Come funziona la censura delle app di chat, spiegato dalla Cina

Come funziona la censura delle conversazioni in un'app di chat? Ce lo spiega la Cina ed i suoi sistemi di filtraggio dei server di WeChat

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La censura delle app di chat non è un argomento sconosciuto ai lettori abituali delle nostre rubriche: qualche tempo fa abbiamo infatti pubblicato un reportage sulla censura delle app di chat in Europa, Medio OrienteAfrica, ma è sicuramente l’Asia, ed in particolar specie la Cina, ad essere il terreno ideale per recuperare materiale ed informazioni per la redazione di un articolo sul tema. Ci ha preceduto Citizen Lab: l’associazione, da sempre dedicata alla raccolta di segnalazioni ed approfondimenti sull’oppressione dei diritti civili sul web e sulla sicurezza online, ha pubblicato un report che mette in luce le modalità di censura delle app di chat applicata dalla Cina sulla principale applicazione di messaggistica del Paese, WeChat, ed il social network collegato Weibo.

Siete pronti per scoprire come funziona la censura delle app di chat in Cina?

LA CENSURA DELLE APP DI CHAT IN CINA, DALLE IMMAGINI AI GRUPPI DI CONVERSAZIONE

La vita di un cittadino Android in Cina non è semplice: nonostante i report indichino che il colosso asiatico sia praticamente dominato dal sistema operativo di Google, grazie ad una diffusione superiore al 90% sulla totalità degli smartphone attivi nel Paese, ogni giorno gli utenti devono scendere a compromessi con una serie di filtri, firewall e blocchi digitali che castrano e limitano la libertà di navigazione in Rete, e non solo.

Il gruppo Citizen Lab ha infatti stilato un report sul livello di censura delle app di chat in Cina che evidenzia come la pesante ed oppressiva cappa di controllo del governo cinese non si limiti a pagine e siti web – controllati attraverso un sistema di filtraggio e rimozione di siti che viene comunemente identificato con l’appellativo di Great Firewall – ma si estenda anche sulle app di chat più diffuse nel Paese: WeChat, che conta circa 768 milioni di utenti, e Weibo, un social network strutturato sullo stile di Facebook.

Ciò che più preoccupa l’associazione, e di conseguenza tutti gli attivisti concentrati nello sforzo di diffondere un sistema di notizie libero nel settore asiatico, è il profondo radicamento di WeChat nel sistema di vita cinese: l’app permette infatti di pagare spese e conti attraverso la schermata di chat, prenotare voli e ristoranti e performare una serie di azioni innovative e dunque scarsamente rimpiazzabili dalla concorrenza – qualora ve ne fosse realmente una, chiaramente. I sistemi di controllo cinesi provvedono a filtrare le conversazioni inviate attraverso i server dell’app, e applicano la censura unicamente ai messaggi degli account registrati in Cina – e modificare successivamente il proprio profilo collegandovi un numero internazionale non sarà sufficiente ad ingannare i segugi del governo.

Attraverso una serie di test, l’associazione ha scoperto che la censura sia molto sottile, quasi subdola, e decisamente poco trasparente: essa viene applicata non soltanto a livello testuale, ma un software di identificazione delle immagini provvede anche a rimuovere le fotografie che siano sospettate di ritrarre attivisti, avvocati, magistrati e tutta una serie di elementi ed argomenti sgraditi al governo, principalmente concentrati sul “709 Crackdown“.

censura delle app di chat in cina
La maggior parte delle parole chiave censurate fa riferimento al “709 Crackdown”, una serie di arresti avvenuti il 7 luglio 2015

Con questo appellativo si intende identificare una massiccia serie di arresti di dissidenti avvenuti il 7 luglio 2015 e sul quale molti siti collegati ai movimenti relativi alla resistenza cinese hanno parlato diffusamente; Citizen Lab ha potuto notare come la digitazione di parole chiave come “human rights”, “mass arrest” e “spiritual freedom” porti alla scomparsa dei messaggi nella conversazione, così come l’inserimento nomi degli attivisti coinvolti negli arresti. A quanto pare il governo cinese è particolarmente attivo nella censura delle app di chat e dei suoi gruppi di discussione: alcune combinazioni di parole chiave sembrano infatti consentite nelle conversazioni private, ma non in quelle di gruppo.

La paura dei censori cinesi è correlata ai pericoli dell’associazionismo digitale, che qualche anno fa portò alla cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli” di Hong Kong: per questo il cappio si stringe principalmente sulle chat di gruppo e sui Moments, una forma di news feed mutuata da Facebook e di natura semi-pubblica, così da evitare l’evolversi di discussioni online pericolosamente sediziose per un governo anti-democratico come quello cinese.

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Via The Verge
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