova vita ed autonomia al proprio iPod. Oggi, a soffiare sulle vele degli avvocati dell’accusa degli oltre 13 processi che vede Apple presa in causa c’è anche l’alto costo per la sostituzione della batteria degli iPhone: 89€.

Allora, Apple cercò di rabbonire l’utenza inferocita con (non solo, ma anche) sconti sul ricambio della batteria degli iPod. Oggi, il prezzo per la sostituzione della batteria degli iPhone di vecchia generazione viene abbattuto a 29€.


E Android? L’obsolescenza programmata di Apple applicata sugli smartphone di Google

L’obsolescenza programmata di Apple prendeva la forma di aggiornamenti al sistema operativo volti a rallentare le prestazioni dei device più vecchi. Secondo Apple, che ha parzialmente ammesso le proprie responsabilità, tali update miravano a proteggere l’incolumità degli stessi dispositivi che, inadatti alla ricezione di feature ad alto consumo energetico, potevano causare il totale spegnimento del device quale forma di protezione per evitare ulteriori danneggiamenti alla batteria, già sottoposta a grande stress per via dell’uso prolungato.

Difficilmente Apple verrà condannata per l’obsolescenza programmata operata sulle batterie degli iPhone

Delle tredici e più cause aperte ed intentate contro Apple, difficilmente – come ci spiega Charles Lee Mudd Jr., membro della International Technology Law Association – meno di una manciata riuscirà a vedersi attribuita la ragione del caso. Per una serie di motivi: innanzitutto l’installazione di un aggiornamento non è affatto obbligatoria, ed una volta avviata Apple si premura che gli utenti abbiano prima dato la propria conferma ai termini di servizio; in secondo luogo, occorrerà dimostrare che l’obsolescenza programmata di Apple sia stata la causa primaria per l’acquisto di nuovi iPhone da parte di una porzione significativa della sua utenza (e non il desiderio di accesso a nuove feature, la volontà di eseguire volontariamente un upgrade della macchina in uso, e così via).

Alla luce di quanto accaduto, non sarebbe affatto fuori luogo interrogarsi sulla presenza di una qualche forma di obsolescenza programmata su Android. E le risposte non tardano ad arrivare: la politica degli aggiornamenti è una di queste. Quanti utenti Android sono stati costretti ad acquistare un nuovo device dopo che questi era stato abbandonato dalla casa produttrice ben prima della scadenza dei 24 mesi di aggiornamenti software teoricamente garantiti? E no, non importa che giurino di non fare come l’Apple cattiva.

Una forma di obsolescenza programmata presente specialmente nella fascia medio-bassa dell’offerta del mercato degli smartphone, ma che non manca mai di presentarsi anche nei settori più alti. L’impossibilità di procedere manualmente alla sostituzione di alcuni componenti – come la batteria, ad esempio – è un altro caso, e potremmo probabilmente procedere oltre, tra osservazioni e complottismo.

Davanti alle class-action degli utenti Apple, che raccolgono così tante adesioni, attendiamo che un giorno un simile clamore mediatico possa offrire un adeguato trattamento compensativo anche agli utenti Android. I quali, però, possono comunque procedere all’applicazione una specifica legge, in certi casi ben più efficace di quella ordinaria: quella del mercato. Assente nel mondo iOS, sovrabbondante in quello Android.

Basta solo ricordarsi di applicarla.

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Fonte The Verge MacWorld
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