Come trasformare la privacy malata di Sarahah in un’opportunità – Tecnologio

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Santa ingenuità!

Jan Hus

La scoperta, da parte dell’analista Zachary Julian di Bishop Fox, di un canale di comunicazione tra l’app Sarahah e server privati ci suggerisce due considerazioni. La prima, naturalmente, è che difficilmente dovremmo fidarci ed affidarci ad un’applicazione di origini saudite così liberamente; la seconda invece riguarda una più generale tendenza a sottovalutare l’importanza dei permessi Android che quotidianamente concediamo alle applicazioni installate.

No, il problema non è (solo) l’applicazione, il suo scopo e neppure il senso di appagamento egomaniacale che il suo uso prolungato comporta, un capo d’accusa che potrebbe essere rivolto a molte altre piattaforme e che in fondo è stata la ragione che ha trainato Sarahah al successo, e tanto basta.

E il vulnus non risiede nemmeno nel comportamento oscuro e ben poco trasparente tenuto dal suo sviluppatore, il saudita Zail al-Abdin Tawfiq, che avrebbe citato una non meglio precisata “funzione in via di sviluppoa giustificazione del proprio comportamento. Intendiamoci: non si tratta di una piccolezza, e l’ondata di sdegno montata online nei giorni scorsi è segno confortante che la privacy rimane una priorità per la gran parte della comunità dell’Internet.

Sfortunatamente, di questa grande tribù digitale non fanno parte i soggetti realmente vulnerabili: i più giovani, e coloro che più generalmente di tecnologia ne masticano veramente poco. Insieme a questa vasta famiglia di inabili tecnologici – aggettivo che non si connota, dal mio punto di vista, da alcuna accezione negativa ma che descrive una realtà de facto – si accompagna un insospettabile Terzo Stato di navigatori del grande mare dell’Internet che, seppur conoscendo anche a fondo app, programmi e quant’altro, ignorano completamente il sistema dei permessi Android, tanto per citarne uno.

Per questo sono più che sicuro – ma vorrei vivamente essere smentito – che la maggior parte dei lettori dei grandi quotidiani siano rimasti sì indignati dal comportamento del saudita dall’impronunciabile nome, ma la loro giusta furia non sia andata oltre le 500 battute dell’articolo in merito. L’educazione digitale di cui si sente tanto parlare ma di cui più che altro se ne sente il bisogno, è andata oltre il “questo bottone accende il computer, questo è lo schermo” e non è più solo prerogativa degli ultrasessantenni: conosco persone mie coetanee che si scandalizzano dell’intrusività di Google, ma che a stento conoscono la versione del sistema operativo installata nello smartphone.

Il Tecnologio di oggi non è dunque nè un approfondimento nè un’invettiva, quanto piuttosto un incoraggiamento: sappiamo bene che Android non è un sistema protetto per definizione, ma difendere la propria privacy è ancora possibile, soprattutto per un cittadino qualunque che non è solito trasmettere piani militari a potenze straniere ma gradirebbe non vedere i propri gusti musicali tramutati in un banner pubblicitario su Facebook.

Su AppElmo abbiamo dedicato da tempo un’attenzione particolare alla privacy (a partire dai Saggi Consigli a tema su Facebook, navigazione online, gestione dello smartphone) ma il mio consiglio è un altro: prima di passare a tematiche più avanzate, provate solamente a guardare con attenzione alle Impostazioni del vostro device. Spesso il 90% delle risposte si trova proprio lì, in quella complicata foresta di menu e sotto-sezioni da fare invidia ad un sistema burocratico-statale di metà Novecento. Guardate, navigate, leggete e poi chiedete: vedrete che già a partire dal quarto viaggio termini quali “permessi delle app”, “VPN” e “Overlay non vi saranno più così alieni.

Se volete dire la vostra o contattarmi privatamente, potete lasciare un commento qui sotto oppure scrivermi a [email protected] o a @guglielmocrottibot.

Fonte La Repubblica
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