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#Applefun: la vittoria di Trump favorirà Google e condannerà Apple

#Applefun: la vittoria di Trump favorirà Google e condannerà Apple

Politica e tecnologia sono un binomio non più separato ma congiunto, quasi inossidabile, e la prova madre è stata fornita proprio durante la precedente campagna elettorale statunitense: molto più che durante la già sorprendente battaglia per la Brexit, il nuovo Presidente USA Donald Trump ha largamente tratto vantaggio dagli strumenti che i social network e le piattaforme virtuali come Twitter e Facebook gi hanno messo, più o meno involontariamente, a disposizione riuscendo a raggiungere un’audience altrimenti lontana dai media tradizionali.

Ed è sempre Donald Trump a diventare protagonista di una delle più particolari, bizzarre ma soprattutto pericolosamente sconvolgenti previsioni nel campo tecnologico che siano state elaborate negli ultimi venti anni: se Trump dovesse attuare le promesse lanciate dal palco dei suoi comizi, il mercato Apple si troverebbe in una grave situazione, il tutto a vantaggio naturalmente di Alphabet e Google.

Siete pronti per scoprire come e perchè Donald Trump dovrebbe preferire Google ad Apple?

Politica, evasioni e salari

Non è un mistero che Apple, casa di produzione tecnologica fondata da Steve Jobs negli USA, produca da diverso tempo i propri iPhone e altri accessori e device elettronici all’interno di fabbriche situate nel territorio cinese – divenute celebri grazie a numerosi reportage riguardo le condizioni di lavoro proibitive a cui vengono sottoposte i suoi dipendenti – gestite da una società terza, la FoxConn.

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No, Tim Cook non è affatto tranquillo

Si tratta di una pratica commerciale largamente diffusa ed utilizzata anche da altre compagnie – Google, Qualcomm, Microsoft per esempio – che provvedono a delocalizzare gli impianti produttivi in regioni in cui la manodopera è decisamente meno qualificata, ma contemporaneamente anche meno costosa, rispetto a quella statunitense: Cina, Cambogia, Vietnam si sono riempiti nell’arco di pochi anni di impianti produttivi indirettamente gestiti dalle industrie dell’high-tech.

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Uno dei tweet contro Apple lanciati da Trump

Altrettanto nota è anche l’avversione da parte di Donald Trump nei confronti di quanto invece non è riferibile agli USA o quantomeno prodotto sul suo territorio: più volte il presidente eletto ha rimarcato l’intenzione di costringere Apple a riportare la produzione di iPhone all’interno del suolo patrio, non unica conseguenza di un dazio che la nuova amministrazione applicherebbe a tutte le merci provenienti dalla Cina e che verrebbe aumentato del 45% rispetto a quelli attuali, iPhone compresi.

Qualora questa tassa entrasse in vigore, per Apple sarebbe una catastrofe finanziaria: non soltanto si ridurrebbero i margini di profitto perchè risulterebbe più costoso importare iPhone dalla Cina, ma allo stesso tempo lo stesso presidente cinese ha velatamente minacciato gli USA che, qualora i nuovi dazi venissero applicati, la commercializzazione di iPhone all’interno del Paese asiatico sarebbe interrotta, vanificando gli sforzi di Tim Cook negli ultimi anni per conciliare esigenze di controllo da parte del governo di Pechino e necessità commerciali della casa di Cupertino.

L’evasione fiscale paga

Tutt’altro discorso deve essere fatto riguardo Google e la situazione finanziaria in cui attualmente versa il sistema di riscossione delle tasse presso le grandi industrie della tecnologia.

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Trump attuerà una politica fiscale morbida nei confronti di Google?

Stando infatti ad alcuni studi di settore, si stima che più di un biliardo di dollari venga attualmente detenuto al di fuori degli Stati Uniti come risultato delle politiche di decentramento della produzione, portando dunque le aziende a godere di tariffe agevolate in virtù delle differenti politiche adottate dagli Stati asiatici. Dato che Donald Trump non ha mai spiegato nel dettaglio il suo progetto di rientro di capitali, è lecito supporre che decida di procedere similmente a quanto George W. Bush fece nel 2004, abbassando le tasse sui capitali in rientro negli USA (i paragoni con quanto accadde in Italia con lo scudo fiscale non sono del tutto fuori luogo) dal 35% al 5,4%, permettendo dunque ad oltre 300 miliardi di dollari di rientrare sul suolo americano.

Sfortunatamente nel 2011 una commissione guidata dal Partito Democratico ha evidenziato come il provvedimento non sia stato efficace nel complesso, dato che il denaro non venne utilizzato per nuovi investimenti nè per ampliare gli impianti di produzione, che anzi vennero ridotti e diminuiti.

Ma ciò non è un problema di Google nè di Alphabet, che rientra nelle prime cinque posizioni della lista di aziende che mantengono la più alta somma di denaro in Stati esteri: un regime di tariffe agevolate permetterebbe il rientro di capitali, vantaggio di cui non potrebbe totalmente godere Apple per via dei problemi sopra citati. Allo stesso modo Samsung sarebbe colpita dai dazi americani sul settore asiatico, impedendo al nemico-amico di Android di ritardare, ancora una volta, l’implementazione di Tizen come OS alternativo nei Paesi appartenenti al BRICS. Insomma, una presidenza Trump sarebbe solamente un vantaggio per Google, sempre che il Presidente eletto, abituato a colpi di mano e stravolgimenti improvvisi, non cambi nuovamente idea.

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GugliElmo

GugliElmo

Mi ritengo un esperto di Android, ma è facile sbagliare. Blogger per passione, studente per necessità; nel frattempo dirigo il sito con il pugno di ferro. Da quando ho fondato AppElmo, i miei amici lo ritengono un'entità fisica.


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