#Applefun: Quando la Apple sarebbe potuta diventare italiana (e perchè lo diventò davvero)

Apple sarebbe potuta essere italiana, ma in realtà lo era già

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Nonostante la patina di commiserazione con cui gli italiani coprono il proprio sguardo nell’osservare il presente, passato e futuro tecnologico e non solo del proprio Paese, ci sono storie che meritano di essere raccontate persino se riguardano Apple ed il suo fondatore, Steve Jobs, nonchè più valente presidente. Il grande successo guadagnato dai modelli di iPad, iPod e di tutti gli altri prodotti che hanno segnato la storia della società di Cupertino hanno infatti un sapore italico, derivato da una delle più grandi aziende in campo tecnologico e digitale oggi ingiustamente dimenticata da una buona parte degli utenti Apple ed Android, specialmente per ciò che riguarda le ultime generazioni.

Siete pronti a scoprire come e perchè la Apple sarebbe potuta diventare italiana, ma in realtà lo è sempre stata?

La più grande stupidaggine della mia vita

E non la si potrebbe definire in altro modo la confessione riportata da Carlo De Benedetti, proprietario del Gruppo Editoriale L’Espresso ed ex-amministratore delegato di Olivetti, durante un’intervista rilasciata in occasione del programma Fratelli d’Italia, condotto da Annalisa Bruchi e mandato in onda nel 2012.

De Benedetti divenne AD di Olivetti nel 1978, un’azienda dal nome importante ma già allora attraversata da un dissesto finanziario non indifferente; ciononostante, si trattava di una società dalla grande reputazione dato che, a partire sin dalle prime produzioni di maggiore successo sino alla sua chiusura, saprà affascinare l’immaginazione di molti giovani, compreso un rampante ma sbarbato – in senso lato, naturalmente – Steve Jobs.

Jobs non era esattamente uno sconosciuto nel panorama delle industrie del settore tecnologico: nel 1976 aveva fondato la Apple Computers con Steve Wozniak e nel 1980 la sua azienda era già quotata in borsa con un valore di 1,70 miliardi di dollari. Una cifra impressionante per un giovane di 26 anni che venne per questo contattato da Elserino Piol, scopritore di talenti che, grazie al suo proverbiale occhio lungo, seppe organizzare un incontro a tre con De Benedetti. Questi, non dimostrando particolare acume o senso degli affari, rifiutò la proposta di Jobs di acquistare il 20% delle azioni della Apple per un milione di dollari. Che oggi gli frutterebbero almeno cento volte tanto l’investimento.

[…] non stiamo a perdere tempo con questi due ragazzi, abbiamo cose più serie da fare.

Carlo De Benedetti a Elserino Piol

Fortunatamente però quest’occasione d’oro sfuggita dalle mani di De Benedetti sarà comunque ripagata da un’eredità più ampia, lasciata dal design italiano al fondatore di Apple.

Apple ed il design italiano

Il design Apple, semplice e minimalista, è un’invenzione relativamente moderna; fino al 1980 infatti il principale riferimento in tale campo per Jobs era Dan’I Lewin, precedentemente impiegato presso Sony e famoso per il look industriale, nero, pesante che contraddistingueva i principali prodotti della casa giapponese.

Mario Bellini

Uno stile che piacque a Jobs sino al 1981: quattro anni dopo l’apertura di Apple Computers ed a poche mesi dalla quotazione in borsa, l’eccentrico imprenditore partecipò al congresso annuale del design che si teneva ad Aspen; fortuna volle che quell’anno il tema fosse The Italian Design, e che tra gli ospiti si contassero anche Sergio Pininfarina, disegnatore di auto, Susanna Agnelli, moglie di Gianni, e Mario Bellini, architetto e designer presso Olivetti ed autore praticamente di qualsiasi modello lanciato negli ultimi 20 anni, sin dal P101, il primo computer tascabile della storia (1965).

Nonostante nella biografia ufficiale di Steve Jobs, curata da Walter Isaacson, la mostra venga liquidata in pochi passaggi ed anzi si sottolinei l’importanza dell’incontro di Jobs con il Bauhaus, è di fondamentale importanza il discorso di due ore che Bellini tenne durante l’evento e che spinse Jobs ad incontrare il designer una seconda volta, nel 1985, per chiedergli di lavorare per la propria società. La proposta, effettuata nello studio milanese dell’architetto, non suoni più innaturale di quanto non lo sia stata in realtà: l’Olivetti allora possedeva un centro di ricerche e sviluppo tecnologico proprio a Cupertino, l’Olivetti Advanced Technology Center che si distinse per la realizzazione dell’M20, uno dei primi PC della Storia, e che contava oltre 170 dipendenti nel 1982. Lo stesso Bellini nel 1987 terrà al MoMa una mostra sui prodotti dell’azienda, e il museo ospiterà tra le proprie opere anche un modello della famosa serie Lettera di macchine da scrivere.

La Olivetti P101, dal Museo della Tecnica di Milano

Bellini, comunque, rifiutò: troppo lavoro da fare in sospeso all’Olivetti, senza contare il rapporto di esclusività che lo legava alla casa italiana. Ad avere il coltello dalla parte del manico era sempre l’italiano che poteva vantare tra i suoi tanti successi anche la vittoria di cinque Compassi d’Oro tra il ’62 e l’81, mentre Steve Jobs stava per essere licenziato dalla stessa azienda che aveva contribuito a fondare.

Dopo il rifiuto di Bellini, Jobs fonderà NeXT ed assolderà Jonathan Ive come Chief of Industrial Design al momento del suo ritorno alla Apple, negli anni ’90; interrogato in merito, l’architetto italiano non si riterrà pentito della scelta: le idee partorite da Ive sono state funzionali alla realizzazione di un progetto artistico, soddisfano un disegno più grande. L’iPad, accessorio divenuto iconico, possiede una linea tanto minimalista da risultare indifferente: l’oggetto si annulla a favore della sua funzione; una “conquista dell’umanità“, secondo Bellini.

Ma Jobs non abbandonerà mai del tutto l’Italia, a partire dalla pietra serena toscana di cui sono rivestiti i pavimenti di tutti gli Apple Store del mondo. Niente male per uno che alle Ferrari preferiva le Porsche.

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