Google ha occultamente finanziato più di 300 ricerche accademiche (forse), Amazon lancerà una nuova app di chat (forse): la mini-Rassegna Stampa della settimana

Google ha davvero influenzato più di 300 paper che la riguardano negli ultimi 12 anni?

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Google ha pagato autori, professori, analisti per pubblicare nel corso di oltre una decina d’anni report e ricerche che favorissero le proprie politiche in campo nazionale ed internazionale? Si tratta dell’accusa dell’associazione Campaign for Accountability, ripresa dal Wall Street Journal e che ha scatenato negli USA un vasto modo di indignazione, ma anche una profonda discussione sulla veridicità delle accuse.

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Approfondimenti

La longa manus di Google, che forse non è così lunga

Google ha effettuato azioni di lobbying “occulte, servendosi di un sistema ben collaudato di finanziamenti diretti ed indiretti ad associazioni, università e singoli autori – spesso professori o esperti in diritto e tecnologia – per influenzare l’opinione pubblica e persino le corti di giustizia, naturalmente in proprio favore, in Europa e Nord America.

Si tratta naturalmente di un secco riassunto delle pagine contenute nel report di Campaign for Accountability, ma leggendo le righe dell’articolo realizzato dal Wall Street Journal sull’argomento si capisce la portata dei risultati della ricerca. Dal 2005 ad oggi Google avrebbe finanziato circa 329 papers, molti dei quali provenienti dalle mani (e dai portafogli) di professori in cattedra presso stimate università americane ed europee come Harvard, Yale, il MIT, Oxford e persino la Berlin School of Economics.

Che influenza hanno avuto i finanziamenti di Google sui paper pubblicati?

Queste provvigioni – la cui portata oscilla tra i 5.000$ ed i 400.000$ – avevano lo scopo di influire sull’opinione pubblica nei confronti della società e delle sue avventure nel mondo della tecnologia, del business e della scienza d’impresa in generale, e non si può negare che si sia trattata di una mossa tatticamente vincente. Per esempio, nel 2012 fu proprio uno di questi documenti a risolvere a favore dell’azienda una disputa sulla concorrenza sleale che la società di Mountain View dovette risolvere dopo le indagini della Federal Trade Commission americana, anche se non è noto se gli agenti governativi fossero al corrente dei finanziamenti percepiti dall’autore del paper.

Anche se circa il 66% degli autori intervistati in merito non sia in grado di identificare la natura della propria connessione con Google, si stima che il 26% abbia ricevuto denaro dall’azienda in forma diretta.

Ma non tutti paiono essere d’accordo con le accuse di Campaign for Accountability: non solo Google, che attraverso un post da parte della responsabile del settore della public policy Leslie Miller ha definito “highly misleading” il documento accusante, ma anche la rivista WIRED compie alcune analisi in controtendenza con il coro di accuse levatosi contro la società di Mountain View, e che portano perlomeno a riflettere sulla loro opportunità.

Molti degli autori inseriti nel database affermano di essere stati inclusi solamente per le loro connessioni con istituti che hanno ricevuto finanziamenti da Google – fatto che non comporta l’acquisizione diretta di denaro da parte dei singoli professori. Non solo: interrogato in merito, Dan Stevens (Direttore Esecutivo della CfA) non ha saputo provare una valida spiegazione alla mancata pubblicazione dell’elenco dei finanziatori che un’organizzazione no-profit come CfA che segue il modello 501(c)(3) dovrebbe possedere nella forma di un Internal Revenue Service form 990. Una pecca alquanto ironica per un istituto che accusa Google di fornire “finanziamenti occulti.

Non è improbabile ritenere che entrambe le campane rintocchino allo stesso modo: così come Google probabilmente avrà attuato una simile pratica di lobbying indiretto alla pari di Qualcomm, Microsoft ed altre società del settore, allo stesso modo non è improbabile prevedere la presenza di aziende concorrenti dietro i finanziamenti alla CfA, ed in special modo di coloro i quali godrebbero di grandi vantaggi in caso di una caduta di popolarità dell’azienda.

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Anytime, la prossima app di chat di Amazon?

WhatsApp, Telegram, Viber, Messenger, WeChat, Line, Kakao Talk, Wire, Wickr, Signal: potremmo proseguire ancora e la lista sarebbe ancora lunga, ma a quanto pare Amazon sarebbe decisa – perlomeno stando ad un curioso, in parte sgrammaticato sondaggio – a lanciare una nuova app di chat.

Le features di Anytime, la possibile app di chat di Amazon

Gli indizi sono pochi, ma precisi: Anytime, apparsa per la prima ed unica volta all’interno di un sondaggio diffuso tra i propri consumatori e ripreso da AFVT News, offrirebbe un servizio di crittografia sicura delle chat, permetterebbe di inviare file, eseguire ordinazioni di cibo o servizi, ascoltare musica, condividere la posizione, utilizzare stickers e GIF, e tanto altro ancora.

La società, contattata da numerose riviste di tecnologia che si sono interessate alla materia, non ha risposto alle domande in merito; ciononostante, l’idea di un’app di chat che unisca gli aspetti della messaggistica tradizionale con gli elementi di punta dell’azienda non sembra tanto assurda.

Amazon, grazie a prodotti come Alexa Callingchiamate e videochiamate da effettuare attraverso Alexa ed i relativi accessori, gratuitamente – e Chrime (un servizio di videoconferenze lanciato dalla divisione AWS per combattere lo strapotere di Skype nel settore) ha già sperimentato alcuni aspetti della comunicazione sociale, una tradizione che risale sin agli ultimi anni Novanta. Nel 1998 Amazon acquisì infatti PlanetAll, un antesignano dei social network moderni che stando a Jeff Bezos era “uno dei più innovativi usi dell’Internet”, le cui tecnologie sono poi state incamerate dall’azienda quando la piattaforma venne chiusa nel 2000.

Proseguendo poi negli anni troviamo altre startup dedicate al social chatting assorbite nel reticolato cristallino di Amazon, come Do e Bibe, che sembrano confermare le indiscrezioni. Che tali rimangono, sino ad ulteriori novità.

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L’Australia nega il diritto alla crittografia

Mentre lo scorso 26 giugno vi avevamo parlato dell’incontro, avvenuto ad Ottawa, del famigerato “Gruppo dei Cinque” (Australia, Nuova Zelanda, Inghilterra, Canada e Stati Uniti) nel quale si era appunto parlato di privacy e crittografia, questa settimana il presidente del Paese australiano Turnbull è tornato a far parlare di sé – e certamente in termini non del tutto positivi.

Well the laws of Australia prevail in Australia, I can assure you of that. The laws of mathematics are very commendable, but the only law that applies in Australia is the law of Australia.

Malcom Turnbull

Le leggi dell’Australia prevarranno su quelle della matematica: queste parole hanno anticipato l’inizio di una fervida attività legislativa volta a superare l’impasse provocato dalla crittografia applicata da app di chat e social network alle comunicazioni tra utenti, inintercettabili da qualunque governo. Nonostante l’ilarità suscitata dalle varie interpretazioni assegnabili all’affermazione del presidente Turnbull, le intenzioni del premier australiano, del suo general attorney George Brandis e dell’intero partito liberale a cui il governo fa riferimento sono decisamente serie.

Le proposte di Brandis puntano all’istituzione di un sistema di controllo delle conversazioni degli utenti delle principali app di chat attraverso una serie di soluzioni che, sfortunatamente, non prevedono direttamente un accordo con le rispettive società. Perlomeno, non in tutti i casi.

In un’intervista rilasciata al network ABC, Brandis ha riportato che nel caso in cui si verificasse un impasse e le applicazioni di messaggistica – com’è probabile che accada – decidano di non collaborare, si procederebbe con la ricerca di accordi con i “piani superiori”.

Per aggirare la crittografia delle app ci sono molti modi: il Guardian ha ipotizzato l’introduzione di keyloggers su Android ed iOS per la registrazione di quanto digitato dagli utenti nelle proprie conversazioni, file da archiviare poi in una cartella nello smartphone perchè possa essere a disposizione delle autorità giudiziarie. Ma a rendere ancora più confusa – ed inquietante – la situazione è intervenuto lo stesso Brandis, affermando che il governo australiano potrebbe arrivare ad esigere le chiavi di crittografia dei messaggi alle stesse aziende che le producono.

Il pericolo di simili progetti ci riguarda molto più di quanto non crediate: durante l’incontro di Ottawa, ed in altre occasioni il governo australiano ha auspicato l’introduzione di leggi condivise a livello internazionale, e che potrebbero includere anche gli Stati Uniti – Paese nel quale risiedono tutte le principali applicazioni di messaggistica.

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