Come nascono le false recensioni su Google Play

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Vi siete mai chiesti come ottenere false recensioni per aumentare la visibilità della vostra applicazione? Si tratta di una domanda che è lecito porsi, perchè il fenomeno delle fake reviews sta letteralmente distruggendo Google Play: task killer come Clean Master, DU Battery Saver, ES File Explorer che sono stati scoperti – o si mormora insistentemente – essere degli adware sono legittimamente presenti nel market di Google e possono vantare migliaia di recensioni positive, con poche voci di dissenso che vengono comunque sovrastate.

Com’è possibile che applicazioni appena lanciate sul Play Store possano già vantare centinaia di valutazioni a cinque stelle? È semplice: si trattano di recensioni acquistate, comprate da aziende e software house per raggiungere i primi posti del market in cui intendono sfondare, che sia il Play Store o l’App Store, battendo sul tempo la concorrenza.

Noi siamo andati alla fonte del problema: siete pronti per scoprire il buco nero che si nasconde dietro le false recensioni?

COSA SONO LE FAKE REVIEWS

Le fake reviews, o “false recensioni“, sono valutazioni estremamente positive pubblicate da utenti – veri o simulati che siano – assunti per aumentare la visibilità di un prodotto, spingendo così un cliente all’acquisto o al download, a seconda della natura del contenuto recensito.

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Recensioni troppo positive? Probabilmente sono false

Le recensioni, rilasciate senza che una vera fase di testing precedente abbia portato l’utente ad una conclusione tanto positiva, sono accompagnate da frasi brevi e ripetitive a commento della propria valutazione (se questa viene pubblicata su piattaforme quali Google Play, App Store o Amazon Underground) o al contrario da descrizioni fin troppo dettagliate e particolareggiate, come nel caso dello store di Amazon. In entrambe le situazioni si trattano di pratiche illegali: le politiche di utilizzo di Google, così come di Apple, vietano espressamente l’assunzione di persone o il pagamento di servizi per scopi di questo genere, pena l’espulsione immediata del proprio account da sviluppatore Android, ma le larghe maglie di controllo – così come la progressiva raffinazione dei metodi da parte delle click-farm – hanno portato le software house più spericolate a correre il rischio. Il crimine non paga? Non su Google Play.

LE BOTNET

All’inizio, c’erano i bot. Ma sono ancora tra noi: anzi, sarebbe molto prematuro stilare un epitaffio sulla tomba delle botnet (letteralmente “reti di bot“, ossia catene di computer programmati per svolgere ripetitivamente e continuativamente la medesima operazione), le quali stanno ricevendo proprio in questo periodo una visibilità mai vista in precedenza.

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Un bot è un programma automatico utilizzato nel caso delle fake reviews per pubblicare il medesimo contenuto – una recensione estremamente positiva – sotto l’identità di decine di profili fasulli, generati automaticamente utilizzando un algoritmo e metodi di contatto inesistenti. Un singolo bot può creare centinaia di valutazioni simulate, appoggiandosi a tecnologie come l’article spinning, una pratica SEO che permette di generare testi autonomamente sulla base di un ridotto dizionario. È semplice distinguere una recensione redatta da una fonte umana da una scritta invece da un bot: i periodi utilizzati tendono ad essere estremamente brevi, ripetitivi e non è difficile trovare la medesima valutazione espressa per mano di due profili differenti.

Le botnet non sono più il metodo preferito dalle software house: troppo vulnerabili ai metodi di controllo di Google. Fortunatamente ci sono le click farm.

LE CLICK FARM

Conosciute per essere il figlio più malato della generazione dei social network, le click farm rappresentano l’ultimo scoglio al quale migliaia di disperati si aggrappano per portare a casa un misero guadagno, ricevuto per la realizzazione di un compito che solitamente viene delegato a macchinari proprio perchè ritenuto ripetitivo ed alienante.

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Un’immagine di una click farm

Come riporta Linkiesta, la maggior parte delle click farm si trova in Paesi del Terzo Mondo o all’interno dei confini dei BRICS, ossia di quei cinque Paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che possiedono allo stesso tempo infrastrutture tecnologiche ed una manovalanza composta da decine di migliaia di affamati disposti a qualsiasi pratica ed umiliazione pur di arrivare a fine giornata. Dhaka, in India, è solamente una delle tante capitali delle click farm, capannoni o palazzi in stato di semi-abbandono all’interno delle quali migliaia di cinesi, bengalesi, slavi creano falsi account, si autenticano su social network o piattaforme di condivisione (Google Play compreso) mettendo “Mi Piace“, visualizzando video o, appunto, recensendo prodotti, il tutto per permettere alle aziende commissionarie di far guadagnare visibilità al proprio prodotto. Una pratica barbara che in qualche modo ha trovato una via anche in Occidente sotto forma del crowdsourching.

IL TURCO MECCANICO

Il “modello del turco meccanico“, anche conosciuto come crowdsourcing, prende il nome da un fatto realmente accaduto, trasformato in un racconto da Edgar Allan Poe e assurto ad eterna memoria. Il turco meccanico era un falso automa, azionato da un essere umano, che divertiva i regnanti d’Europa – i quali ritenevano fosse completamente azionato da un complicato sistema di molle ed ingranaggi – compiendo azioni ripetitive e costanti.

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Il turco meccanico di Amazon

Il turco meccanico ha conosciuto nuova fama grazie ad Amazon che gli ha dedicato un sito completamente dedicato al crowdsourcing, ossia alla ricerca indicizzata di lavoro da parte di aziende e professionisti (o semplici aspiranti tali). Il problema del turco meccanico, e di tutte le altre piattaforme che offrono questo tipo di servizio, è dato non solo da un’assoluta precarietà del lavoratore, che lo pone in una condizione di inferiorità nei confronti del datore di lavoro (il quale può definire “non soddisfacente” il compito eseguito, rifiutandosi di pagarlo), ma anche dalla legalità dei lavori richiesti ed assegnati.

Sono decine infatti le proposte di lavoro che richiedono il download di app e giochi, con “bonus” da assegnare qualora la recensione riportata sia positiva; alcuni siti mascherano tali commissioni sotto maschere di vario genere, altri invece non si pongono problemi nel reclamizzare “pacchetti di recensioni” da 25$ a 500$, a seconda del numero e della piattaforma. Ad aderire a questi compiti ingrati e ripetitivi sono proprio studenti, non professionisti, vittime della crisi che tentano di guadagnare un po’ di denaro – proprio come rivelato da un’inchiesta dell’Espresso qualche anno fa. Il nuovo proletariato, sfruttato e dimenticato.

Non lasciare che ti sfruttino: scopri QUI la nostra guida completa sulle recensioni false, e tutti i trucchi per scoprire le applicazioni fasulle sul Play Store!

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