Che cos’è successo tra Telegram e la Russia (e cosa c’entrano i terroristi)

Telegram ha rischiato di essere bloccato in Russia, ma potrebbe non essere ancora finita

Deutsche Welle

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Telegram e la Russia: un rapporto complicato quello tra la Madre di tutte le Russie e il fondatore dell’app di chat che, per definizione, viene definita appunto come “la più popolare app di messaggistica dell’area russofona” ma che a quanto pare non sembra proprio piacere al governo che tale zona amministra.

Negli ultimi giorni il dramma si è consumato raggiungendo uno dei suoi apici più alti, ma si tratta probabilmente solo del primo capitolo di un’intera saga ancora tutta da scrivere. Siete pronti per scoprire cos’è successo a Telegram in Russia?

Telegram e il terrorismo

Abbiamo già parlato in QUESTO speciale della lunga e travagliata relazione tra Telegram ed il terrorismo, sempre sofferta dall’applicazione come un inconveniente della solidità del proprio sistema di crittografia ed invece interpretato da Stati e agenzie governative come segno della complicità dell’applicazione con gli agenti del terrorismo internazionale.

Telegram Russia
Telegram e l’ISIS sono sempre stati affiancati, seppur impropriamente

Ed è sempre il terrorismo ad aver agito da miccia per lo scoppio della crisi finale tra Telegram e Mosca: il governo russo non ha mai fatto mistero di non poter sopportare né Telegram né il suo fondatore, il russo Pavel Durov, ed i collegamenti tra gli autori dei recenti attentati e l’app sono stati solo un casus belli per ripianare una situazione in atto già da anni. Creatore di VKontakte, una versione locale di Facebook di grande successo nell’area, Durov era poi stato costretto a riparare in Europa dopo violenti dissidi avuti con le autorità governative, ed in particolare con i servizi segreti che desideravano mettere mano ai dati di VKontakte relativi agli oppositori del presidente Putin.

Indagato per aver investito un agente delle forze dell’ordine – ma Durov ha sempre respinto l’accusa affermando di non possedere nemmeno un’automobile – dopo la vendita di VKontakte all’oligarca proprietario di Mail.ru (la stessa azienda che qualche tempo fa acquistò il gioco Walking War Robots) ha deciso di fondare l’app Telegram, e da allora le cose non sono cambiate.

Pedinato dall’NSA – che durante un Google I/O di qualche anno fa tentò di corrompere un ingegnere del team perchè assumesse il ruolo di talpa all’interno del team – e pressato dai governi medio-orientali (che non hanno mancato di bloccare l’app in vari modi e forme), Durov e Telegram hanno scontato la forte diffusione dell’app in zone notoriamente turbolente, come appunto il Medio Oriente e l’area russofona. La presenza infatti dei canali, strumenti di condivisione pubblica di informazioni ed al contempo di un algoritmo capace di bloccare le intercettazioni governative hanno attirato le simpatie dei dissidenti dei regimi della zona ma anche le antipatie dei rispettivi censori.

Gli attentati di Mosca e le connessioni con Telegram

L’attentato islamista di San Pietroburgo, avvenuto il 3 aprile scorso e che provocò 15 morti e decine di feriti, ha avuto riverberi anche su Telegram. Le indagini della FSB, l’agenzia investigativa che sostituì il KGB dopo il passaggio della Russia all’era post-sovietica, hanno infatti rivelato come Telegram sia stato utilizzato dai terroristi responsabili dell’esplosione per l’organizzazione dell’attentato.

Telegram, che aveva già rifiutato di spostare i propri server (insieme alle banche dati relative agli utenti registrati) in territorio moscovita così come prevede una legge in vigore dal 1 gennaio 2017, è stata accusata di essere l’”app più utilizzata da tutti i terroristi operanti in Russia”. Già venerdì scorso il servizio federale russo delle comunicazioni Roskomnadzor aveva minacciato di bloccare completamente l’app nel Paese mentre Durov, in una serie di tweet di risposta, aveva controbattuto definendo “paradossale” la situazione.

Stando al fondatore dell’app milioni di russi si servono di Telegram, compresi “alcuni alti ufficiali dell’esercito” ed il blocco dell’app avrebbe spinto la base d’utenza a spostarsi in massa su soluzioni statunitensi di comunicazione, come WhatsApp o Viber, che si appoggiano su strutture cloud per il backup delle chat facilmente intercettabili. Da tempo infatti Durov accusa WhatsApp e Signal di complicità con il governo americano (ha anche scommesso 1 milione di dollari che entro cinque anni verrà scoperta una backdoor nell’app di Edward Snowden).

La situazione sembrava dover degenerare nel peggiore degli esiti quando, nella giornata di ieri, il Roskomnadzor ha comunicato che “Telegram ha cominciato a collaborare con le autorità russe”, senza specificare a quale livello. Il pericolo del ban dell’app sembra allontanarsi mentre Durov rassicura la propria (giustamente) ansiosa user-base su Twitter che nessuna informazione, al di là dei dati pubblici della compagnia, è stata consegnata ai servizi segreti né è in progetto alcun piano di spostamento di server in Russia.

Non solo: Telegram comincerà a venire a capo della diffusione incontrollata di client di terze parti che integrano funzionalità aggiuntive all’app – a volte anche contrarie ai TOS stessi dell’applicazione e pericolosi per la privacy.

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