#Applefun: Ping, lo Spotify di Apple ucciso da Facebook

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Nonostante ormai sia diventata poco più che una formalità la pubblicazione periodica di strali, critiche più o meno gratuite e fatture nei confronti di Google+ da parte della stampa di settore, c’è stato un tempo in cui anche Apple ed i suoi seguaci avevano un social network di riferimento. Era il 2010, Steve Jobs era ancora il CEO dell’azienda, la sua aura di infallibilità non era ancora stata intaccata dal post-revisionismoma persino in questo frangente Apple si distingue, lasciando trasparire dalla propria user base più nostalgia che critiche nei confronti del fondatore – e Ping sembrava essere il valore aggiunto ad una casa di Cupertino che aveva tutto, tranne un social network.

Ma cos’è Ping? Domanda più che pertinente, se si considera che Ping venne chiuso due anni dopo l’apertura collezionando critiche, denunce e maldestri tentativi di riabilitazione con aggiornamenti più che ininfluenti.

Siete pronti per scoprire la storia di Apple Ping, lo Spotify che venne ucciso da Apple?

Il Ping Pong tra Jobs e Zuckerberg

Ping nacque ufficialmente il 1 settembre 2010: non si trattava del primo social network della storia nè di una creazione lanciata sull’onda di una nuova moda, poichè sia Facebook che MySpace avevano già aperto i battenti rispettivamente nel 2004 e nel 2003 mentre Google era già arrivata alla terza piattaforma sociale, Google Buzz (lanciato nello stesso anno dopo Orkut, aperto nel 2004 e chiuso definitivamente nel 2014 e Google Friend Connect, aperto nel 2008 ma eliminato dalla lista dei Google Products nel 2012; il quarto tentativo, Google+, sarà quello giusto).

Steve Jobs durante la presentazione di Ping

Il lancio di Ping fu trionfale: un milione di iscritti nelle prime 48 ore, circa un terzo degli utenti attivi su iTunes 10; l’idea alla base era per quei tempi piacque in quanto consentiva agli iscritti di creare connessioni sociali stringendo amicizia con altri utenti e di seguire artisti e cantanti rimanendo informati sui nuovi album in fase di rilascio o sulle date dei loro tour.

Sfortunatamente, però, l’entusiasmo fu decisamente breve e già due mesi dopo, nel dicembre 2010, c’era già chi si chiedeva se Ping fosse uno dei peggiori prodotti dell’anno: rifugio di spammer e truffatori online, privo di filtri per la protezione di utenti dai falsi account, macchinoso e soprattutto mancante della connessione a Facebook, necessaria per stringere amicizia con i contatti iscritti alla piattaforma di Apple.

Apple Ping fu probabilmente la prima vittima illustre di Mark Zuckerberg: nessuno ha mai scoperto perchè Steve Jobs e il giovane fondatore del social network più grande del mondo non abbiano raggiunto un accordo per l’integrazione delle API di Facebook su Ping – Jobs accusò “termini di accordo troppo onerosi“, senza però mai specificare alcun dettaglio degli stessi – ma il fatto fu chiaro: Facebook era la moda del momento (e continua pericolosamente ad esserlo) ed eliminarne la compatibilità segnava l’inevitabile fallimento del prodotto che avesse osato tanto.

La questione fu risolta in tempi drammaticamente rapidi: Apple tentò comunque di integrare Facebook all’interno di Ping, ma Zuckerberg ne bloccò le API interrompendo l’erogazione del servizio. Alla fine un accordo venne raggiunto, ma era ormai troppo tardi, ed il pubblico aveva perso interesse. Due anni dopo, nel 2012, fu Tim Cook a staccare la spina a Ping.

Perchè Apple Ping ha fallito?

Non esiste un unico motivo sufficiente a spiegare il fallimento di Ping, il social network di Apple: alcuni citano la mancanza di Facebook, altri il sistema di censura. In definitiva, le opinioni convergono su sei interpretazioni della rapida parabola discendente:

Perchè Ping è fallito, in un’infografica – Fonte: Webgranth

– la mancata integrazione di Facebook: sembrerà strano, ma nel 2010 Facebook era un trend che pareva destinato a perdurare nel tempo e il principale motore delle connessioni sociali. Grazie all’integrazione con Facebook sarebbe stato possibile scoprire quali, tra i propri amici, si erano già iscritti alla piattaforma musicale evitando di eseguire interrogatori a tappeto alla ricerca di tutti gli username;

– algoritmi, questi sconosciuti: il 2010 non era il 1975 e nonostante gli algoritmi non fossero diffusi allora come oggi, sarebbe stato comunque possibile integrare all’interno di Ping un meccanismo di suggerimento e affiliazione a profili dotati dei medesimi gusti musicali ravvisabili dal proprio catalogo iTunes, piuttosto che lasciare agli utenti l’incombenza di ricercare pagine e utenti manualmente;

– SPAM: Ping era un paradiso per lo spamming, secondo la stampa del tempo. Ping infatti era privo di qualsiasi filtro per la scansione degli URL e falsi account di star e artisti potevano pubblicare indisturbati collegamenti a “sondaggi” online che avrebbero portato all’estrazione di “iPhone gratis“;

– censura: chi utilizza abitualmente i prodotti dell’ecosistema Apple è ben conscio della natura vagamente oppressiva degli standard di censura della casa di Cupertino. Questi erano già attivi ai tempi di Steve Jobs così come lo sono oggi – molti canali Telegram, accessibili da Android, sono invece bloccati su iOS sotto indicazione dell’App Store – e molti artisti lamentarono l’impropria censura delle copertine dei propri album;

– lo strano profumo del denaro: se pecunia non olet, certamente si fa notare. Ping era un social network e, come tale, necessitava di una fonte di guadagno. Le canzoni non venivano direttamente vendute nella piattaforma – per questo, c’era già iTunes – ma presentavano le medesime restrizioni di un servizio di streaming musicale, improprie per un social network che, come tale, dovrebbe essere libero. Le canzoni pubblicate sulla propria bacheca non erano riproducibili interamente dai propri contatti, ma unicamente per la durata di 90 secondi: una limitazione inutile e fastidiosa, che poneva gli utenti nei panni scomodi di acquirenti piuttosto che di utenti;

– identità: che cos’era dunque Ping? Nessuno lo ha mai capito fino in fondo, nemmeno Steve Jobs che, il giorno della sua presentazione, lo descrisse come “migliore di Facebook e di Twitter“, ma ricordando che Ping non era “nè come Facebook, nè come Twitter“. Gli analisti reputano che puntava a sostituire MySpace come contenitore di canzoni, ma ha guadagnato solamente il poco invidiabile record di anticiparlo con una fine prematura;

Cui prodest, Apple?

Quando citiamo la costanza nelle critiche della stampa di settore nei confronti di Google+ intendiamo sottolineare la differenza profonda d’atteggiamento tenuto dal pubblico nei confronti delle due società: mentre Google persevera, Apple desiste.

Ouch

Tale comportamento naturalmente è motivato da solide basi argomentative: mentre Google non possiede una particolare reputazione a cui rispondere ed è in grado di persistere nonostante i fallimenti, Apple deve convivere con uno spettro scomodo ed ingombrante persino allo stesso Steve Jobs. Il mito dell’infallibilità, che tale non è ne lo è mai stato, è stato alimentato dall’esaltazione dei successi e dall’oblio dei mancati trionfi sino al punto da risucchiare le energie produttive: Apple, uccidendo Ping e abbandonando il selciato del social networking, si è ritirata dal ring dopo il primo uppercut tradendo in definitiva il sogno americano per poi ritornarvi in sordina, seguendo la pista già battuta dei servizi di streaming musicale lanciando Apple Music.

Ciò ha permesso naturalmente ad Apple di guarire rapidamente dalla scottatura lasciata dal bruciante insuccesso di Ping ma, ora, lanciando un nuovo social network nel 2017 qualora i rumor venissero confermati, rischierebbe di arrivare troppo tardi; Google, dopo anni di porte sbattute, cadute e sbagli, è riuscita a conferire a Google+ una particolare identità che gli utenti paiono apprezzare. Con quale esperienza Apple spera di fare di meglio?

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