Come guadagna WhatsApp? – EDIToriale

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Come guadagna WhatsApp? Si tratta di una domanda che in molti si sono posti durante questi ultimi mesi, specialmente in seguito alla cessazione dell’abbonamento annuale che l’applicazione riscuoteva presso i più di 900 milioni di utenti: se l’app di messaggistica più utilizzata al mondo ha eliminato anche l’ultima fonte di ricavi, qual è il futuro che Facebook prospetta alla propria app di chat?

I più maligni conoscono già la risposta: Facebook non ha bisogno che WhatsApp generi denaro perchè la più grande fonte di guadagno sono i big data che l’applicazione quotidianamente genera attraverso i più di 20 milioni di messaggi scambiati tra gli utenti della piattaforma, insieme ai contatti e conseguentemente ai numeri di telefono ad essi collegati.

Ho provato a scoprire come guadagna WhatsApp, come ha guadagnato in passato e come spera di guadagnare in futuro, tra esempi più o meno celebri.

NOTA BENE: i contenuti di questa pagina potrebbero non essere più aggiornati.

Grandi numeri, pochi guadagni

Mentre Telegram è un progetto filantropico, mantenuto dalla fortuna personale del suo fondatore Pavel Durov, WhatsApp prima dell’acquisizione da parte di Facebook è stata un’azienda che, nella logica di mercato, si sosteneva attraverso i ricavi che generava tramite l’abbonamento annuale riscosso presso gli utenti dato che non possedeva alcun servizio di promozione pubblicitaria interna.

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I due fondatori di WhatsApp

I dati positivi di WhatsApp riguardavano principalmente il bacino d’utenza: nel momento dell’acquisto da parte di Facebook l’app di messaggistica contava più di 600 milioni di utenti, cresciuti sino a raggiungere la cifra di un miliardo solamente un anno dopo. Un risultato piuttosto positivo per un’applicazione nata nel 2009 dalle mani di due sviluppatori non del tutto sconosciuti al mondo dell’informatica – Jan Koum, uno dei due cofondatori, fu allievo del fondatore di Napster come racconta Linkiesta – ma che comunque furono scartati dallo stesso team di Facebook, che in seguito si è visto costretto a remunerarli di 19 miliardi di dollari.

Un investimento di queste proporzioni non è certo un affare usuale: nonostante multinazionali come Google, Facebook ed Amazon siano sempre alla ricerca di start-up provenienti da tutto il mondo – anche dall’Italia – da integrare nella propria piattaforma qualora l’idea di base sia vincente, è raro che vengano pagate cifre di questo tipo soprattutto per aziende in profondo rosso. WhatsApp nel 2013 guadagnava solamente 10,2 milioni di dollari (stando ai dati riportati dall’Espresso) a fronte di un passivo di 138 milioni. Com’è possibile, se WhatsApp possedeva 300 milioni di utenti?

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L’acquisizione di Facebook è stata solo una fortuna per i fondatori si WhatsApl

La crescita rapida non generava denaro, anzi: più utenti significa più server da dedicare alla gestione delle conversazioni, e l’abbonamento veniva pagato solo allo scadere del primo anno di utilizzo; c’è da scommettere che la maggior parte del miliardo di utenti, aggiuntisi solamente nell’ultimo anno e mezzo di vita della compagnia, non abbia mai dovuto pagare gli 0,89€ che WhatsApp richiedeva e il cui termine spesso dilazionava in occasione delle festività, prorogando il pagamento. Pavel Durov ha ammesso che mantenere i server per i 100 milioni di utenti di Telegram gli costa 1 milione di dollari al giorno; quanto sarà mai costato a WhatsApp?

I progetti futuri

Come guadagna WhatsApp? Appurato infatti che l’azienda non aveva altra entrata se non l’abbonamento degli utenti, possiamo desumere che, attualmente, WhatsApp non generi alcun utile. Le potenzialità per un’applicazione del genere però sono tante, soprattutto grazie ad una base d’utenza in costante crescita e gli esempi non mancano.

Le app di messaggistica non sono certamente una novità e nel corso degli ultimi cinque anni sono sorte come funghi in ogni angolo del globo: dal Mar Caspio a Pechino, ogni continente si è dotato della propria piattaforma di chat mobile, acquisendo o adottando marchi stranieri oppure sviluppando in loco un prodotto che corrispondesse alle esigenze della popolazione residente.

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Pavel Durov, il fondatore di Telegram è anche un dissidente russo

Se in Europa infatti il format americano è stato pienamente integrato e solo ultimamente alcune alternative stanno cominciando a farsi strada (Telegram, russa, WhichApp, italiana), in Asia gli utenti hanno preferito ricorrere a surrogati locali come WeChat e Line, esportate poi nel Vecchio Continente e negli USA grazie alle comunità migrate dalla propria madrepatria. È WeChat a fornire da esempio per tutte le concorrenti che desiderino sviluppare un business che non vada a stravolgere la propria mission, ed è proprio a questo che WhatsApp vuole puntare: un modello che integri aziende e realtà locali.

Si dice che Brian Acton (il cofondatore di WhatsApp) possegga, accanto alla propria scrivania, una targa che reca a caratteri cubitali il motto “No Ads! No Games! No Gimmicks!” che tradotto significherebbe “Niente pubblicità” Niente giochi! Niente trucchi!“; esclusa dunque la pubblicità come prima fonte di guadagno, le alternative sono altre. WeChat, ad esempio, ogni anno genera ricavi per 1,1 miliardi di dollari attraverso giochi in-chat e contratti con le società più disparate.

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I codici QR servono ad identificare il prodotto

Cina, Corea o Giappone, tecnologicamente molto più avanzate dell’Italia, dispongono di macchinette automatiche dalle quali acquistare panini, bibite o merendine semplicemente utilizzando il credito in-app che ogni utente può caricare all’interno del proprio borsellino virtuale e che può spendere semplicemente inquadrando un codice QR. L’integrazione di un portafogli elettronico potrebbe essere la trovata perfetta, dato che da ogni pagamento WhatsApp potrebbe ricavare una percentuale – da riscuotere dall’azienda associata, e non all’utente. WhichApp sta già tentando qualcosa di simile integrando PayPal al proprio interno, ma si tratta ancora di un procedimento macchinoso che un conto separato provvederebbe a snellire.

Anche Forbes ha elaborato le proprie proposte: WhatsApp potrebbe puntare al settore aziendale, fornendo canali di contatto e servizi broadcast da sfruttare per un servizio clienti diretto e molto più familiare – ed economico – di un comune centralino. Naturalmente tutto ciò veniva scritto senza pensare a Telegram, che da questo punto di vista ha completamente scavalcato WhatsApp e che renderebbe qualsiasi integrazione in tal senso già vista. Anche i bot potrebbero diventare un business attraverso il Bot Framework messo a disposizione da Microsoft e che consente di sviluppare bot per qualsiasi piattaforma di messaggistica, Telegram e WhatsApp compresi.

L’attuale realtà

Nonostante gli utopici progetti presentati nel precedente paragrafo, non credo che WhatsApp integrerà un borsellino elettronico tanto presto. L’app di messaggistica sta infatti cercando di recuperare il terreno perso nei confronti della concorrenza aggiornandosi con funzionalità che sarebbero dovute essere presenti già da tempo, come l’invio di documenti in chat.

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È una vera beffa per Jan Koum, dissidente ucraino di epoca sovietica e contrario ad ogni tipo di intercettazione

La fonte di guadagno dunque sono e rimangono i big data, di cui Facebook e Mark Zuckerberg sono estremamente ghiotti: WhatsApp è la più grande app di messaggistica del mondo, dispone dei numeri telefonici di almeno un miliardo di utenti (senza contare i contatti collegati) e c’è da scommetterci che utilizzi i dati ricavati per sviluppare strategie pubblicitarie ancora più mirate ed invasive.

Sono naturalmente supposizioni che ognuno può interpretare come desidera, ma che non mi paiono tanto lontane dalla realtà e che mi sembrano la conclusione più logica sulla base di un’analisi del sistema di mercato per cui un’azienda deve generare un utile per poter rimanere all’interno del sistema – e non è detto che si tratti sempre di denaro.

Se volete commentare e lasciare la vostra opinione, sarò ben felice di rispondervi; se poi vi è piaciuta questa mia piccola riflessione, vi invito a leggere CiaoIM e tutti gli errori di Stonex (sempre a riguardo di app di messaggistica), in cui analizzo appunto tutti gli errori e gli incidenti di percorso compiuti dall’azienda italiana.

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