Oracle vs Google: cause, fatti e conseguenze del più importante processo su Android

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Gli esperti legali di tutto il mondo hanno osservato con estremo interesse ciò che nelle scorse settimane stava accadendo all’interno delle aule di una corte giudiziaria statunitense: il processo Oracle c. Google – che sarebbe definibile più precisamente come uno scontro Oracle vs Google, dati i toni utilizzati nel corso della causa – è stato infatti uno dei più grandi casi riguardanti il diritto di copyright, ed il verdetto della corte che si è pronunciata a riguardo avrebbe potuto segnare il destino di decine di centinaia di programmi nonchè di Android e del concetto stesso di fair use nell’informatica.

Per capire però come il processo Oracle vs Google sia nato e soprattutto perchè risulta essere così importante per Android – e non solo – occorre ripercorrere gli avvenimenti accaduti nel 2010, quando Android era ancora agli inizi della sua carriera e Java era un linguaggio di programmazione centrale, largamente utilizzato e potenzialmente convertibile in una piattaforma mobile che facesse concorrenza ad Apple.

Siete pronti per scoprire tutto ciò che occorre sapere sul processo Oracle vs Google?

Quando Android era semplicemente un progetto

Il processo Oracle vs Google trova il suo casus belli nel 2009, quando ancora il mercato dei dispositivi mobili non era definito così come oggi: non esistevano solamente due (al massimo tre) sistemi operativi tra cui scegliere, ma una galassia di alternative che tentavano di attrarre a sè sviluppatori ed esperti informatici. Il segreto del successo, allora come oggi, era la flessibilità: più un SO si sarebbe dimostrato duttile ed aderente alle differenti esigenze dei developers, più contenuti avrebbe ricevuto e maggiori sarebbero stati gli utenti.

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Edward Screven, architetto capo di Oracle, ripreso durante la Oracle’s OpenWorld conferenza del 2012.

A quei tempi Oracle non aveva ancora acquistato la Sun Microsystem, l’azienda che aveva creato Java – operazione che si sarebbe conclusa qualche mese dopo; Java era un linguaggio di programmazione estremamente popolare e che praticamente la totalità dei programmatori conosceva. Per rendere dunque Android attrattivo in casa Google si decise di utilizzare 37 API di Java all’interno del nuovo sistema operativo, convertendone ed adattandone la struttura ma continuando ad utilizzare gli stessi nomi e processi contenuti in Java.

Le API sono ciò che, all’interno di un programma, consentono ai vari codici di comunicare tra loro: queste 37 API, che costituiscono praticamente il 3% dell’originale codice di Android, consentirono agli sviluppatori Java di dover apprendere praticamente nulla in più a quanto già sapevano, rendendo lo sviluppo di app per Android tremendamente semplice rispetto ad altre piattaforme.

Le API della discordia

Naturalmente questo fatto non passò inosservato: se infatti la Sun Microsystem non prese provvedimenti davanti a quanto Android aveva fatto con le proprie API, dello stesso avviso non fu Oracle che nel 2010 accusò Google di plagio; dalle parole si passò ai fatti ed il caso Oracle vs Google arrivò nei tribunali nel 2012.

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11.000 righe di codice costano 9,3 miliardi di dollari?

Perchè queste 37 API sono così importanti nel caso Oracle vs Google? Nonostante infatti non costituiscano che 11.000 righe di codice, un’inezia davanti all’enorme complessità di un programma – anche se, così come ricordò il legale di Oracle Peter Bricks, “con 11.000 righe di codice fu programmato l’Apollo 11 per l’atterraggio sulla Luna” – queste API rappresentano un’occasione mancata che, a detta di Oracle, avrebbe praticamente eliminato qualsiasi opportunità di penetrazione nel settore mobile per Java.

L’accusa dunque va oltre il plagio: non soltanto Oracle desiderava dunque vedere affermato il proprio diritto di copyright sulle API di Java, ma anche ricevere un risarcimento per i danni ricevuti. Se infatti Android non avesse utilizzato le API di Java probabilmente non sarebbe diventato così famoso e Oracle avrebbe avuto la propria occasione di lanciarsi nel settore mobile con il proprio SO.

Chi ha ragione nel processo Oracle vs Google? Perchè questo processo è così importante?

Prima di andare a verificare l’effettivo svolgimento dei tre processi che si sono tenuti sul caso Oracle vs Google, è necessario considerare da un punto di vista neutro le motivazioni addotte da Google e da Oracle sull’utilizzo di queste 37 API.

È infatti indubbio come Google abbia deliberatamente utilizzato le API di Java per rendere Android un sistema operativo vincente, sfruttando la compatibilità con Java; già nel 2012 (quando il primo processo era già in corso), in un’email inviata dall’ingegnere di Google Tim Lindholm ad Andy Rubin si riportava come tutte le alternative a Java “facciano schifo, e che dunque non c’era altra via se non continuare nella direzione intrapresa, e velocemente.

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Java, nel 2009, era la migliore scelta per la programmazione

Nonostante fino a questo punto potrebbe sembrare che Oracle abbia ragione, occorre dare uno sguardo anche all’altro lato della medaglia: quelle 37 API di Java non furono clonate, così come fu chiaro a partire già dal primo processo Oracle vs Google, ma semplicemente riscritte utilizzando gli stessi nomi e l’identica struttura per consentire agli sviluppatori di ambientarsi più comodamente. Perchè il concetto sia chiaro, tireremo in ballo due esempi già citati da Timothy B. Lee su Vox.com: il caso di Lotus e di Samba.

Agli albori della programmazione infatti la compagnia Borland replicò nel proprio sistema la struttura 1-2-3 dei menu utilizzati nel più popolare programma spreadsheet Lotus: la corte che sentenziò nel 1995 il caso stabilì che la struttura dei menu 1-2-3 costituiva un “metodo di operazione non registrabile sotto copyright, e che dunque non si potevano reclamare i diritti d’autore a riguardo. Un po’ come se l’inventore della stampante avesse registrato il copyright sul metodo di stampa, costringendo gli altri produttori ad inventarne di nuovi per non dovere pagare i diritti.

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Questo processo rappresenterà un duro colpo per il diritto di libero utilizzo?

Allo stesso modo Samba: questo programma imitò completamente il sistema di trasferimento dei file adottato da Windows adattandolo però a nuovi sistemi operativi, come Linux o Mac OS. Essendo un software open-source divenne talmente popolare da essere incluso nelle prime versioni del Mac.

E qui entra in ballo il concetto di copyright: se infatti il caso Oracle vs Google avesse visto una vittoria della prima, avrebbe significato che il copyright non solo è estendibile alle proprie creazioni ma che anche le API sono protette dal diritto d’autore, rendendo i creatori di Samba passabili di plagio da parte di Microsoft nonostante non avessero guadagnato un solo centesimo dal proprio lavoro, proprio come Google con Android (tecnicamente, non si deve pagare per integrare Android nel proprio smartphone ed è comunque open-source).

E il discorso si sarebbe potuto estendere a migliaia di programmi nati con la clonazione ed il miglioramento di codici già esistenti: così come non è possibile apporre il copyright sulla ruota, l’automobile o il computer – al massimo un brevetto – allo stesso modo non è possibile compierlo sulle API.

I 3 processi Oracle vs Google

Totalmente Google ha dovuto sostenere tre processi Oracle vs Google: nel 2012, nel 2014 ed infine nel 2016; mentre i primi due furono intentati da Oracle, il terzo fu invece promosso dalla casa di Mountain View e non è detto che in futuro non ce ne sia anche un quarto.

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Google ha vinto la battaglia, ma rimane da vincere la guerra

Nel 2012 infatti il giudice William Aslup diede ragione a Google, sentenziando che non era possibile porre sotto copyright le 37 API di Java e che Android, essendo open-source, non costituiva di per sè fonte di guadagno per Google. Dello stesso parere non fu la  Federal Circuit Court of Appeal che non fu convinta di queste ragioni e assegnò la paternità ideologica ed artistica delle API ad Oracle; a questo punto dunque Google si appellò al libero utilizzo delle API nonostante fossero sotto copyright tentando di portare il processo alla Corte Suprema, che declinò l’invito.

Ora, dopo mesi di arringhe, la corte ha nuovamente dato ragione a Google che non dovrà pagare, secondo le intenzioni di Oracle, i 9,3 miliardi di dollari richiesti; va detto infatti che Java aveva richiesto questa cifra per riparare i mancati introiti da un eventuale SO prodotto con Java ma, se allora fu proprio il codice della Sun a spingere gli sviluppatori a seguire Android, oggi è esattamente l’opposto. Oggi i developers preferiscono linguaggi di programmazione come Ruby, Node, Swift e Python, mentre Java viene ancora insegnato solamente perchè necessario per l’implementazione di app Android. Il caso Oracle vs Google proseguirà in appello perchè Oracle necessita di quel denaro, soprattutto visto il calo di popolarità delle proprie creazioni nel mondo dell’informatica.

Google però è stata coinvolta nel caso della vendita di Telegram: scopri QUI come e perchè Google non acquisirà Telegram!

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