#Applefun: Quella volta che Apple decise di chiudere l’Amazon App Shop

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Qualsiasi multinazionale di un certo livello deve fronteggiare una concorrenza più o meno spietata, pronta ad utilizzare qualsiasi mezzo per strapparne fette di mercato o per assorbirne idee e linee di prodotti all’interno della propria strategia commerciale: Apple, come Microsoft, Google e molte altre aziende dello stesso calibro, hanno dovuto affrontare periodicamente processi, accuse e querele. Altre volte, però, se le sono andate a cercare: è questo il caso di Apple c. Amazon, il caso che nel 2013 vide le due società contrapposte sull’utilizzo del nome “Appstore” da parte della seconda che, secondo la casa di Cupertino, rappresentava una violazione della privacy.

Volete sapere com’è andata a finire?

App Store è un nome comune o marchio?

Questa è la domanda che tutti si posero nel 2008 quando Apple aprì il primo market digitale di applicazioni, dando vita ad un vero e proprio cataclisma tecnologico che verrà ricordato negli anni successivi come uno degli eventi fondativi della rivoluzione delle applicazioni.

Inizialmente si ritenne che il nome “App Store stesse ad indicare semplicemente la funzione svolta dallo store di Apple: l’opinione pubblica cambiò immediatamente idea quando, pochi mesi dopo la sua nascita, Steve Jobs tentò di registrare commercialmente il nome, vedendo la propria richiesta prima respinta e successivamente approvata nel 2010 da parte dell’organo preposto statunitense.

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Certe rivalità sono dure a morire

Naturalmente questa decisione fece storcere il naso alla concorrenza, Microsoft in primis: nel giugno del 2010 infatti reclamò presso il Tademark Trial e successivamente l’Appeal Court perchè venisse dichiarata la nullità del marchio registrato in quanto “troppo generico“. Apple, per nulla impressionata, rispose che anche il nome “Windowsera decisamente troppo vago come termine per un sistema operativo basato sul WIMP (“Window, Icon, Menu and Pointing device“) – nonostante l’appunto fosse del tutto coerente con le accuse di Mircosoft, questa rispose che Apple aveva scritto la propria nota in caratteri troppo piccoli perchè risultasse leggibile, per cui chiese che venisse re-inviata.

Nonostante queste scaramucce legali che da anni vedono Apple e Microsoft come indiscussi protagonisti, ogni sistema operativo aveva già adottato un nome differente per il proprio market di applicazioni: HP (con il suo webOS) lo chiamò App Catalog, BlackBerry decise di dare al RIM il BlackBerry App World, Google puntò sull’Android Market e Microsoft sul Marketplace.

E poi venne Amazon

Amazon però non ci stette e decise di sfidare Apple denominando il proprio market di applicazioni quasi ricalcando il nome dello store della compagnia rivale: Amazon Appstore.

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Amazon App Shop era un nome troppo complesso da sviluppare?

La risposta della casa di Cupertino non tardò ad arrivare e nel 2011 la società denunciò Amazon: per due anni il contenzioso venne portato avanti senza che si giungesse a grossi risultati, in quanto Amazon continuava a sostenere che i termini “App” e “store” fossero troppo generici perchè qualcuno potesse registrarli – ma soprattutto pretendere che la registrazione del marchio venisse rispettata.

La difesa di Amazon portò a sostegno della propria tesi anche la confusione causata dall’utilizzo improprio degli stessi termini da parte di Tim Cook e Steve Jobs, che tendevano a riferirsi con il nome di “app storesia al proprio market, sia a quelli della concorrenza, sia più genericamente al concetto di “luogo di raccolta delle applicazioni”.

Alla fine, Apple ritirò la propria denuncia, lasciando che Amazon potesse fare uso del termine “Appstore” – così come aveva fatto sino a quel momento; il resto della storia lo conosciamo già: Amazon cambiò il nome del proprio market da “Amazon Appstore” ad “Amazon App Shop ” e, qualche anno dopo, introdusse l’idea di uno store di app a pagamento disponibili gratuitamente (Amazon Underground per chi non ne fosse a conoscenza), rivelatasi poi vincente.

Chi aveva ragione?

Con il senno di poi, è facile capire che la scelta di Amazon fu quantomeno avventata, per non dire stupida: soprattutto in termini commerciali, il successo di uno store di applicazioni è dato dalla piattaforma che lo ospita. Android possedeva già Android Market e successivamente il Play Store e la presenza dell’Amazon App Shop è sempre stata recepita superflua, inutile – e non solo dagli utenti, ma anche dal board stesso della compagnia. Solo Amazon Underground ha salvato la società statunitense dall’oblio nel mercato delle app, anche se sarebbe il caso che venissero impiegate maggiori sostanze nello sviluppo di un’interfaccia più curata, un catalogo più vasto, un’accessibilità a misura d’utente.

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Apple, alla fine, non trasse nè particolari giovamenti nè grossi perdite dalla condotta di Amazon

Tutti elementi che per ora Amazon Underground non presenta.

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