Tutto quello che occorre sapere sul blocco di WhatsApp in Brasile

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In queste ultime ore se ne sono scritte e sentite tante riguardo il blocco di WhatsApp in Brasile, a riprova del fatto che non sempre la comunicazione riesce a risultare linda e cristallina persino riguardo un fatto di questo tipo, in cui le notizie non dovrebbero subire manipolazioni di sorta (gli eventi riguardano un’applicazione ed il governo brasiliano, non esponenti di schieramenti politici o squadre di calcio che avrebbero potuto risentire delle rispettive, giornalistiche tifoserie avversarie).

Sfortunatamente la lontananza geografica, la mancanza di informazioni dirette e la confusione suscitata dall’improvvisa importanza assunta da un Paese solitamente poco coinvolto dalle cronache internazionali ha scatenato una confusione terribile, con conseguente spaesamento dei lettori. Prechè se è vero che per gli occidentali questo blocco di WhatsApp è risultato completamente improvviso, i brasiliani sapevano, o comunque intuivano, che un giorno simile sarebbe arrivato.

Siete pronti per scoprire perchè WhatsApp è stato bloccato in Brasile?

Il blocco di WhatsApp in Brasile: gli antefatti

WhatsApp e il governo brasiliano non hanno mai dimostrato di essere in buoni rapporti: l’applicazione era già stata bloccata nel mese di dicembre per una durata prevista di 48 ore, anche se successivamente il provvedimento era stato revocato. Lo stesso vicepresidente di Facebook, che ricordiamo essere la proprietaria dell’applicazione, era stato incarcerato per poche ore nel marzo di quest’anno. Questi avvenimenti non sono isolati, ma rappresentano gli effetti concatenati di una disputa che per molti versi ricorda lo scontro osservato negli USA tra la casa di Cupertino e il governo statunitense, il quale aveva necessità di accedere ai dati contenuti nell’iPhone dei terroristi di San Bernardino di cui la Apple continuava a rifiutare sia l’accesso, sia la consulenza per facilitare la rimozione dei servizi di sicurezza che ne garantivano la semi-inviolabilità.

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Il giudice che ha bloccato WhatsApp

La quaestio nasce nel novembre del 2015, mese in cui iniziano le prime indagini sui trafficanti di droga attivi presso la regione di Lagarto e per il cui svolgimento la polizia brasiliana, nelle vesti del magistrato Marcel Maria Montalvão, aveva richiesto a Facebook e WhatsApp una collaborazione per permettere alle forze dell’ordine di accedere a messaggi e contenuti privati di personaggi sospettati di favorire, o di essere coinvolti, nei suddetti traffici. Non è difficile indovinare quale sia stata la reazione della società statunitense, soprattutto considerando quanto accadde nei mesi successivi.

Il blocco di WhatsApp in Brasile: l’escalation

I fatti non tardarono a precipitare: già i 15 dicembre 2015 infatti i giudici approvarono la sospensione di WhatsApp per 48 ore in seguito alla mancata collaborazione da parte di Facebook. L’ordine venne recapitato ai cinque principali gestori di telefonia mobile in Brasile – Hi, TIM, Claro, Vivo, e Nextel – ma venne revocato poche ore dopo.

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Facebook si è sempre rifiutato di collaborare

La vicenda però non era che agli inizi: Montalvão richiese ben tre colloqui con Facebook ed i suoi dipendenti per discutere dei termini della collaborazione, ma l’azienda si rifiutò persino di partecipare agli incontri, così come riporta il sito d’informazione brasiliano Exame.com.

Il giudice quindi impose a WhatsApp una multa di R $ 50.000 al giorno ma, dato che non sembrava sortire alcun effetto, venne aumentata a R $ 1 milione; tuttavia, WhatsApp preferiva pagare la multa imposta dalla polizia brasiliana piuttosto che cedere le informazioni dei propri utenti (seppur sospettati di attività criminose). Questa ostinazione non piacque assolutamente a Montalvão che dispose l’arresto di Diego Dzodao, vicepresidente di Facebook: rimasto incarcerato solamente per alcune ore del 1° marzo, venne in seguito rilasciato e il suo arresto fu definito dalle stesse autorità carioche “una coercizione legale“.

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Dzodao, vicepresidente di Facebook

Ciononostante, la disputa non era certamente finita: solamente poche settimane dopo infatti Montalvão chiese ed ottenne il blocco di WhatsApp in Brasile per 72 ore; nonostante la risolutezza del giudice – nella regione di Sergipe è considerato un eroe locale e nessuno si è mai lamentato dei suoi provvedimenti – 24 ore dopo il blocco era già stato revocato. Ciononostante, il danno era fatto in quanto non soltanto più di un milione di utenti erano nel frattempo passati a Telegram, ma i servizi VPN (funzionali per l’aggiramento dei firewall governativi) avevano registrato decine di migliaia di download.

Il blocco di WhatsApp in Brasile: le conseguenze

Anche se avremo modo di trattare più approfonditamente il conflitto tra governi e applicazioni di chat mobili, possiamo già trarre alcune conclusioni in merito alla vicenda appena accaduta.

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Siamo certi che quanto successo riguardi solamente WhatsApp?

Tutti i quotidiani brasiliani, ed a questo punto anche noi, non faticano a definire il blocco di WhatsApp come una ritorsione del governo di San Paolo per via della mancata collaborazione da parte di Facebook; una vicenda che presenta molte analogie con il caso già citato di San Bernardino e lo scontro tra Apple e FBI. Naturalmente il governo statunitense non poteva nè voleva arrestare Tim Cook o il suo vicepresidente nè venne attuato alcun blocco dei servizi Apple negli USA, ma ciononostante la casa di Cupertino ricevette il sostegno dell’intero mondo della tecnologia, Durov e Snowden inclusi.

Questa volta non sappiamo se tale sostegno sia stato espresso nei confronti di WhatsApp – che comunque paga una concorrenza scorretta nei confronti di Telegram e la proprietà di uno dei social network più contestati del mondo, con politiche di rispetto del copyright e della gestione dei contenuti del tutto arbitrarie. Chi la fa, l’aspetti, insomma e non ci stupiamo dunque che nessuno abbia speso una parola di conforto nei confronti dell’app di chat, ma immaginiamo che più d’uno stia osservando con apprensione i crescenti scontri tra governi e app di chat, tra giustizia e diritto alla privacy.

Telegram oggi ride – avendo guadagnato un milione di nuovi utenti da questa disavventura – ma speriamo davvero che non debba mai venire il giorno in cui un suo utente venga indagato.

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