#Applefun: I 3 motivi per cui Google sta diventando come Apple (e 3 motivi per cui non è vero)

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Google sta diventando come Apple? Fino a qualche mese fa, qualsiasi utente Android avrebbe risposto ad un simile interrogativo con una grassa risata, poichè le parole in certe situazioni non sembrano essere mai sufficienti; dopo il Google I/O passato, le ultime presentazioni, i Pixel Phone e via discorrendo, coloro che ancora sorridono si sono fortemente ridotti di numero e le risate, se presenti, assomigliano più a moti nervosi della bocca che a divertite reazioni.

Google sta diventando come Appple? Forse sì: le introduzioni e le novità dei mesi passati hanno insinuato più di un sospetto, anche se permangono sostanziali differenze tra la struttura organizzativa di Apple e le caratteristiche di Android.

Siete pronti per scoprire se Google sta diventando come Apple?

Sì, Google sta diventando come Apple

Una linea di prodotti personali

Prima che Google lanciasse la linea Pixel, la casa di Mountain View era celebre per i cicli di selezione a cui ogni anno sottoponeva le case di produzione interessate allo sviluppo dei device della serie Nexus, acquistabili principalmente online e dotati di caratteristiche – accesso facilitato al rooting, malleabilità del comparto hardware e software – che interessavano più una minoranza di utenti piuttosto di un pubblico vasto e composito.

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Il design non vi ricorda proprio nulla?

I Pixel Phone hanno cambiato le carte in tavola: proprio come Apple, Google non si limita più a integrare modelli software e magari il proprio logo animato all’interno di smartphone comunque ben visibilmente realizzati da una compagnia terza (LG Nexus 4, o Huawei Nexus 6P), ma ha preso in mano le redini dell’intero processo produttivo affidando il compito di procurarsi ed assemblare i componenti ad una sussidiaria, HTC in questo caso (che produsse il primo smartphone Android). Proprio come Apple: la casa di Cupertino ha passato diversi anni alle dipendenze di produttori esterni prima di selezionare Foxconn come associata e lanciare la serie iPhone, che perdura ancora oggi.

Un assistente personale smart

Il Google Assistant non è solamente una (poco) intelligenza (molto) artificiale, ma il punto di raccordo dell’intero ecosistema Google e probabilmente ciò che ne permetterà un’armoniosa integrazione vicendevole, nonostante la disparità tra i modelli.

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Google Assistant è diventato il peggior nemico di sè stesso?

Google non punta a fornire un assistente personale che risponda a domande personali e scimmiotti un interlocutore umano, ma a un maggiordomo fedele e discreto che ricordi sul device Pixel ciò che un minuto prima l’utente aveva chiesto al Google Home: sincronizzazione e capacità d’interloquire anche con soggetti distanti dal giovane smart e moderno a cui il prodotto è principalmente destinato, come giovanissimi ed anziani. Pare dunque naturale che Google Now, tanto amato e difeso dagli utenti Android proprio per via della sua silenziosa e fredda funzionalità a confronto con il più rumoroso Siri, sia diventato simile se non uguale e migliore al proprio peggior nemico.

Negozi fisici

La creazione di una linea di negozi fisici – il primo dei quali aprirà in breve tempo a New York – è solamente l’ultima tappa di un lungo processo descritto sin dall’introduzione a questa puntata di #Applefun.

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Gli store di Google avranno la stessa anima degli Apple Store?

Google sta diventando come Apple non solo per la gestione proprietaria del lato hardware dei propri smartphone, ma anche per l’ideazione una serie di prodotti incentrati sull’Internet of Things e focalizzati alla realizzazione di un complesso ecosistema Google, similarmente a quello già da anni in attività di Apple.

Pianificazione quotidiana (Google Home), connessioni (Google Wi-Fi), multimedia (Chromecast), comunicazioni (Pixel Phone), connettività (Google Fiber), domotica (Nest) e solamente limitandosi all’offerta hardware e non software; la vendita non può essere affidata ancora una volta al sistema-web, che attira nessun’altro se non geek ed appassionati, ma a store fisici che oltre a rappresentare un punto vendita diventano anche un centro di assistenza in caso di guasti, fraintendimenti, malfunzionamenti di cui solamente la casa produttrice è responsabile e consapevole. Probabilmente i Google Store non saranno tappezzati di marmo verde di Toscana che tanto piaceva a Steve Jobs, ma di certo puntano a possederne la medesima personalità.

No, Google non sta diventando come Apple

Android rimane open-source

Nonostante siano trasparite numerose indiscrezioni su Andromeda OS, il sistema operativo che sarebbe dovuto apparire già alla conferenza del 4 ottobre ma di cui nei fatti non sentiremo parlare per molto tempo, Android rimane la piattaforma principale di sviluppo e progettazione e, quello che più è importante, rimane comunque open-source.

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Google è (quasi) open-source

La possibilità di creare mod e Custom ROM da installare una volta eseguito il rooting è un’esclusiva di Google e di Android, e che Apple non sarà mai in grado di imitare – nonostante i problemi siano molti e lo stesso concetto di rooting stia progressivamente scomparendo grazie soprattutto all’azione di Mountain View. Che i Pixel Phone abbiano il bootloader accessibile non siamo certi che rappresenti il simbolo di una nuova linea di smartphone amica del modding, quanto piuttosto l’estremo saluto di Google ad un mondo, quello dei Nexus, che ormai non esiste più.

Google Assistant è liberamente installabile

Un’altra, grande differenza che nega che Google stia diventando come Apple è la possibilità, concessa ad aziende e società, di integrare il Google Assistant direttamente all’interno dei propri device; si tratta di una soluzione che Google molto intelligentemente ha adottato per rispondere a due esigenze.

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No, il Google Assistant non rimarrà esclusiva di Allo

La prima, di carattere più aulico e nobile, vedrebbe l’espandersi del Google Assistant in risposta allo spirito libero ed open-source che da sempre caratterizza il sistema operativo di Google; più realisticamente, si tratterebbe nient’altro che di necessità di insinuarsi velocemente in un settore ampiamente dominato da Amazon – che ha speso gli ultimi anni nello sviluppo e potenziamento di Alexa – con il risultato, complementare ma per nulla secondario, di acquisire un numero non indifferente di big data da dispositivi alternativi a Google Home ed ai device Pixel.

Google non è un marchio (non ancora)

Il terzo punto è probabilmente il più debole della catena, il primo (ed unico?) destinato a spezzarsi sotto i colpi del tempo.

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I Pixel Phone diventeranno parte di un brand pi ampio?

Qualora infatti i Pixel Phone dovessero avere successo – e lo avranno, date perlomeno le positivissime recensioni della stampa internazionale – i prodotti – e non solo – diventeranno parte di un brand associato, da parte del grande pubblico, non a Google inteso in quanto motore di ricerca ma a Google inteso come società produttrice di smartphone ed accessori per la domotica. Con buona pace di Apple.

Scopri QUI tutti i peggiori prodotti Apple realizzati nel corso della storia dell’azienda!

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