#Applefun: 5 cose che Steve Jobs odiava, ma che Apple ha fatto lo stesso

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Ci sono tante cose che Steve Jobs avrebbe odiato della moderna Apple: poco propenso alla comprensione altrui ed alla compassione, maniaco ed egocentrico, ebbe molti pregi e tante bizzarrie che alcuni potrebbero facilmente, e probabilmente a ragione, identificare nella categoria comportamentale dei difetti e che inevitabilmente sono andati a collidere con la relativamente “nuova” gestione di Apple da parte del CEO Tim Cook.

Ma quali sono i provvedimenti, le scelte ed i prodotti che Steve Jobs avrebbe odiato della nuova Apple di Tim Cook? In base ai report, ai rumor ed a quanto i suoi biografi ci hanno lasciato nel corso degli anni, abbiamo raccolto una classifica di cose che Steve Jobs odiava, e che non avrebbe con tutta probabilità voluto che Tim Cook implementasse: siete pronti per scoprirle?

#1 – Applicazioni lontane dalla vita reale

Chiunque abbia posseduto un iPhone durante la permanenza di Steve Jobs quale CEO di Apple ricorderà certamente l’estrema somiglianza che molte applicazioni presentavano con i corrispondenti oggetti nella vita reale: l’app Note somigliava completamente ai blocchi per gli appunti reali, mentre l’iBookstore permetteva di riporre i propri acquisti digitali all’interno di una virtuale libreria in legno – non si trattava di una casualità, ma di una precisa scelta grafica.

Già

Parte di questa tradizione si è conservata, ma con la morte di Steve Jobs gran parte della precedente linea visuale venne rimossa: esattamente un anno dopo il designer preferito di Steve Jobs (no, non Jonathan Yve ma Scott Forstall) venne licenziato e successivamente, pochi mesi dopo, fu rilasciato iOS 7 che rivoluzionò l’interfaccia grafica e spazzò via il vecchiume “realistaa favore di un minimalismo grafico che sarebbe stato seguito, di lì a poco, dal Material Design e che si sarebbe in definitiva rivelato vincente.

#2 – L’espansione cinese

Steve Jobs, come molti suoi fan e detrattori sapranno, era un amante delle filosofie orientali e tra tutte le scelte bizzarre che compì in gioventù, un importante posto è ricoperto dal suo viaggio, durato ben due anni, in India dove si risollevò dal trauma del licenziamento dalla Apple, l’azienda che lui stesso aveva fondato.

La Cina è vicina… forse troppo, per Steve Jobs

Nonostante dunque conoscesse approfonditamente il Sud-Est asiatico e il Giappone, che aveva visitato in uno dei suoi numerosi viaggi, non riuscì mai ad entrare in sintonia con il mondo cinese – anche se FoxConn manteneva nel Paese una fabbrica per la produzione degli iPhone – che considerava un mercato troppo vasto e corrotto perchè risultasse appetibile per un’azienda del calibro di Apple. La contraffazione, che tanto affliggeva allora il settore tecnologico quanto oggi, era una spina nel fianco per Jobs che non poteva in alcun modo bloccare per vie legali la produzione di cloni di iPhone, iPad e tanti altri prodotti della casa di Cupertino.

NON SOLO: Apple oggi in Cina deve accettare pesanti compromessi in materia di privacy per continuare a vendere i propri smartphone e servizi nel Paese, e a rimetterci sono soprattutto (solo) gli utenti cinesi. Scopri di più QUI.

#3 – Grandi smartphone

Si tratta certamente di una delle più celebri antipatie del fondatore di Apple: gli smartphone di grandi dimensioni, un settore su cui Samsung investiva milioni di dollari con la produzione in serie della vincente linea Note ma che Steve Jobs reputava fallimentari, per via appunto dell’esagerata sproporzione tra le originali misure di un normale smartphone ed i phablet, che allora erano decisamente meno apprezzati e diffusi.

Siamo certi che avrebbe approvato?

Hammers” fu l’epiteto che venne attribuito da Jobs ai dispositivi della casa coreana quando una giornalista gli chiese cosa ne pensasse a riguardo; con l’uscita dell’iPhone 6 Plus, Tim Cook ha deciso di aggiornare la linea iPhone con le nuove esigenze di mercato, tradendo probabilmente la linea di pensiero originale.

#4 – L’Apple Pencil

Nonostante la somiglianza del nome con un celebre tormentone dell’Internet, l’Apple Pencil ha ben poco di simpatico per il fondatore della casa di Cupertino: è celebre infatti un filmato in cui proprio Jobs, sul palco di uno dei tanti eventi che negli anni lo hanno visto protagonista insieme ai suoi prodotti, deride la scelta di altri produttori di affiancare ai propri smartphone uno stylus.

Prendete appunti: l’Apple Pencil era tra le cose che Steve Jobs odiava

Ciò che però probabilmente avrebbe reso Steve Jobs decisamente più a disagio non sarebbe stata l’adozione in sè dell’Apple Pencil, ma il significato che tale azione ha comportato e continua a farlo: la mancanza di un’alternativa bizzarra ed originale, degna del genio sregolato di uno stravagante ideatore di prodotti di successo. La maggiore perdita che Apple ha subito da quanto Jobs ha lasciato definitivamente il suo ruolo di CEO è stato il suo intelletto: l’Apple Pencil non è stata una sconfitta materiale ma più probabilmente morale, la prima delle tante prove di normalizzazione che Tim Cook ha presentato nel corso degli ultimi anni.

#5 – La simpatia

Affabile. Simpatico. Gentile. Dal volto umano.

Tante caratteristiche e qualità che certamente non potevano essere ascritte a Steve Jobs, che aveva costruito un personaggio basato attorno ad un’aura di genialità che giustificava qualunque antipatia ed atteggiamento maniacale; Tim Cook però non è Steve Jobs, e questo lo sa bene.

“Di’, la vuoi una cadrega?”

Nessuno si aspettava veramente che il nuovo CEO della casa di Cupertino avrebbe percorso le stesse orme del suo predecessore, considerato allora insostituibile – e tale impressione non è assolutamente variata dopo tanti anni dalla sua dipartita, e forse si è persino rafforzata; per tale motivo Cook ha bruscamente girato il timone normalizzando Apple ancora una volta. Non più ringhiosa e scontrosa, polemica e grintosa, in una parola… cafona – ma quella scortesia che piace al pubblico; bensì cortese, cordiale, deputata alla carità che Steve Jobs criticava tanto e che non assomiglia assolutamente alle sfumate donazioni di cui altri miliardari sfruttano l’eco mediatica per riempire le pagine dei giornali ed i cuori delle persone.

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