#Applefun: Google, Apple e Trump, storia di una relazione a tre

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Donald Trump ha saputo certamente movimentare la tranquilla vita dei giganti della tecnologia californiana, riuniti all’interno del polmone digitale degli USA, la Silicon Valley: con l’applicazione del frettoloso decreto che vieta a tutti i cittadini di una delle sette nazioni coinvolte di risiedere sul suolo americano, grandi compagnie come Amazon, Google, Netflix ed Apple hanno lanciato pesanti attacchi nei confronti del Presidente Donald Trump, accusato di aver applicato una legge “liberticida, antidemocratica” e vari appellativi certamente poco simpatici. Ma sarà poi autentico, l’astio che le società hanno dimostrato nei confronti del neoeletto presidente repubblicano?

No, naturalmente: se Google ha speso oltre 15 milioni di dollari in azioni di lobbying, anche Apple non ha mai perso occasione per strizzare l’occhio nei confronti del Partito Repubblicano di cui era anche donatore – anche se, come sempre, le società avevano mantenuto rapporti più stretti con il Partito Democratico per via degli allineamenti politici dei loro fondatori e CEO.

Ma chi saprà trarre maggior vantaggio da una presidenza Trump: Apple, Google o magari una terza forza in gioco? Siete pronti per scoprirlo?

Google contro Trump, ma non del tutto

Google ha assunto una forte posizione nei confronti della presidenza Trump: osteggiata ed avversata, non sono pochi i dipendenti, così come i dirigenti, ad aver apertamente dimostrato la propria antipatia per le decisioni e le considerazioni in temi di politica estera ed interna, nonchè fiscale e civile, che il neopresidente repubblicano avrebbe espresso sia durante la campagna elettorale, sia nei giorni immediatamente successivi al suo insediamento ufficiale.

Trump e Google non sono mai andati d’accordo, ma ora è il Presidente ad avere il coltello dalla parte del manico

Gli esempi a sostegno di tale ipotesi sono molteplici: non soltanto oltre 3.000 dipendenti di Alphabet, la società di cui Google sarebbe teoricamente la sussidiaria, hanno preso parte alle manifestazioni di protesta che nei giorni scorsi hanno attraversato le principali città statunitensi – anche in considerazione del fatto che buona parte della manovalanza della casa di Mountain View è di origine straniera, di prima o seconda generazione – ma molti esponenti di primo piano della società hanno attivamente appoggiato il candidato avversario o contestato il provvedimento contro l’immigrazione da 7 Paesi arabi ed africani.

Erick Schmidt, presidente del consiglio di amministrazione di Google, è stato più volte fotografato a fianco di Hillary Clinton; Sergei Brin, co-fondatore di Google, ha fatto un discorso di aperta critica nei confronti di Trump mentre la stessa società ha collaborato per 12 anni con il Podesta Group, un gruppo di lobbying formato da Tony Podesta, fratello del collaboratore di Hillary e da altri attivisti democratici. Senza contare che solamente nel 2016 Google ha speso più di 15 milioni di dollari per “oliare” le macchine dell’amministrazione democratica per spingere all’approvazione di numerosi decreti a favore delle grandi compagnie dell’industria tecnologica e per l’approvazione rapida delle auto a guida automatica.

Brin, alle recenti proteste

Ma Google ha molto da perdere con un’amministrazione ostile, e non conviene inimicarsi troppo il Partito Repubblicano: non solo la FTC (Federal Trade Commission) potrebbe riaprire un caso – chiuso nel 2013 senza condanne – per concorrenza sleale (proprio mentre in Europa si sta tenendo un processo simile) ma la stessa amministrazione Trump avrebbe rifiutato la proposta fatta da Google che aveva lanciato la figura di Joshua Wright come nuovo membro della FTC, dopo che si era appunto liberato un posto tra i giudici della commissione. Tra i collaboratori più stretti di Trump ci sarebbe poi Safra Catz, CEO di Oracle e arci-nemica di Google la quale potrebbe persino determinare le sorti di Android qualora le pressioni politiche ribaltino il verdetto del “processo del secolo” sulle API di Java.

Apple contro Trump, la lingua batte dove l’Oriente duole

Abbiamo già spiegato in QUESTA puntata di #Applefun quali sono i rischi che Apple corre qualora Trump applichi i provvedimenti minacciati in campagna elettorale – e il presidente repubblicano ha dato buona prova di essere un uomo di parola; ciononostante ci sono alcuni effetti collaterali del provvedimento adottato da Trump che Apple non aveva considerato.

Apple e Iran, un idillio morto prima di nascere

In particolare ci stiamo riferendo all‘Iranian Transactions Sanctions Regulations: le nuove sanzioni hanno colpito non soltanto l’Iran, ma anche le società che vi operano e che mantenevano attive ed aggiornate le proprie applicazioni all’interno dell’App Store. Nonostante non sia disponibile alcun App Store in Iran, con le graduali aperture del mercato Tim Cook aveva fatto maggiori concessioni – le aziende situate in Iran potevano registrare le proprie app al di fuori del Paese per ottenere l’accesso all’App Store – che però il nuovo decreto ha completamente cancellato. Così, in pochi giorni, tutte le app delle principali società iraniane sono scomparse, senza possibilità d’appello o di replica.

Per Tim Cook non è certamente una buona notizia: l’Iran, nonostante l’oscurantismo del governo, possiede una popolazione molto giovane e tecnologicamente attiva, con oltre 40 milioni di smartphone venduti, tra cui più di 100.000 iPhone che vengono più o meno contrabbandati nel Paese ogni mese.

Apple e Google alla corte di Trump, ma potrebbe essere troppo tardi

Tim Cook è stato il primo ad avvicinarsi alla coppia presidenziale dopo l’avvio della presidenza Trump: come riportano i quotidiani, il CEO della Apple sarebbe stato visto a cena nel rinomato ristorante italiano Tosca insieme alla figlia del Presidente, Ivanka, e suo marito, considerata una delle più potenti donne del Paese grazie anche agli incarichi di responsabilità assegnati.

Safra Catz entra alla Trump Tower – Foto: REUTERS/Andrew Kelly

Ma anche Google non è rimasto con le mani in mano: Schmidt non solo ha partecipato al meeting lanciato da Trump a dicembre con i principali rappresentanti delle industrie del settore tecnologico, ma ha più volte varcato i cancelli della Trump Tower nel corso delle ultime settimane. Ciononostante il già citato ostruzionismo adottato dai top manager della società nei confronti di Trump ha sollevato molti dubbi sulla possibilità di un riavvicinamento di Mountain View alla compagnia, il tutto naturalmente a vantaggio di Oracle – il cui CEO fa parte del transition-team di Trump e ha sempre dimostrato supporto al candidato repubblicano.

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