Tutti i dati degli utenti Facebook europei sono sotto giurisdizione statunitense – ma (forse) non per molto

La condivisione tra Europa e USA dei dati personali di Facebook potrebbe essere illegale, secondo l'Irlanda

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L’Unione Europea sta vivendo un momento molto importante della storia dei propri rapporti con il mondo dell’impresa: dopo anni di silenzio e di timide reazioni, negli ultimi mesi la Commissione Europea ha formalizzato le accuse di evasione fiscale nei confronti di giganti della tecnologia come Facebook, Google, Amazon e tanti altri. Ma non è solamente l’aspetto economico delle relazioni americo-europee ad attirare le attenzioni dell’UE: ecco dunque che il rispetto della privacy diventa una discriminante fondamentale per le aziende che intendono operare sul suolo europeo, e che finora hanno sfruttato scappatoie legali per trasferire la giurisdizione dall’Europa agli USA.

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Gli Stati Uniti possono accedere ai dati Facebook dei cittadini europei, ma fino a quando?

L’Irlanda, insieme al Lussemburgo, è conosciuta per essere una delle principali finestre attraverso le quali Facebook, Google ed Amazon hanno per anni calato i guadagni registrati sul suolo europeo evitando i prelievi fiscali alla porta effettuati dalle autorità competenti. Oggi, dopo le multe inflitte da parte della Commissione Europea a Google per concorrenza sleale ed evasione fiscale – salassi a cui nemmeno Amazon è riuscita a sfuggire – e gli interventi dei garanti della privacy per impedire la fusione delle banche dati di WhatsApp e Facebook, un’altra autorità europea – la Corte di Giustizia – verrà chiamata a regolare la diffusione dei dati degli utenti del social network di Mark Zuckerberg al di fuori dell’UE.

Il sistema di condivisione dei dati tra Facebook Ireland Ltd. e Facebook Inc.

Allo stato attuale infatti Facebook opera sul territorio europeo attraverso la propria sussidiaria Facebook Ireland Ltd., che non si occupa unicamente del Vecchio Continente ma della gestione dei dati di tutti gli utenti al di fuori di Canada e USA – l’86% dell’user base totale. In linea generale, nessuna società sarebbe autorizzata ad inviare all’estero informazioni private di cittadini residenti nella Comunità Economica Europea, ma grazie ad una serie di eccezioni Facebook Ireland Ltd. ha sempre potuto delegare la gestione dei dati personali a Facebook Inc, e dunque sotto la giurisdizione americana. Conseguentemente, tutti gli utenti Facebook soggiaciono alle disposizioni legislative statunitensi in merito al trattamento dei dati.

Ma questo sistema ha cominciato a crollare sin dal 2015, quando la Corte di Giustizia Europea ha invalidato “Safe Harbour”, una scappatoia legale simile a quella attualmente in vigore – chiamata “Standard Contractual Clauses”; allora fu determinante l’intervento di Max Schrems, avvocato specializzato in privacy e trattamento dati che anche quest’anno vorrebbe tentare la definitiva spallata al già pericolante sistema di diffusione delle informazioni degli utenti Facebook oltreoceano.

L’ente regolatore della privacy irlandese, ritenendo fondate le perplessità del leguleio tedesco sul sistema elaborato dal social network, ha deciso di inoltrare il caso alla Corte di Giustizia. Solamente l’organo europeo può infatti invalidare la SCC e dunque porre fine all’arbitraria giurisdizione americana sui cittadini dell’Europa, mentre il verdetto che l’Alta Corte Irlandese emetterà l’11 ottobre non sarà determinante nè avrà praticamente effetto.

Sfortunatamente, la Corte di Giustizia non si pronuncerà prima di un anno, un anno e mezzo – ma nessuno mette in dubbio la portata di un pronunciamento simile, che potrebbe significare in una rivoluzione nel sistema di condivisione e trattamento dei dati da parte non solo di Facebook, ma di molte altre aziende dell’hi-tech. Secondo Schrems sarebbe stato sufficiente modificare l’articolo 4 della SCC per impedire la condivisione dei dati verso New York, ma il Data Protection Commissioner irlandese intende avviare un più profondo processo di riforma, che solo l’Unione Europea può materializzare.

Negli USA infatti il rispetto della privacy è stato più volte messo in secondo piano a favore di sistemi di controllo globalizzanti per ragioni di “sicurezza nazionale“: non solo dunque PRISM, ma anche Upstream, Vault7 e tutti gli altri schemi svelati da Snowden e Wikileaks e che consentono al governo statunitense di godere di un sistema di controllo dei dati considerato oppressivo in Europa.

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Fonte The Next Web
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